mercoledì 11 febbraio 2026
Cutro, il processo inizia in sordina: la strage entra in aula con i sei imputati, le telecamere restano fuori
Via al processo per il naufragio di Steccato di Cutro: sei imputati, telecamere vietate e la politica sullo sfondo
Il processo per la strage di Cutro si apre a tre anni dal naufragio con un’aula piena e un vuoto tutto intorno. Le udienze cominciano, dinanzi al Tribunale di Crotone, le responsabilità vengono formalmente chiamate in causa, ma tutto avviene a telecamere spente. La morte di 94 persone, 35 delle quali minori, entra finalmente in dibattimento mentre il racconto pubblico viene ridotto al minimo indispensabile.
Il procedimento riguarda il naufragio del caicco Summer Love, distrutto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Sei imputati, quattro militari della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, rispondono di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Tutti erano in servizio nelle sale operative quella notte. Tutti hanno scelto di testimoniare. L’accusa ruota attorno a una sequenza di omissioni, ritardi, valutazioni che hanno trasformato un avvistamento in una strage annunciata.
La scelta che pesa più dei ritardi
Il cuore del processo è la distinzione tra controllo delle frontiere e soccorso in mare. Frontex individua il caicco la sera precedente al naufragio. I segnali arrivano ai centri di coordinamento italiani. Il natante viene trattato come un’operazione di polizia marittima, non come un evento di ricerca e soccorso. Le motovedette della Guardia di finanza escono e rientrano per il mare mosso. Le unità della Guardia costiera, progettate per operare in condizioni peggiori, restano fuori dalla catena decisionale perché l’allarme Sar non viene mai dichiarato. Il risultato è noto: l’imbarcazione si spezza contro una secca, i soccorsi arrivano da terra, quando il mare ha già restituito i corpi.
Dentro il quadro tecnico si inserisce la decisione di spegnere le telecamere. Il collegio giudicante ha vietato riprese audio e video per tutta la durata del dibattimento, consentendo solo materiali prodotti dal personale del Tribunale e previa autorizzazione. Una misura motivata con l’ordine dell’istruttoria, contestata da giornalisti, avvocati e parti civili. Trentasette cronisti hanno firmato una protesta formale. Le organizzazioni costituite parte civile parlano di un processo che nasce sotto traccia, mentre altri procedimenti di grande rilevanza, celebrati nello stesso tribunale, hanno goduto di piena visibilità.
Un processo che interroga la politica
Le parti civili sono 86. Tra queste Emergency, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS Méditerranée. La Cgil Calabria denuncia un vulnus al principio di trasparenza: la giustizia, quando riguarda la morte di decine di persone, deve essere anche visibile. Il silenzio, in questo contesto, viene percepito come un secondo abbandono. Le vittime diventano numeri, le responsabilità rischiano di restare confinate agli atti.
Il processo, però, non si ferma. Nelle liste testimoniali compaiono anche i nomi dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. Il Tribunale per ora si è riservato di decidere sulla loro audizione. Ma la sola richiesta chiarisce la posta in gioco: capire se quella notte le scelte operative siano state il prodotto di errori individuali o l’esecuzione coerente di un indirizzo politico che ha subordinato il soccorso alla deterrenza.
Intanto fuori dall’Aula…
Intanto fuori dall’aula, il Mediterraneo continua a produrre morti. Nel 2025 più di 1.300 persone hanno perso la vita sulla rotta centrale. Nel gennaio 2026, durante il cosiddetto ciclone Harry, oltre mille risultano disperse. Il processo di Cutro si svolge mentre la stessa dinamica si ripete: avvistamenti, rimbalzi di competenze, ritardi, silenzi. La giustizia arriva tardi ma soprattutto si preoccupa di parlare a bassa voce
Cutro entra in tribunale senza clamore, come se il tempo avesse consumato anche l’indignazione. Ma ciò che viene giudicato non riguarda soltanto una notte, sei ufficiali, una catena di comando. Riguarda la scelta di cosa vedere e cosa lasciare fuori campo. Durante il processo si discuterà delle omissioni ma il buio qui fuori è già una scelta. Per questo si insiste perché il collegio giudicante cambi idea.
