venerdì 20 marzo 2026
giovedì 19 marzo 2026
Coloni israeliani partecipano a un “tour safari” per osservare detenuti palestinesi mentre vengono umiliati
Gerusalemme occupata – Quds News. Il capo del Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) ha invitato un gruppo di coloni a un “tour safari” per osservare detenuti palestinesi mentre venivano umiliati, sdraiati a terra e ammanettati, in un aumento di attacchi contro i detenuti e di segnalazioni di torture.
Secondo un rapporto pubblicato dal sito di notizie israeliano Shomrim, coloni israeliani provenienti dall’insediamento illegale di Har Homa, a Gerusalemme occupata, hanno visitato una delle carceri più sicure di Israele.
Il Commissario capo Kobi Yaakobi stava ospitando i coloni. Il tour, osserva il rapporto, ha incluso una visita a diverse sezioni detentive, una lezione della Torah e persino il pranzo.
“È importante sottolineare: le strutture del Servizio Penitenziario Israeliano non sono aperte alle visite di cittadini che desiderano ‘restare impressionati’ e prevedono rigorose procedure di ingresso su chi è autorizzato ad entrare”, ha osservato l’articolo.
L’IPS è da tempo selettivo riguardo a chi può entrare nelle sue strutture, comprese restrizioni alle visite di familiari e avvocati, nonché divieti per i gruppi per i diritti umani di condurre indagini.
A settembre, i funzionari del servizio penitenziario hanno ribadito il divieto generale alle visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, insistendo sul fatto che il loro ingresso rappresenterebbe una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
Shomrim riferisce che oltre 20 coloni sono stati prelevati da Har Homa e portati alla prigione di Nitzan, vicino a Ramla, dove l’autore ha descritto la visita come un tour “safari”. Ai detenuti è stato imposto di sdraiarsi a terra, ammanettati, hanno dichiarato i visitatori del carcere.
Una fonte dell’IPS ha indicato che questo è il modo in cui i detenuti vengono immobilizzati durante le attività operative.
Dopo una sessione di domande e risposte, ai coloni è stato servito un pranzo sontuoso appositamente preparato, osserva il rapporto.
Oltre 9.300 palestinesi, tra cui bambini, donne e giornalisti, sono detenuti nelle carceri israeliane. Secondo l’ultimo aggiornamento diffuso il 19 gennaio dai gruppi di difesa dei prigionieri palestinesi, da ottobre 2023, quando Israele ha lanciato la sua offensiva su Gaza, fino a oggi, il numero degli ostaggi palestinesi è raddoppiato.
Secondo la Commissione per i detenuti e il PPS, circa 87 detenuti noti sono morti nelle carceri israeliane dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza, tra segnalazioni di torture e negligenza medica. Tra loro vi sono almeno 51 detenuti provenienti da Gaza e un bambino, il numero più alto nella storia.
Dal 1967, un totale di 324 prigionieri palestinesi è morto nelle carceri dell’occupazione israeliana. I gruppi hanno affermato che le identità di molti martiri tra i detenuti di Gaza restano non divulgate, poiché l’occupazione israeliana continua a occultarle, rendendo questa la “fase più sanguinosa nella storia del movimento dei prigionieri”.
Secondo un rapporto recentemente pubblicato da Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), basato su dati ottenuti dall’esercito israeliano e dal Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), 98 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione militare da ottobre 2023, in molti casi apparentemente come risultato diretto di torture, negligenza medica e privazione di cibo da parte di soldati e agenti penitenziari. Tra i detenuti provenienti da Gaza, che costituiscono la maggioranza, meno di un terzo è stato classificato dallo stesso esercito israeliano come militante, il che significa che Israele è stato responsabile della morte di decine di civili palestinesi in custodia.
mercoledì 18 marzo 2026
Alarm phone: «Strage di migranti al largo della Libia»
https://ilmanifesto.it/alarm-phone-strage-di-migranti-nella-bufera
LA LEGGE DEL MALE Il governo manda la Sea Watch 5 a Marina Carrara, l’ong: «È tortura, disobbediamo»
Diciassette persone partite dalla Libia sono annegate, travolte dalle onde a nord est di Tripoli. Sul barcone erano in 62, i sopravvissuti sono stati riportati indietro dalla sedicente «guardia costiera». Che ha rifiutato di mettersi alla ricerca di una seconda imbarcazione in difficoltà, sostenendo di non avere abbastanza mezzi a disposizione. A bordo c’erano 38 persone. «È molto difficile che siano ancora vive», dicono da Alarm Phone, il centralino che diffonde le richieste di aiuto dei migranti in pericolo. Ap aveva ricevuto i due sos, insieme a quelli di altri casi ancora aperti mentre in mare è arrivata la tempesta, e chiesto l’intervento delle autorità competenti tra domenica e lunedì. Alla fine ieri ha dato notizia della nuova strage.
