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martedì 7 gennaio 2025

Un ruggito lungo 50 anni: intervista a Fabio Treves (di Rosario Pantaleo - Buscadero)

di Rosario Pantaleo 

La prima volta che l’ho visto suonare, a Milano, non era ancora un nome noto. Eravamo nella metà degli anni ’70, non aveva ancora inciso alcun album e suonò in una iniziativa sociale in cui erano presenti, vado a memoria, anche gli Stormy Six. Era un nome che avevo sentito circolare in città e in tanti lodavano il suo impeto di armonicista blues, la sua passione per una musica profonda, sincera, vitale nonché per la sua capacità empatica. Quando lo vidi all’opera, nella mia sincera ignoranza musicale rispetto al blues, mi accorsi che Fabio Treves non era un musicista “qualunque”.

La sua è stata una carriera dedicata alla diffusione del blues, senza spocchia né presunzione ma con l’umiltà e la semplicità che rendono il blues un genere vero, vicino ai desideri e alle sofferenze delle persone. Perché è proprio in questo crogiuolo che gli alchimisti della povertà, del dolore e della speranza hanno distillato questo stile musicale da cui, in seguito, tanti altri generi hanno germinato e si sono diffusi. Molti gli album pubblicati, sia in studio che dal vivo e innumerevoli le partecipazioni di Treves a incisioni di altri artisti che, laddove ritenevano che in un brano fosse necessario il suono di un’armonica, sapevano quale numero di telefono comporre. Al termine del cinquantenario, quindi, ci è sembrato importante proporre un’intervista al fondatore e leader della Treves Blues Band.

Ero presente al concerto per i 40 anni della Treves Blues Band con un grande sold out al Teatro Mahler di Milano. Sono volati dieci anni… Com’è andata nel cinquantesimo?
La TREVES BLUES BAND ha festeggiato nel 2024 i suoi 50 anni di ininterrotta carriera in tour incontrando i suoi fans e celebrando questo meraviglioso traguardo continuando a trasmettere il suo blues viscerale e fortemente emotivo. È stata l’occasione per fare quello che la TBB ha sempre fatto: regalare buone vibrazioni a base di Blues, passione e amicizia. In questo viaggio sono stato accompagnato dalla storica formazione che vede il talentuoso Alex “Kid” Gariazzo alle chitarre, voce, mandolino, ukulele, il granitico Gabriele “Gab” Dellepiane al basso e l’eclettico Massimo Serra alla batteria. In particolare mi sono commosso nella data milanese del 6 Luglio, al Castello Sforzesco. Tanto feeling sul palco e tra il pubblico in quella osmosi che ha caratterizzato i nostri decenni on the road.


Da mezzo secolo sei il leader della Treves Blues Band e mantieni alto il vessillo del blues. Oggi qual è il tipo di pubblico che segue questo genere musicale?
Si tratta di un pubblico di età diverse ma accomunato dalla voglia di passare una serata piacevole e particolare ascoltando una musica vera, fatta di sfumature che riflettono la passione dei musicisti sul palco. Dopo ogni nostro concerto molti giovani si dichiarano entusiasti del loro incontro con il nostro blues.


E il blues, per te, che cosa ha rappresentato e, tutt’ora, rappresenta?
Il blues per me è una musica basata sulla libertà di pensiero e su valori importanti che non si sono mai persi nelle mode e nel “business discografico”!


Chi ti segue ed apprezza la musica che proponi con la TBB ti vuole anche bene come persona. Che cosa, a tuo avviso, colgono nel tuo proporti sul palco?
Credo che capiscano che sono una persona vera oltre ad essere un musicista coerente da sempre e sinceramente innamorato del Blues.


È noto che sei stato uno dei pochi musicisti che ha avuto la possibilità di salire su un palco “occupato” da Frank Zappa (probabilmente l’unico italiano). Che cosa ricordi dell’incontro con quel genio musicale? 
Sì è vero, sono l’unico musicista italiano ad aver suonato due volte con il “genio di Baltimora”. Potrei parlare a lungo di cosa ho provato incontrandolo e conoscendolo. Posso dirti che le cose che più mi hanno colpito sono state la sua grande cultura musicale ed artistica, la sua pignoleria professionale e il suo sorriso disarmante!


Tuo padre (Gaddo Treves importante psichiatra e anche attore) era un profondo appassionato e conoscitore di musica. Come prese la scelta di un figlio che voleva cimentarsi con le dodici battute del blues? 
Purtroppo, mio padre se n’è andato presto, nel 1972, e non ha potuto assistere alla nascita della TBB e alla mia carriera lunga 50 anni… Sicuramente avrebbe gioito insieme a me delle tante belle situazioni che ho vissuto intensamente e dell’amore che ho ricevuto e ricevo dal pubblico.