Askatasuna, sgombero e manganelli: la sicurezza “bipartisan” che fa il gioco del governo
di Turi Palidda*
Le polizie del governo neofascista fra brutalità, “gioco del disordine” e divisione fra “sovversivi” e pacifici grazie all’assist del sindaco PD
Per cercare di capire al meglio i fatti del 31 gennaio scorso a Torino è innanzitutto indispensabile osservare che il governo Meloni e il suo ministro dell’interno hanno agito lo sgombero brutale della sede dell’Askatasuna grazie all’assist del sindaco Lo Russo che ha scelto di assecondare l’obiettivo della criminalizzazione di questo centro sociale come atto esemplare per avviare la nuova fase del disegno neofascista. Senza questo tradimento del sindaco PD è probabile che tale azione avrebbe suscitato un’immediata reazione della maggioranza della città. Ma ecco che la destra PD, seguendo il noto orientamento reazionario dei Violante, Minniti ma anche Veltroni, Del Rio e altri, ha creduto di poter dimostrare di competere con il sicuritarismo reazionario del governo e con la criminalizzazione dei movimenti compresa quella dei Pro-Palestinesi, i NOTAV e in genere tutte le mobilitazioni contro le scelte di questo governo. La sicurezza di questa ex-sinistra, infatti, non si discosta gran che da quella reazionaria e inoltre reclama più polizia e la “chirurgia poliziesca” per la contrapposizione fra “sovversivi” e pacifici (una contrapposizione che ricorda quella fra “classi laboriose” e “classi pericolose” in voga già nel XIX secolo -vedi Chevalier et Foucault). Ed è emblematico che in questa concezione della sicurezza non ci sia menzione delle insicurezze ignorate di cui è vittima la maggioranza della popolazione (supersfruttamento violento dal caporalato grazie anche alla indifferenza o persino la complicità di buona parte delle polizie, morti sul lavoro e malattie oncologiche dovute a contaminazioni tossiche diffuse grazie alla “sacra” produttività a tutti i costi, secondo il credo liberista sposato anche dall’ex-sinistra).
Il sindaco Lo Russo rimprovera al ministro Piantedosi di non seguire il paradigma sicuritario dell’ex-sinistra e quindi ignora totalmente le brutalità e la effettiva devastazione che le polizie hanno realizzato durante lo sgombero del centro sociale e la militarizzazione totale del quartiere Vanchiglia sino all’obbligo per i residenti di esibire i documenti per l’accesso a tutta l’area istituita come zona rossa con grate alte 3 metri (vedi Osservatorio Repressione). E non a caso questo esimio sindaco ignora totalmente le molte brutalità delle polizie durante la manifestazione di fine gennaio. La complementarietà di fatto fra l’ex-sinistra e il governo neofascista permette al ministro Piantedosi di affermare che i violenti hanno potuto provocare “devastazione” grazie alla copertura dei pacifici.
Decine di frammenti di video hanno mostrato lo svolgimento della manifestazione del 31 gennaio (vedi la diretta Live Torino): l’assetto del dispositivo poliziesco era imponente e abbastanza diffuso da permettere a tanti operatori delle polizie di massacrare di botte manifestanti isolati, assolutamente pacifici e persino fotoreporter (fra altri vedi qui e qui ; e soprattutto il Dossier: il vero volto del governo nella gestione dell’ordine). Almeno 45 i manifestanti feriti dalle polizie.
Ma a ben guardare la sequenza della diretta Live Torino si può osservare che di fatto le polizie “giocano il disordine”, usando migliaia di lanci di lacrimogeni spesso sparati ad altezza dei manifestanti, idranti, barriere ecc. Ma non attaccano il corteo né i cosiddetti militanti “antagonisti” o “radicalizzati” che a loro volta non attaccano mai le polizie e si limitano a scagliare qualche pietra o delle sedie di plastica, razzetti da fuochi d’artificio per poi allontanarsi dallo schieramento delle polizie.
