domenica 15 marzo 2026

Questa è la storia di Vittoria Oliva

Ci sono storie che dovrebbero far saltare dalla sedia un Paese intero. E invece no. In Italia riescono perfino a scivolare via, impantanate nel burocratese, nel rimpallo di competenze, nella specialità nazionale del “non tocca a me”.


Questa è la storia di Vittoria Oliva, diciassette anni, un sogno da giornalista sportiva, una carrozzina, una malattia neurodegenerativa, una voglia ostinata di vivere la scuola come ogni altra ragazza della sua età. E invece per sei mesi la scuola, che dovrebbe essere il primo luogo di inclusione, si è trasformata nel posto dell’umiliazione. Non il luogo dove si cresce, ma quello dove si impara, a proprie spese, quanto possa essere feroce l’indifferenza degli adulti.


La scena è di una crudeltà quasi insopportabile nella sua normalità amministrativa: una studentessa con disagio che non può andare in bagno. Non perché manchi la tecnologia del futuro, non perché servano investimenti della Nasa, ma perché nessuno sa, vuole o osa assumersi la responsabilità di accompagnarla alla toilette. Insegnanti di sostegno no, non sono assicurati. Volontari no, non si può. Tra le istituzioni solo un  grande campionato dello scaricabarile. Nel frattempo Vittoria, per andare a scuola, si tiene i bisogni per sei ore. Se uno lo scrivesse in un romanzo lo giudicheremmo eccessivo. Invece è accaduto davvero.


Poi arriva il momento più miserabile, quello in cui alla violenza dell’omissione si aggiunge la violenza delle parole. Durante una simulazione per aiutarla a spostarsi, a una ragazza che ha sofferto di disturbi alimentari viene detto: “Ma quanto pesi?”. E poi, insistendo: “È pesante, è pesante”. Non è soltanto una frase infelice. È il punto esatto in cui la mancanza di preparazione diventa ferita, e la goffaggine degli adulti si abbatte sulla fragilità di una ragazza già costretta ogni giorno a combattere con il proprio corpo e con i propri limiti. Vittoria ha avuto un attacco di panico. E come darle torto.


Il dettaglio più desolante, però, è un altro: la soluzione è arrivata subito, appena qualcuno si è deciso a occuparsi seriamente del caso. 


Non servivano tavoli tecnici, circolari interpretative, conferenze di servizi o meditazioni ministeriali. Serviva una scuola che facesse la scuola. Una dirigente che ascoltasse. Del personale disponibile. Un minimo di umanità. Ed ecco che nella nuova scuola Vittoria viene accolta, aiutata, rispettata. Dunque il problema non era l’impossibilità. Era la volontà. O peggio: era l’abitudine a considerare i diritti delle persone con disabilità come una seccatura organizzativa.


E qui sta il punto. Perché questa vicenda non parla solo di una ragazza  con disabilità. Parla di un’Italia che si riempie la bocca di inclusione, fa convegni, proclami, giornate mondiali, post commossi e slogan edificanti, ma poi si inceppa davanti alla prova più elementare: garantire la dignità concreta di una studentessa in una mattina qualunque. Tutti bravissimi con le parole, un po’ meno con i bagni.


Vittoria, con una semplicità che spazza via ogni retorica, ha detto la cosa decisiva: “Già tutti i giorni io mi alzo e combatto”. Ecco, il punto è tutto lì. Una ragazza di diciassette anni combatte già abbastanza. Non dovrebbe essere costretta a combattere anche contro la scuola, contro la burocrazia, contro l’ottusità, contro l’umiliazione. Non dovrebbe dover scegliere tra il diritto allo studio e il diritto alla propria dignità.


Il minimo, in un Paese civile, sarebbe provare vergogna. Il massimo, una volta tanto, sarebbe imparare qualcosa.

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