La tortura sessuale sui detenuti palestinesi è una politica statale e organizzata approvata dalle autorità israeliane. Il nuovo report di Euromed Human Rights è sconvolgente: descrive l'abisso delle carceri israeliane in tutta la sua depravazione.
Si legge che lo stupro con oggetti e cani militari addestrati costituisce una politica statale organizzata, aiutata e incoraggiata dalla leadership israeliana.
Poi ci sono le testimonianze. Una donna è stata ripetutamente violentata da due soldati israeliani a Zedymann, una delle carceri più tristemente note del Paese. È stata filmata durante la violenza e i soldati hanno minacciato di divulgare quei video se non avesse collaborato. “Avrei preferito morire”, ha dichiarato, e ha paragonato l'uso sistematico della violenza sessuale a un altro genocidio.
Poi c'è un uomo di Gaza che racconta di essere stato violentato con degli oggetti e con un cane addestrato. Ha riportato gravi lesioni interne. Racconta altre cose francamente indicibili, ma che riportiamo qui sotto nel link per chi vuole leggerle.
Alcune vittime descrivono i luoghi degli abusi come spazi adibiti appositamente a questo: ciò evidenzia la natura istituzionalizzata della violenza.
La tortura sessuale sui palestinesi non riguarda solo le carceri israeliane, ma fa parte di un sistema più ampio e convivente. La maggior parte delle testimonianze proviene da Sde Teiman, nel deserto del Negev, dove alla Croce Rossa e agli avvocati è vietato l'accesso.
La responsabilità non si ferma agli autori materiali. Secondo il report, anche il sistema medico e giudiziario avrebbe contribuito a coprire gli abusi, tra certificati di idoneità all'interrogatorio e accuse ridimensionate o archiviate.
A marzo Israele ha fatto cadere le accuse su cinque soldati accusati di stupro di gruppo, nonostante i video trapelati e diffusi sui media.
Un'inchiesta delle Nazioni Unite accusa Israele di utilizzare la violenza sessuale e la tortura come metodo di guerra per destabilizzare, dominare, sopprimere e distruggere il popolo palestinese.
Il trauma, infatti, non colpisce solo le vittime, ma si estende anche alle famiglie e all'intera comunità, ferendo profondamente la dignità e il tessuto sociale palestinese.