E’ peraltro alquanto ridicolo parlare di black bloc; quelli conosciuti da Seattle e solo per neanche mezza giornata a Genova e dopo in Germania e altrove non esistono più (sono passati oltre 25 anni, sono ultra cinquantenni o sessantenni!). E va ricordato che – come scrisse l’allora PM Enrico Zucca – dopo i primi gradi di giudizio, i venticinque” imputati per essere condannati in maniera esemplare per i disordini al G8 di Genova, diventarono solo 10.
“Il nucleo centrale della ricostruzione accusatoria fu, infatti, ribaltato dalle sentenze, in cui si accerta che l’elemento catalizzatore dei più gravi disordini avvenuti è l’attacco indiscriminato da parte delle forze dell’ordine a un corteo pacifico e autorizzato. Viene addirittura riconosciuta per circa la metà degli imputati la discriminante della reazione all’atto arbitrario del pubblico ufficiale. Si tratta, dicono i giudici, di una rivolta giustificata” (E. Zucca, “Genova: 14 anni dopo il luglio 2001”, in Il Ponte del 4-5/2015, a cura di Livio Pepino).
I cosiddetti antagonisti di oggi sono solo dei militanti che cercano di resistere alle brutalità poliziesche ma nulla più. Invece, a ben guardare la sequenza della diretta Live Torino si vede che le polizie abbiano appunto giocato al disordine: non hanno attaccato i manifestanti come avrebbero potuto, hanno lasciato incendiare un furgone della PS, e spesso stavano a guardare tranne quando alcuni agenti si sono passati il piacere di bastonare a sangue qualche manifestante pacifico.
Il tanto sbandierato caso del poliziotto “massacrato a martellate” si è rivelato una bufala.
Come racconta Rita Rapisardi che era a qualche metro dal fatto: ..
“le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli… vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in tenuta antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero … Uno dei poliziotti esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno”.
Invece tutti i media di regime, imbeccati dal video mutilato postato dal ministro Crosetto, gridano “il poliziotto assaltato, circondato, preso a martellate”. Come è noto è seguita dopo la messa-in-scena della sig.ra Meloni che accorre al capezzale del poliziotto “massacrato” e del suo collega: una farsa tanto maldestra da suscitare l’ilarità pubblica: il collare sanitario non lo porta il poliziotto colpito ma l’altro, entrambi stanno sul lettino del pronto soccorso in divisa e con gli anfibi e poche ore dopo la visita della capa del governo sono dimessi e tornano a casa.
Fra le tante testimonianze eccone una che in parte spiega il “gioco del disordine” scelto dalle autorità di polizia:
“La polizia inspiegabilmente non aveva bloccato, o meglio sigillato, corso Regina Margherita come abbiamo visto fare nelle settimane precedenti. Si erano solo preoccupati di impedire che il corteo si dirigesse verso Porta Palazzo … ho deciso di seguire quel pezzo di corteo che, con lo striscione in testa, si dirigeva verso l’Aska (mentre la parte più consistente del corteo rimaneva fermo e interdetto se proseguire verso corso Regio Parco, come da percorso concordato, per quanto può valere). Lo scontro frontale e violento era purtroppo inevitabile, anzi favorito agevolato cercato invogliato coccolato e… È cominciata la sagra del lacrimogeno. Quel tratto di corso Regina fin dal giorno dello sgombero dell’Aska e per lunghe settimane dopo, è stato interdetto al traffico notte e giorno per evitare che loschi individui provassero ad avvicinarsi all’edificio occupato … E niente, proprio il giorno della manifestazione che chiamava a raccolta i centri sociali di tutta Italia (non è proprio così, sto sintetizzando perché “Torino è partigiana” è qualcosa di più) qualcuno si è scordato di sigillare quell’ importantissimo tratto di corso Regina Margherita”.
