venerdì 24 aprile 2026
L’Italia ha speso 11,8 miliardi (il triplo del previsto) per comprare gli F-35 americani
Un monitoraggio della Corte dei Conti ha rivelato che l’Italia ha destinato al programma degli aerei da combattimento F-35 ben 11 miliardi e 840 milioni di euro dal 1998 al 2025, una cifra pari al triplo delle stime iniziali. La deliberazione della sezione di controllo sugli affari europei e internazionali, inviata al Parlamento e all’esecutivo, ha certificato come «i ritardi registrati in talune fasi di sviluppo del progetto, specie in quella iniziale, abbiano comportato «per oltre 11 anni» un «aumento significativo degli oneri economici anche a carico dell’Italia». I test, inizialmente previsti entro il 2012, si sono conclusi solo nel settembre 2023, mentre la produzione a pieno regime è slittata al 2024 anziché al 2015.
Il caccia di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin, celebre per le sue caratteristiche stealth e per essere sfuggito ai radar durante gli attacchi israelo-americani in Iran, si sta rivelando un pozzo senza fondo per le finanze pubbliche. La Corte ha evidenziato che «un ulteriore incremento è dovuto alla necessità d’introdurre nuove tecnologie, conseguenza della situazione di contesto internazionale e della veloce evoluzione di tale ambito». Una parte importante dell’aumento deriva dagli oneri comuni del programma, c he l’Italia ha dovuto sostenere come partner del progetto. Alla fine degli anni Duemila, questi impegni erano stati fissati intorno ai 903 milioni di dollari, ma revisioni successive li hanno portati prima a circa 2,2 miliardi e poi a 3,3 miliardi di dollari nel periodo 2007-2051. La Corte dei conti sottolinea che il balzo è legato sia alla necessità di introdurre nuove tecnologie, sia all’andamento inflattivo, sia a una gestione del programma fortemente centrata sugli Stati Uniti. Ad avere un peso è stata anche l’espulsione della Turchia dal consorzio nel 2019, dopo che Ankara ha acquistato missili russi S-400: i costi fissi si sono così riversati sui partner rimasti, facendo schizzare la contribuzione italiana per le spese condivise.
L’Italia ha però fatto una scelta strategica: si è candidata con il polo di Cameri (Novara) come centro europeo di assemblaggio finale e manutenzione. Vi operano Leonardo e una rete di fornitori. Secondo la Corte, i ritorni industriali diretti ammontano a 7,4 miliardi di dollari, al di sotto delle previsioni. E l’occupazione si attesta a 3.800 lavoratori, lontana dai 6.400 preventivati. Il governo Monti nel 2012 aveva ridotto l’ordine da 131 a 90 velivoli per ragioni di bilancio; oggi l’esecutivo Meloni ha riportato il numero a 115 (95 per l’Aeronautica e 20 per la Marina). Questa oscillazione ha contribuito a indebolire i benefici industriali senza cancellare gli esborsi già effettuati. Al gennaio 2026, risultano consegnati 40 velivoli tra le versioni A (atterraggio convenzionale) e B (atterraggio verticale). «Allo stato – conclude la delibera – è prevista una triplicazione dei costi rispetto alla stima iniziale del progetto». E mentre la spesa pubblica per la difesa continua a salire, l’Italia resta «mero partner» del programma, senza possibilità di incidere sulle decisioni né di condividere realmente le tecnologie più avanzate, che restano saldamente in mano agli USA.
Eppure, sono molti i Paesi europei che sembrano muoversi in maniera diversa. Il Portogallo ha rinunciato a prendere parte al programma, dichiarando apertamente che i caccia lo avrebbero reso troppo dipendente da Washington. La Svizzera, dopo il referendum che nel 2020 ha approvato l’acquisto di 36 F-35, si trova a fronteggiare un imprevisto aumento dei costi fino a 1,3 miliardi di dollari in più: il governo difende l’impegno preso, ma parallelamente investe nello sviluppo di un’industria bellica europea, consapevole che legarsi a un solo fornitore extraeuropeo rappresenti un rischio strategico. La Spagna ha scelto una via ancora più netta, cancellando un programma da circa 6,25 miliardi di euro. Il motivo ufficiale riguarda la necessità di contenere le spese, ma il dibattito interno ha evidenziato anche la volontà di non subordinare le proprie capacità militari a un sistema interamente americano.
Uscendo dai confini europei, anche il Canada, inizialmente tra i partner più entusiasti, ha cominciato a rivalutare la propria posizione. L’acquisto di 88 aerei ha visto i costi crescere dai 19 miliardi di dollari previsti a oltre 28 miliardi, con un’aggiunta di 5,5 miliardi destinati a infrastrutture e armamenti. Le tensioni politiche con gli Stati Uniti durante l’era Trump hanno accentuato la percezione di vulnerabilità: pur non essendosi formalmente ritirato, Ottawa discute apertamente se sia ancora sostenibile legarsi a un programma che rischia di divorare il bilancio della difesa per decenni.