Cinquant’anni di carriera con una band sono davvero tanti. Questo ha comportato anche una miriade di concerti in tutto il Paese. Come hai visto cambiare l’Italia guardandola dal palco?
La TBB ha superato in mezzo secolo di vita cambiamenti epocali di mode e costumi, sorretta da un instancabile desiderio di far conoscere la bellezza e l’unicità della musica Blues. Anche nel nostro settore abbiamo visto intorno a noi generi musicali che si alternavano o che finivano in poco tempo. Ma, qualunque fosse la realtà intorno a me, la voglia di fare una musica vera, suonata e portata avanti con rispetto, non mi è mai passata.


“Blues alle masse” è il tuo motto. Ma le “masse” come hanno accolto questa tua esortazione?
Direi che l’hanno accolta alla grande, considerando che oggi esistono decine di seguitissime rassegne e festival blues sparsi su tutto il territorio nazionale, spesso nati anche dopo un concerto della TBB… E direi che hanno accolto alla grande il mio motto, anche considerando la molteplicità di tipologie, di generi, di età, di cui è formato il pubblico della TBB.

La TBB è presente nell’album di Mike Bloomfield del 1980 “Live in Italy”. Cosa ricordi di quell’esperienza con uno dei più grandi e sfortunati chitarristi del rock blues? 
L’incontro con il caro Mike è una delle cose più belle che mi siano capitate in questi 50 anni, e uno dei ricordi più commoventi. Era una persona deliziosa, colta, sincera. È stato il musicista bianco più amato dalla comunità nera dei bluesmen americani e fu molto importante nell’opera di divulgazione del buon Blues. Il suo abbraccio sul palco mi ha commosso e mi ha fatto sentire che eravamo fratelli nel Blues.


La tua carriera è stata anche d’appoggio per chi era/è in difficoltà e sono noti i tuoi concerti a sostegno di qualche buona causa. Che cosa hai “imparato” da quelle esperienze?
Mi hanno reso più forte. Mi hanno aiutato a capire quanto siamo fortunati ad avere uno strumento culturale come la musica per raggiungere un mondo parallelo che spesso non si conosce o che forse non si vuole conoscere. Di queste esperienze ho ricordi davvero belli, che mi hanno arricchito lo spirito e che non dimenticherò mai.


Hai appena concluso una serie di concerti che hanno visto sul palco il mitico Lou Marini della “Blues Brothers Band”. C’è qualcosa che ti ha colpito di questo blasonato musicista?
Ero emozionato ad avere sul palco un musicista che fa parte della leggenda “Blues Brothers”. Non mi ricordo neanche quante volte ho visto quel film, praticamente lo so a memoria. Avere Lou Marini sul palco a suonare con la TBB mi sembrava un sogno. Devo dire che è stato un bell’incontro: lui era molto tranquillo e gentile, non ha fatto la superstar sul palco, si comportava con molta semplicità. Come dico spesso io, quelli bravi non hanno assolutamente bisogno di tirarsela, che si chiamino Lou Marini, Billy Gibbons o Robben Ford!


Quando sei sul palco riesci sempre, con le tue battute e con il tuo prendere/prenderti in giro, a creare un clima fortemente famigliare con i musicisti e con il pubblico e si percepisce il tuo desiderio di generare serenità con la musica. È così?
Si è così; mi piace pensare che, quando suono con la TBB, la nostra musica, i nostri gesti, le nostre parole regalino emozioni ma anche energia positiva. Mi piace pensare che finito il concerto il mio pubblico torni a casa sorridendo. Per me è una soddisfazione ed un risultato importante.


Hai qualcosa da recriminare rispetto a quello che non sei riuscito a ottenere con la tua carriera?
Credo di essere tra i pochissimi a non avere recriminazioni di alcun tipo. Il tempo mi ha dato ragione, amavo il blues e volevo suonarlo e farlo amare, ci sono riuscito, tutto qui. Ho raccolto a piene mani quello che ho seminato con fatica, cocciutaggine e passione.


E di cosa, invece, sei profondamente orgoglioso?
Di essere uno spirito musicale libero! Lo spirito libero del Blues.