Dal punto di vista del governo il gioco del disordine ha funzionato, i media hanno sostenuto appieno l’allarme sino a gridare al pericolo di “ritorno agli anni di piombo” e purtroppo tanti democratici hanno accreditato la tesi che contrappone i violenti ai pacifici. I violenti sono accusati di aver fatto il gioco della stretta repressiva. Non ci si accorge che sono proprio l’ex-sinistra e chi sposa questo paradigma a favorire il governo neofascista che ha annunciato di presentare subito il nuovo decreto sicurezza con nuove norme fra le quali alcune che sono palesemente anticostituzionali (fra esse la “cauzione” da pagare per essere autorizzati ad andare a una manifestazione -vedi anche l’intervista di Rita Rapisardi a Zucca (Nuovi reati e pene iperboliche non risolvono i conflitti sociali).
Nelle grandi manifestazioni ci saranno sempre militanti che cercano di agire con modalità “radicali” e la maggioranza che manifesta pacificamente. Ma tutti hanno il diritto di manifestare e i “radicali” non hanno alcuna intenzione di arrecare danno alla manifestazione, ma pensano che sia giusto resistere con modalità non solo passive, soprattutto quando si subiscono brutalità (vedi anche Mamme in piazza per la libertà di dissenso e Doppiozero).
La coesistenza di pacifici e radicali è sempre stata una sorta di “dilemma” che di fatto è istigato dal potere repressivo; non è la presenza dei “radicali” che esaspera la repressione e l’autoritarismo. Il dispotismo di tipo hitleriano adottato da Trump e che il governo neofascista italiano come altri in Europa vogliono imitare non nasce come reazione a manifestazioni violente. Anzi negli ultimi due decenni in particolare si assiste a una evidente e generalizzata pacificazione delle proteste, mentre le brutalità poliziesche e ora delle milizie tipo l’ICE di Trump sono diventate più frequenti ed esasperate. Ed è normale che fra i giovani suscitino la volontà di reazione radicale, ma questo non autorizza nessuno a criminalizzarli come terroristi (si veda anche il libro di Benjamin S. Case, Rivolte di strada. Al di là della violenza e della nonviolenza, recensito qui: https://www.osservatoriorepressione.info/uscire-dal-ricatto-morale/).
Criminalizzare i militanti che a Torino hanno cercato di resistere alle violenze poliziesche con un po’ di radicalità sino a dire che hanno fatto il gioco del governo è alquanto inopportuno e di fatto conduce a legittimare l’uso strumentale che ne fanno il potere e i suoi media (è in tal senso molto discutibile l’articolo di Rocco Alessio Albenese su Volerelaluna).
Ricordiamoci che la radicalizzazione di una parte dei militanti negli anni ’70 sino a indurli alla lotta armata e alla tragica e paradossale illusione di “colpire il cuore dello stato” fu la reazione alle stragi di stato (da p.za Fontana sino alla stazione di Bologna) e il tragico rifiuto del PCI di cercare il dialogo con questi militanti, ma al contrario la sua solerzia nel reclamarne la criminalizzazione come terroristi per difendere uno stato infetto dalla deriva reazionaria. E per certi versi lo stesso si può dire a proposito dei 229 attentati che fece il gruppo dell’Affiche rouge contro i nazisti a Parigi così come quelli della Resistenza in Italia.
Incredibile:identificano i giornalisti che vogliono intervistarli e non gli occupanti di Casapound,mentre i C.sociali di Sx vengono chiusi. Forse intendeva questo gioggia quando diceva che polizia e governo devono marciare nella stessa direzione? Con la rif.anche la magistratura
https://x.com/Cavalodiritorno/status/2021474286696006086?s=20
martedì 10 febbraio 2026
Soul Shakedown Party 10 febbraio 2026
https://www.podomatic.com/podcasts/piertosi/episodes/2026-02-10T14_54_00-08_00
https://piertosi.podomatic.com/enclosure/2026-02-10T14_54_00-08_00.mp3
No Finger Nails/Michael Exodus/Galas – Free Up (Riddims & Friends For Life Vol.3 compilation, No Finger Nails)
No Finger Nails/Alienacao Futurista – Anikilah (Riddims & Friends For Life Vol.3 compilation, No Finger Nails)
No Finger Nails/Sud Sound System – Soffianu Sobbra Lu Fuecu (Riddims & Friends For Life Vol.3 compilation, No Finger Nails)
Alborosie – Kingston Legend (Nine Mile album, Greensleeves)
Gaudi – Alabaster Moon (Jazz Gone Dub album, Greensleeves)
Inner Circle – Stay Strong (DubShot/Sound Bwoy Ent.)