Afascisti di Mauro Biani
Il fascismo dei nostri tempi è riuscito a nascondersi dietro la rimozione e la normalizzazione dei suoi orrori, fino a insinuarsi nelle maglie della Repubblica. L’afasia dell’afascismo, si potrebbe dire, ha due colpe: l’indifferenza verso ciò che è stato, e il sospetto (quando non il dileggio) verso chi a quel passato tenta di ribellarsi con tutte le proprie forze. Mauro Biani, con la ultima raccolta, fa proprio questo, e invita tutte e tutti noi a radunarci attorno alle sue vignette, in un mai stanco segno di resistenza, contro questa marea nera che minaccia di travolgerci ogni giorno.
giovedì 23 aprile 2026
C.A.S.T Casa Artisti Senza Tetto - crowdfunding
https://www.produzionidalbasso.com/project/c-a-s-t-casa-artisti-senza-tetto/
C.A.S.T. Casa Artisti Senza Tetto è un progetto a cura del CETEC – Centro Europeo Teatro e Carcere che vuole trasformare lo Spazio Alda Merini di Milano in una casa aperta alla creatività, all’incontro e alle nuove generazioni.
mercoledì 22 aprile 2026
Frank Zappa - Zappa '66 Vol. 1: Live At TTG Studios
https://shop.universalmusic.it/products/frank-zappa-zappa-66-vol-1-live-at-ttg-studios-cd
Lato A
1 “Hello There”
2 Freak Chouflee'
3 Move On
Lato B
1 The United Mutations
2 “Tommy Come Back!”
3 FZ Directs The Freaks
4 Pomp and Circumstance Sequence
5 Legalize Abortion
6 Twistin' Again
7 The Electric Banana
Lato C
1 I Could Be A Slave / Story Untold
2 “We Keep Changing Personnel Though”
3 A2 Jam
4 Khaki Sack - Prototype Part 1
Lato D
1 Khaki Sack - Prototype Part 2
2 Duke Of Prunes (Edited)
3 Victory Through Vegetables
4 “We're Havin' A Freak Out!”
martedì 21 aprile 2026
NEL 2025 L'ITALIA HA INSTALLATO MENO RINNOVABILI, E ADESSO DEVE IMPORTARE PIÙ GAS E PETROLIO. A CARO PREZZO
Dopo l'invasione dell'Ucraina, nel 2022, si era deciso di cancellare la dipendenza dell'Europa dalle fonti fossili. Si doveva fare applicando il Green Deal, spendendo soldi europei (il PNRR e RePowerEU) per passare da gas e petrolio all'elettricità da fonti rinnovabili. Poi però tanti europei hanno pensato che era un bidone, e che si rovinava il paesaggio (invece ingentilito dalle centrali elettriche...). Tante aziende europee hanno pensato che era meglio continuare a guadagnare con le vecchie tecnologie "sporche" che investire, rischiando, in quelle nuove. E tanti Stati europei son stati sommersi dall'onda sovranista. Il risultato è che adesso, con il blocco dei flussi di oil&gas, il mondo ci crolla addosso.
Per l'Italia è anche peggio. Dopo anni di crescita costante, nel 2025 le nuove installazioni di rinnovabili in Italia sono scese da 7,5 a 7,2 GW (-4%), dice uno studio di Italy for Climate. Grande mossa, ottima scelta di tempo, proprio mentre i prezzi dell’energia schizzano in alto. Tra il 2008 e il 2014 la potenza installata da rinnovabili in Italia è passata da 24 a 51 GW, e secondo i conti del rapporto in quella fase l’Italia è riuscita a ridurre la quota di fabbisogno energetico coperta da importazioni dall’83% al 76%. Meno acquisti dall’estero, meno esposizione ai mercati e un risparmio annuo valutato in circa 3,5 miliardi di euro l'anno.
Sempre nel 2025, oltre a buttare soldi, anche le emissioni di gas serra sono cresciute, dice l'Ispra, dello 0,2%. L’Italia peraltro è ancora fanalino di coda in Ue: sempre nel 2025 la Germania ha installato oltre 23 GW, la Spagna quasi 11, la Francia 8. Il tasso di dipendenza energetica (importazioni di energia da fossili) dell'Italia è al 74%.
https://x.com/giuliocavalli/status/2046814970797539432?s=20
Il Board of Peace di Donald Trump ha un prezzo d'ingresso: un miliardo di dollari per un seggio permanente. Lo statuto è stato firmato il 22 gennaio 2026 a Davos, alla presenza di una ventina di Paesi. L'accesso è su invito del presidente, la leadership a vita. L'organismo non ha mandato ONU né rappresentanza palestinese.
Il Financial Times ha rivelato il 21 aprile che rappresentanti del Board hanno avuto colloqui con DP World, colosso logistico di Stato di Dubai, per affidarle le catene di approvvigionamento nella Striscia: magazzini, tracciamento, sicurezza, porto a Gaza o sulla costa egiziana, zona franca. Una bozza citata dal giornale descrive un «sistema di catena di approvvigionamento sicuro e tracciabile». Tre le fonti citate. Un portavoce di DP World ha dichiarato di non essere a conoscenza di trattative. La Casa Bianca non ha risposto.
Lo stesso giorno Unione Europea, Nazioni Unite e Banca Mondiale hanno pubblicato la Rapid Damage and Needs Assessment: servono 71,4 miliardi di dollari per la ripresa nel decennio, 26,3 nei soli primi diciotto mesi. Oltre 371.000 abitazioni distrutte, ospedali per metà fuori servizio, economia contratta dell'ottantaquattro per cento. Il rapporto prescrive che la ricostruzione «sia guidata dai palestinesi» con trasferimento della governance all'Autorità palestinese.
I due documenti non si parlano. Il Board of Peace progetta un «ecosistema economico guidato dal porto» con piattaforme commerciali private emiratine e zone franche. Il rapporto ONU-UE chiede libertà di movimento, finanza trasparente, governance responsabile verso i palestinesi. Nessun finanziamento promesso si è ancora materializzato. Dal cessate il fuoco di ottobre, le forze israeliane hanno ucciso 776 palestinesi, secondo il ministero della Salute di Gaza.
La flotta verso Gaza? Oggi ad Augusta è in corso il carico: circa 55 barche al porto Xiphonia nel Siracusano attendono le ultime arrivate dalla Spagna. Il 23 aprile la flotta confluirà a Siracusa. La partenza verso Gaza è fissata per il 24 aprile.