Salutando “il puma di Lambrate”, mi viene da pensare al fatto che dal tempo in cui Treves, come molti suoi coetanei, iniziò la sua carriera, il mondo è cambiato in svariati modi (basti solo pensare alla tipologia di comunicazione odierna) ma, certamente, per lui non è mutato il modo d’essere on stage, la passione di generare le note del blues, l’essere gentile e felice sul palco con l’aspettativa che questa sua modalità d’essere, insieme alla band, prenda il volo per arrivare a tutti gli spettatori presenti ai concerti della Treves Blues Band.


https://www.buscadero.com/un-ruggito-lungo-50-anni-intervista-a-fabio-treves/


venerdì 4 ottobre 2019

In memoria di Robert Hunter 1941-2019


http://www.buscadero.com/in-memoria-di-robert-hunter-1941-2019/

Gianfranco Callieri

Non aveva scritto testi soltanto per loro, perché delle sue strofe si erano serviti, tra gli altri, Bruce Hornsby, Jim Lauderdale, Elvis Costello, Cesar Rosas dei Los Lobos, New Riders Of The Purple Sage e il Bob Dylan di Together Through Life (2009), dove risultava autore di nove pezzi su dieci, ma è indubbio che il nome di Robert Hunter resti legato soprattutto all’epopea dei Grateful Dead e ai versi indimenticabili di decine di canzoni quali Dark Star, Casey Jones, Friend Of The Devil, Rubin And Cherise o Box Of Rain. Aveva del resto conosciuto il chitarrista e fondatore dei Dead, Jerry Garcia, ai tempi dell’adolescenza consumata tra le comunità beatnik della California dei primi ’60, quando il comune interesse per la musica li aveva portati a fraternizzare, pur nelle reciproche differenze e diffidenze (essendo di estrazione borghese il musicista, cresciuto in una famiglia di amanti dell’arte, e invece orfano il paroliere, abbandonato molto presto da un padre alcolizzato e da allora in transito perenne presso diversi istituti dello stato), e aveva soprattutto imparato a disconnettere la mente, per lasciar scorrere i sensi e l’istinto attraverso le parole, nel momento in cui, offertosi volontario per gli esperimenti promossi dalla CIA — il famigerato progetto MKUltra sul controllo delle menti — riguardo all’uso di allucinogeni, si era fatto somministrare acidi e mescalina dai ricercatori dell’Università di Stanford, rendendosi conto di come i fenomeni interiori, magari neppure razionalizzati a livello cosciente, rappresentassero una fonte d’ispirazione formidabile.

Con Garcia, Hunter era solito esibirsi, per pochi dollari, nei locali della provincia di Palo Alto, ma non tardò a prendere sul serio, sebbene si trovasse in New Mexico, l’invito del vecchio amico a concepire qualche lirica per l’esordio dei Grateful Dead, fino a imporre la propria firma su tutte le tracce del terzo Aoxomoxoa (1969) e a disseminare la successiva carriera del gruppo di altri brani tanto onirici quanto memorabili (cosa sarebbe, per esempio, il capolavoro Workingman’s Dead [1970] senza l’attacco piratesco e malinconico di Uncle John’s Band?). Titolare di una serie di lavori in proprio mai troppo lontani dalle sonorità dilatate e subliminalmente acustiche persino in veste elettrica dei Dead, Hunter esordì da solista nel 1974 dell’eclettico Tales Of The Great Rum Runners (pubblicato proprio dalla Round Records appartenuta al gruppo stesso e pieno di turnisti della Bay Area) e benché nessuno dei suoi album si sia rivelato imperdibile, il solitario Jack O’Roses del 1980 (quasi un’anticipazione delle opere soliste di Garcia e David Grisman), il successivo concept intitolato Amagamalin St. (risalente al 1984, con grandi cornici chitarristiche fornite da John Cipollina, ex-Quicksilver MS) e l’amabile live A Box Of Rain (1990), di nuovo totalmente acustico, hanno regalato motivi d’interesse non solo agli estimatori terminali del «morto riconoscente».

Amante dei flussi di conoscenza, tanto da citare platealmente lo scrittore irlandese James Joyce (e il poeta romano Ovidio) nella Beyond Here Lies Nothin’ in apertura al disco di Dylan di dieci anni fa, nonché (ottimo) traduttore per i lettori americani di numerose Elegie dell’austriaco Rainer Maria Rilke, Hunter è stato un irripetibile flâneur delle parole messe in musica, convinto, come Franz Kafka, che un contributo artistico fosse tanto più rilevante quanto più interpretabile, a piacimento, da chi vi si accostava, convinzione sulla base della quale, per lungo tempo, fu restio ad autorizzare, all’interno dei dischi, la traduzione dei suoi testi, in cui voleva ognuno fluttuasse libero e incantato, scovando o addirittura inventando significati secondo il proprio estro.