Dennis Bovell – Dub Delight (Wise Music In Dub album, Wise Rec.)
Groundation/Mutabaruka – The Light (Candle Burning album, Young Tree)
Keznamdi – Natty Dreadlocks (Blxxd & Fire album, Keznamdi Music)
Keznamdi/Mortimer – Bloodline (Bloodline album, Zeznamdi Music)
Mortimer/Kabaka Pyramid/Lila Ikè – Bruises (Overstand/Easy Star single)
Rik Jam – Journey (The Genesis album, Irie Yute)
Torch/Gentleman – I Will Be There (Path To Success album, Bad-Hasai Muzik/Evaburningflame)
Protoje/Damian Marley – At We Feet (In.Digg.Nation/Ineffable single)
Ras-I/Kabaka Pyramid – These Are The Days (Ineffable single)
Micah Shemaiah – Natural Is The Mystic (Natural Is The Mystic album, Jahsolidrock)
Peter Spence/Friendly Fire – Soldier In Jah Army (Friendly Fire single)
Roof Bandits – On my Way (La Panchita single)
Payoh Soul Rebel – Nowadays (Cool Up single)
Mountain Tops – Perseverance (Global Warning album, Tops Rec.)
Dub Inc. Motivè Comme Personne (Atlas album, Diversitè)
Fatbabs/Naaman/Marcus Gad/Pressure Busspipe – I Feel Your Love (This Love Is Forever album, Big Scoop)
IZN Anbessas – Rockers (Addis Ababa album, Soulove)
Papa Leu/Lone Ranger – Raggiu De Sole (South Rockers single)
Ranking Lele – Mena (Big S single)
Big Simon – Ghetto Pickney (Big S single)
Skarra Mucci/Manudigital – Natty (Ragga Blasta EP, X-Ray)
Wicked Dub Division/Francesco Bearzatti - Perseverance (Jazz My Dub album, Roble)
A Gaza, un uomo cerca i resti della sua famiglia con un setaccio per la farina
Abu Ismail Hammad cerca i resti della sua famiglia usando un setaccio per la farina tra le macerie della loro casa nel quartiere Sabra di Gaza City, il 18 gennaio 2026. (Screenshot del filmato fornito da Abdel Qader Sabbah.)
"Se sono riuscito a raggiungere mia moglie e i miei figli in questo modo primitivo, ci sono molti altri a Gaza che stanno cercando la stessa cosa. Basta che mi forniate i mezzi."
CITTÀ DI GAZA — Per 200 giorni, Abu Ismail Hammad ha scavato sotto casa sua a Gaza City, raccogliendo meticolosamente i resti della moglie e del bambino non ancora nato. Ha usato un setaccio per la farina per trovare i frammenti ossei nascosti nella sabbia.
Tutta la sua famiglia fu uccisa poco meno di due mesi dopo l'inizio dell'attacco genocida israeliano, quando un attacco aereo colpì la loro casa nel quartiere di Sabra il 6 dicembre 2023. I suoi cinque figli – Ismail, Mohammed, Ghaith, Jana e Joudi – di età compresa tra gli otto e i sedici anni, furono tutti uccisi, insieme alla moglie, Naama Alaa Al-Din Hammad. Naama era incinta di nove mesi del loro sesto figlio, una bambina che avevano intenzione di chiamare Haifa, in onore della zia martirizzata. Anche suo fratello, sua cognata e tutti i loro figli furono uccisi.
Hammad aveva lasciato l'appartamento per salire al piano superiore solo 15 minuti prima dell'attacco. Rimase gravemente ferito nell'attacco. Hammad fu l'unico sopravvissuto.
Ferito e sfollato, e con la guerra in corso, gli ci volle un anno prima di poter tornare, alla fine del 2024, per iniziare a cercare di recuperare i loro corpi. Dopo alcune settimane, fu costretto a fermarsi di nuovo, mentre l'attacco israeliano nella zona si intensificava di nuovo. A novembre, subito dopo l'entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco, Hammad tornò ancora una volta a cercarli.
Mostrò a Drop Site delle foto di tutti loro insieme, sorridenti prima della guerra, con i volti leggermente distorti dallo schermo del suo telefono fortemente rotto.
Hammad ha trascorso settimane a ripulire tonnellate di macerie e poi ha iniziato a scavare. "Sono riuscito a recuperare mio fratello, sua moglie e i loro figli. Quando sono arrivato nel soggiorno di casa mia, mi sono reso conto che era completamente bruciato. Mi sono reso conto che il destino dei miei figli era sconosciuto: erano ustionati e le loro ossa si erano sciolte. Poi sono andato nella stanza dove era stata mia moglie e ho trovato le sue ossa", ha raccontato Hammad a Drop Site News. "Come ho fatto a sapere che era mia moglie? Innanzitutto, la posizione della stanza. In secondo luogo, le ossa del nascituro sono state trovate nello stesso posto, perché la gravidanza era completa".
Parlò accovacciato in una grande buca, profonda diversi metri, circondato dai resti della sua casa distrutta. I vicini lo aiutarono, scavando con pale, zappe e a mani nude nella terra prima di sistemare piccoli cumuli in un setaccio perché lui potesse selezionarli.
"Ora la sto raccogliendo pezzo per pezzo. Con cosa? Con questo setaccio. Questo setaccio si usa normalmente per setacciare la farina... Oggi lo sto usando per raccogliere le ossa di mia moglie e dei miei figli", ha continuato. "Raccogliere le ossa con una pala è difficile, quindi ho pensato di usare un setaccio, per setacciare, osso per osso, uno per uno. E sia lodato Dio, sono riuscito a raggiungere questo", ha detto, indicando un piccolo mucchio di frammenti ossei, marroni per la terra, raggruppati su un telo.
A Gaza, i vivi sono circondati dai morti. Oltre 72.000 palestinesi sono stati confermati uccisi, ma si stima che oltre 10.000 siano sepolti sotto decine di milioni di tonnellate di macerie. Israele ha fortemente limitato l'ingresso di bulldozer, attrezzature per scavi e carburante nell'enclave, impedendo l'avvio di qualsiasi ricerca su larga scala. Solo 717 corpi sono stati recuperati negli ultimi quattro mesi.
Furono autorizzati a entrare a Gaza equipaggiamenti per recuperare i resti dei prigionieri israeliani, l'ultimo dei quali, un poliziotto, fu localizzato il 26 gennaio e restituito a Israele. Le truppe israeliane scavarono e distrussero il cimitero palestinese di Al-Batsh, nel nord di Gaza, mentre cercavano i suoi resti.
"Per un soldato sionista, un assassino – colui che ha ucciso noi e i nostri figli, insieme al suo stato coloniale occupante che ci ha colonizzato dal 1948 – il mondo intero si è mobilitato e non si è dato pace finché il suo corpo non è stato recuperato a Gaza", ha detto Hammad. "Se sono riuscito a raggiungere mia moglie e i miei figli in questo modo primitivo, ci sono molti altri a Gaza che stanno cercando la stessa cosa", ha detto. "Basta fornire i mezzi".
La ricerca di corpi da parte dei palestinesi è diventata una caratteristica distintiva del genocidio a Gaza. Gli sforzi sono costanti e spesso vani. Oltre alle migliaia di corpi che giacciono sotto il paesaggio devastato di Gaza, un numero imprecisato di corpi palestinesi è trattenuto da Israele. Nell'ambito dell'accordo di cessate il fuoco, Israele ha accettato di consegnare i corpi di 15 palestinesi a Gaza in cambio di ogni corpo israeliano restituito.