Le canzoni da lui scritte per i Grateful Dead, e in ispecie un monumento alla libertà fiabesca della vita di strada come Truckin’, forse la più grande composizione dedicata all’argomento dalla storia del rock (assieme a un altro titolo al gerundio, la Willin’ dei Little Feat: perché la strada, come i verbi, è un costante divenire), rappresenteranno per sempre altrettanti tributi all’incantesimo dell’ascoltare la vita in forma di canzone, rielaborando i motivi della tradizione folk — la solitudine, il viaggio, l’amore non corrisposto o perduto — in modo da farli diventare squarci improvvisi di amore per la fragilità degli esseri umani e per la loro capacità di rovesciarla all’interno di un racconto mitico, fondativo, intessuto d’epica e visioni surreali (così surreali da portare il nostro anche a decisioni incomprensibili, per esempio l’affiliazione, conclusasi alla fine dei ’90, con la chiesa di Scientology).

Morto all’età di 78 anni nella sua California, dopo un’operazione chirurgica piuttosto invasiva (si era già operato alla schiena nel 2013), Robert Hunter ha descritto il «viaggio lungo e strano» del vivere in toni oscillanti tra il misticismo e lo scherzo, con versi caratterizzati al tempo stesso da ironia e trasporto spirituale, disincanto e ideali travolgenti. «Non conta cosa significhino», diceva delle sue strofe imbottite di viaggi, pioggia, ritorni, banditi, stelle e fiori, «ma da dove siano scaturite».

sabato 10 giugno 2017

Sangue del Sud: in ricordo di Gregg Allman (Buscadero)


In ricordo di Gregg Allman [1947-2017]