L'ultimo scambio ufficiale è avvenuto il 29 gennaio, quando Israele ha restituito 15 corpi palestinesi dopo il ritrovamento dei resti dell'ultimo prigioniero israeliano a Gaza. Questo ha portato a 360 il numero di corpi palestinesi consegnati da Israele da novembre, tutti privi di identificazione e molti con segni di abusi, torture ed esecuzioni sommarie.
Senza attrezzature forensi o kit per il test del DNA, le autorità di Gaza sono state costrette a fotografare i resti e a pubblicarli online, oppure a effettuare screening per le famiglie palestinesi nella speranza che possano identificare un capo di abbigliamento o un segno identificativo dei loro cari. Solo 60 sono stati identificati, secondo il Ministero della Salute di Gaza. Decine sono stati sepolti come martiri ignoti in fosse comuni.
"La popolazione continua ad affrontare gravi sfide. Continua a subire immense sofferenze, distruzione e morte. Migliaia di famiglie attendono notizie sui loro figli scomparsi e il loro dolore continua a essere angosciato dalle estreme difficoltà che incontrano nell'identificare i loro cari, date le limitate capacità forensi nella Striscia di Gaza", ha dichiarato Amani Al-Naouq, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa, a Drop Site fuori dall'ospedale Al-Shifa il 29 gennaio, mentre i corpi venivano trasportati all'interno.
Una settimana dopo, il 4 febbraio, Israele ha inaspettatamente consegnato i corpi di 54 palestinesi insieme a 66 scatole di parti del corpo tramite la Croce Rossa. Le scatole contenevano solo teschi e ossa, mentre alcuni dei corpi restituiti mostravano segni di gravi mutilazioni, tra cui mani amputate e addomi aperti chirurgicamente e successivamente ricuciti, secondo quanto dichiarato dal Dr. Mohammed Abu Salmiya, direttore di Al-Shifa, in un'intervista ad Al-Araby TV.
"Non sappiamo da dove siano stati recuperati questi corpi, se dal cimitero di Al-Batsh, ad esempio, o se fossero corpi sepolti in altri cimiteri all'interno della Striscia di Gaza, o corpi che si trovavano nelle aree palestinesi occupate", ha detto a Drop Site Moein Al-Wahidi, capo del comitato speciale per l'accoglienza dei corpi, mentre si trovava fuori dall'ospedale di Al-Shifa. "Siamo di fronte a un vero dilemma: la mancanza di strumenti e l'assenza di sistemi di identificazione, come il test del DNA. Questo rende il processo di documentazione difficile, primitivo e tradizionale, basato sulla fotografia e sul riconoscimento da parte delle famiglie dei martiri e delle persone scomparse di alcuni dettagli dei loro cari, come vestiti o scarpe".
Allam Abu Wadi è arrivato ad Al-Shifa il 4 febbraio dopo aver saputo che altri corpi erano stati restituiti nella speranza di identificare il fratello diciassettenne Mohammed, scomparso quasi due anni fa, il 26 febbraio 2024, nei pressi di un posto di blocco nella parte meridionale di Gaza.
"Ho perso mio fratello due anni fa. Non ci sono informazioni. Alcuni dicono che sia lì, altri dicono di no. E oggi siamo venuti solo per identificare il suo corpo", ha detto Abu Wadi a Drop Site. "Non c'è modo – nessuna prova semplice e chiara – che permetta di dire se sia qui o no. Non riusciamo a trovare alcun modo. Nulla – vestiti, per esempio, denti, niente. Tutto è decomposto."
Ha continuato: "Negli ultimi due anni siamo andati all'ospedale Nasser, siamo andati ad Al-Aqsa e oggi siamo venuti qui ad Al-Shifa. Stiamo cercando con ogni mezzo di identificare i corpi dei nostri figli. Ma non ci sono prove – nessuna prova, niente – che dimostrino che siano i nostri figli. Sono resti decomposti, organi decomposti. Non c'è niente".
Ogni corpo o scatola veniva portato all'interno di una stanza dove un team di medici e specialisti si riuniva per fotografare ed esaminare ogni resto.
"I corpi ci arrivano senza alcuna informazione, senza alcun dettaglio, senza nemmeno un'etichetta identificativa. Arrivano etichettati solo con un numero: il corpo è un numero. Ma noi non siamo numeri. Questi sono corpi palestinesi, martiri palestinesi. Non sono numeri", ha detto Al-Wahidi. "Il nostro messaggio al mondo intero è questo: preservare la dignità del corpo palestinese, preservare la dignità del martire palestinese. Tutte le capacità internazionali devono essere mobilitate, come stabilito dalle leggi e dalle convenzioni internazionali, per preservare la dignità umana e la dignità dei morti. Il palestinese non è meno degno di qualsiasi altra persona al mondo".
Jawa Ahmad, ricercatrice presso Drop Site News in Medio Oriente, ha contribuito a questo articolo. Sami Vanderlip ha curato il montaggio del video.
Cuba sospende il cherosene per le compagnie aeree. Mosca: "Gli Usa stanno per soffocarla"
https://www.agi.it/estero/news/2026-02-09/cuba-crisi-energetica-cherosene-35516383/
AGI - Le autorità di Cuba hanno informato le compagnie aeree che servono il Paese che le consegne di cherosene saranno sospese per un mese a partire da martedì a causa della crisi energetica. Lo ha dichiarato all'Afp un funzionario di una compagnia aerea europea. L'aviazione civile cubana ha notificato a tutte le compagnie aeree che non ci saranno più consegne di JetFuel, il carburante per aerei, a partire da martedì 10 febbraio alle 00:00 ora locale, ha dichiarato il funzionario della compagnia aerea europea, che ha preferito mantenere l'anonimato.
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Cuba sta affrontando una gravissima crisi energetica dopo che il Venezuela, sotto pressione degli Stati Uniti, ha interrotto le forniture di petrolio e Washington ha minacciato di imporre dazi sui paesi che le vendono petrolio. C'è un ordine esecutivo firmato il 29 gennaio dal presidente Donald Trump secondo il quale l'isola rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Il piano di emergenza cubano
Cuba, che produce appena un terzo del suo fabbisogno energetico, è chiamata ad affrontare un duro piano di emergenza per cercare di sopravvivere senza importazioni di petrolio greggio e prodotti raffinati. Questo piano includeva, tra l'altro, la riduzione degli orari di apertura di ospedali e uffici governativi e la chiusura di alcuni hotel.
Le accuse del Cremlino
Gli Stati Uniti stanno cercando di soffocare Cuba con l'embargo alle forniture di petrolio. Ad accusare Washington è stato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Gli Usa, ha spiegato, hanno adottato "misure soffocanti" contro Cuba mentre la crisi energetica peggiora. "La situazione è davvero critica a Cuba", ha sottolineato Peskov. "Le misure soffocanti imposte dagli Stati Uniti stanno causando molte difficoltà al paese. Stiamo discutendo possibili soluzioni con i nostri amici cubani, almeno per fornire tutta l'assistenza possibile", ha spiegato.
Aiuti umanitari dal Messico
Il Ministero degli Affari Esteri messicano (SRE) ha annunciato ieri la spedizione di cibo a Cuba come simbolo di "solidarietà e aiuto umanitario", in un contesto in cui il Paese continua a impegnarsi per riprendere le spedizioni di petrolio nonostante le sanzioni annunciate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Attraverso la Marina Militare messicana, vengono inviati aiuti umanitari alla Repubblica di Cuba, tramite le navi di supporto logistico Papaloapan e Isla Holbox. Entrambe le navi partono oggi dal porto di Veracruz con un carico di oltre 814 tonnellate di cibo, ha dichiarato il SRE in un comunicato stampa.