Nel terzo dei quattro racconti di Richard Ford riuniti nel volume Tutto Potrebbe Andare Molto Peggio (Let Me Be Frank With You, 2014; da noi l’anno dopo, per Feltrinelli, nell’ottima traduzione di Vincenzo Mantovani), Frank Bascombe — il personaggio dell’uomo «qualunque» cui l’autore deve la propria notorietà in ambito letterario — si rivolge all’altra protagonista dell’episodio, la signora Pines, provata da una consistente serie di lutti, dicendole, «Siamo i new normal», non borghesi né distaccati, solo persone abituate a considerare la vita come una successione di circostanze ordinarie.
Nessuno avrebbe invece mai potuto considerare Gregg LeNoir Allman, nato nel dicembre del 1947 a Nashville, in Tennessee, e morto lo scorso 27 maggio, per il peggioramento di un cancro al fegato, nella sua casa di Richmond Hill, in Georgia, un individuo normale, «old» o «new» che fosse, perché nella sua biografia personale, familiare e musicale i fatti eccezionali si erano riproposti con estrema frequenza. Quando il nostro aveva appena due anni, infatti, il padre — sergente dell’esercito da poco promosso al grado di capitano — era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da un tale Buddy Green, autostoppista cui aveva offerto un passaggio in macchina di ritorno dal bar, e in ragione delle crescenti difficoltà sperimentate dalla madre Geraldine nel conciliare educazione dei figli e lavoro, Gregg e il fratello maggiore, Duane, erano stati affidati all’Accademia Militare di Castle Heights, dove il minore, sentendosi rifiutato dalla genitrice e isolato dal resto della società, aveva conosciuto momenti di profonda solitudine.
La famiglia si riunì nel 1959, in occasione di un ennesimo trasferimento a Daytona Beach, in Florida, nei cui dintorni Gregg e Duane sfogarono un’adolescenza ribelle e indisciplinata, poco propensa a sottoporsi al rigore della scuola e altresì assai incline a inseguire ragazze e musica. Quest’ultima si era introdotta nel piccolo mondo dei fratelli sotto forma di una chitarra Silvertone, acquistata da Gregg con i soldi guadagnati consegnando quotidiani a domicilio, sul cui uso avrebbero spesso litigato finché, nella seconda metà dei Sessanta, allorché i due già si esibivano nelle regioni confinanti con il nome di Allman Joys, l’incontro con un tastiera Vox non avrebbe convinto il più piccolo a cambiare strumento.
Intossicata dal blues e dalle droghe, la Allman Brothers Band, con i fluviali dialoghi tra le sei corde di Duane Allman e Richard “Dickey” Betts, l’intercalare fra le tastiere di Gregg e il basso melodico di Berry Oakley (senza dimenticare la doppia batteria martellante e jazzata di Claude Hudson “Butch” Trucks, suicidatosi con un colpo di pistola alla testa lo scorso 17 gennaio, all’età di 69 anni, e del percussionista nero Johnny Lee Johnson, detto “Jaimoe”), divenne non solo uno dei più grandi gruppi rock del pianeta ma l’emblema stesso del rock cosiddetto “sudista”, ossia un intreccio muscolare di country e blues mandato in orbita da improvvisazioni collettive, furiose e selvagge, e di conseguenza il modello di riferimento per il suono di chiunque, nel successivo mezzo secolo, abbia voluto fregiarsi del titolo di jam-band.
In mezzo a fiumi di alcol e secchiate di eroina e cocaina, per non parlare di erba e acidi, gli Allmans si ritrovarono orfani di uno dei loro motori creativi, e Gregg di un fratello, quando nel 1971, all’apice del successo, Duane perse la vita in un incidente stradale; al tragico evento si sommò, solamente un anno dopo, la scomparsa altrettanto accidentale di Oakley, anche lui deceduto, in circostanze quasi analoghe a quelle di Duane, in sella alla propria motocicletta. Il gruppo, ormai capitanato da Betts, decise di non sciogliersi, opzione che venne presa in considerazione solo quando i suoi dischi, a detta dei loro stessi artefici, iniziarono a farsi «imbarazzanti». Si aprivano allora gli anni ’80, decennio in cui Gregg, già sufficientemente irrequieto da aver formato, qualche stagione prima, la Gregg Allman Band (riscuotendo peraltro un lusinghiero consenso di pubblico) e da aver consumato ben tre matrimoni, uno dei quali (molto chiacchierato e molto pacchiano, nonché foriero di un avvilente disco a quattro mani), con l’attrice e cantante Cher, avrebbe dichiarato (nell’autobiografia My Cross To Bear, uscita nel 2012) d’aver sofferto di spaventosi vuoti di memoria causati da un consumo sfrenato di alcolici. Nonostante il successo degli album solisti, Allman continuò a bere e a fare uso di droghe in modo pressoché compulsivo, arrivando persino a procurarsi un’overdose nei primi giorni dell’(ennesimo) matrimonio (con Danielle Galliano, sei anni di unione fino al 1994) e cercando inutilmente , nel frattempo, di riconciliarsi con i figli avuti dalle precedenti relazioni.
Riuniti gli Allmans, per la gioia di critica e ascoltatori, Gregg era rimasto con loro fino al 2014 degli ultimi concerti, attraversando indenne la disintossicazione da liquori e stupefacenti, i dissapori con Betts e la morte prematura del bassista Allen Woody, e facendosi mèntore finalmente saggio, affidabile e maturo di nuovi talenti quali i fulminanti chitarristi Warren Haynes (nel gruppo dal 1989 al 1997, poi dal 2000 al 2014) e Derek Trucks (dal 1999 al 2014), il percussionista latino Marc Quiñones (dal 1991 al 2014) o il bassista di colore Oteil Burbridge (dal 1997 al 2014).
Nel 2011, la stupenda aristocrazia tradizionalista dell’elegante Low Country Blues, prodotto da T-Bone Burnett, lo aveva riportato ai vertici anche in senso discografico giocando sull’antica ricchezza del suono delle radici e mostrando un artista ormai talmente equilibrato da esibire una signorilità délabrée, composta in egual misura da ricercatezza e modestia, estranea agli strilli grossolani del portamento contemporaneo. Il nuovo Southern Blood, affidato alle cure di Don Was, sarebbe dovuto uscire all’inizio di quest’anno, ma l’aggravarsi delle condizioni di salute del nostro, dal 2007 in lotta contro un’epatite C secondo lui contratta dall’ago non sanificato di un tatuatore e inoltre affaticato da tre tumori al fegato e continue infezioni alle vie respiratorie, ne ha posticipato la pubblicazione a data ancora da stabilirsi.
Qualunque possa essere il contenuto del disco, basterebbero la solennità al rallentatore di It’s Not My Cross To Bear (1969), l’incanto jazz, alla Miles Davis, della suggestiva Dreams (1969), l’intensità rockista e malinconica di Please Call Home (1970), la delicatezza elettroacustica di Melissa (1972), i ruggiti di Wasted Words (1974) o la dichiarazione d’indipendenza e personalità della struggente, trascinante Midnight Rider (1970) a farci ricordare Gregg Allman come l’uomo bianco che seppe cantare e domare il blues in modo forse non sempre lucido (anzi, talvolta eccessivo), ma senza mai rinunciare alla passione e allo slancio dei grandi.