Oltre 100 persone che viaggiavano su due diverse barche sono invece divise tra la piattaforma Miskar, che estrae gas davanti alle coste tunisine di Gabés, e il mercantile Maridive. Anche loro avevano lanciato l’allarme attraverso Ap nei giorni scorsi. «Stiamo facendo pressioni sulle autorità affinché si muovano, ma ancora non abbiamo riscontri», aveva spiegato ieri Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch.
Ieri l’ong ha presentato un ricorso d’urgenza al tribunale di Palermo per lo sbarco dei minori a bordo della sua nave. Domenica ha salvato 93 persone in due interventi. Particolarmente complicato il secondo, con naufraghi in grave stato di ipotermia, alcuni affetti da disabilità e malattie croniche. Per nove di loro le autorità italiane hanno autorizzato lo sbarco d’emergenza a Lampedusa. Per tutte le altre hanno indicato il porto di Marina di Carrara, poco sotto La Spezia, a oltre 1.100 chilometri di navigazione. Con il mare in tempesta, ieri sera la decisione: «Basta così. Non sottoporremo le 57 persone ancora a bordo a un viaggio di altri 1.100 chilometri per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani».
L’ong si era appellata ai giudici siciliani, almeno per i naufraghi più giovani: il tribunale di Palermo aveva ordinato lo sbarco immediato di 20 minori non accompagnati e tre bambini con le famiglie. La Sea Watch 5 si era poi portata a ridosso delle coste siciliane per cercare riparo. Tutti avevano vissuto una notte difficile, tra vento e onde. Il capitano sarebbe voluto entrare in porto, invece dalla guardia costiera era giunto l’ok solo per il trasbordo al largo, davanti a Mazara del Vallo. «Con questa prassi si creano inutili pericoli – aveva spiegato Linardi – Sta accadendo qualcosa di gravissimo: il governo ignora la presenza di persone in pericolo in mare aperto e sulla Miskar, mentre costringe quelle salvate da Sea Watch a una traversata assimilabile a un trattamento disumano e degradante. Imporre altri quattro giorni di navigazione con questo tempo a persone così vulnerabili è pura disumanità». Alla fine la decisione di disobbedire.
Intanto ieri sono arrivati a Civitavecchia i 123 migranti soccorsi da Emergency con la Life support in tre diverse operazioni tra il 13 e 14 marzo. «Un ragazzo del Sud Sudan ci ha raccontato di aver dovuto interrompere gli studi a causa della guerra e di uccisioni di massa. Il suo desiderio più grande è riprendere gli studi, a lui e a tutti i naufraghi auguro di trovare la protezione che meritano e di riuscire a realizzare le loro aspirazioni», ha raccontato Annachiara Burgio, mediatrice culturale a bordo della nave. Oggi è attesa a Vibo Valentia la Aita Mari con 32 persone. Dall’inizio del 2026 sono sbarcate in Italia circa 5.500 persone. Un numero basso, mentre altissimo è quello dei morti nel Mediterraneo centrale nei primi due mesi e mezzo dell’anno: circa 600, contando solo quelli confermati.
Nel porto di Gioia Tauro cinque container di materiale bellico per Israele
di Radio Onda D'Urto - Linda Maggiori- Usb
Ci sono cinque container carichi di materiale bellico che starebbero per partire verso Israele dal porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria).
A riferirlo è un articolo della giornalista Linda Maggiori pubblicato su Pressenza.com in cui la Maggiori cita “fonti della campagna internazionale No Harbor for Genocide (NHG) che hanno rivelato che nel porto di Gioia Tauro sono attualmente presenti cinque container con molta probabilità contenenti materiale bellico, in partenza per Israele domenica 15 marzo. Il fondato sospetto è che si tratti di acciaio balistico o cartucce per proiettili (pezzi di ottone modellati in involucri per munizioni).
Il materiale secondo le bolle di carico e i tracciamenti dei container proviene dall’India, nello specifico dall’azienda di acciaio balistico R L Steels & Energy Ltd di Aurangabad. Azienda che fornisce anche il settore della difesa israeliano e che già nel dicembre 2025 aveva consegnato 125 tonnellate di proiettili da 155 mm alla fabbrica di armi IMI Systems”.
Sempre la Maggiori aggiunge che “dalla Spagna e dal Portogallo i container dovrebbero essere diretti a Gioia Tauro per essere spediti (dopo transhipment) a Israele. A Gioia Tauro intanto si sta preparando una mobilitazione popolare, per provare a fermare non solo questi cinque container in partenza, ma anche tutti gli altri che arriveranno”.
Su Radio Onda d’Urto l’intervista alla giornalista Linda Maggiori. Ascolta su radiondadurto.org
Un comunicato di USB Porti e Calabria su quanto sta avvenendo nel porto di Gioia Tauro
L’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi dalla giornalista Linda Maggiori ha portato all’attenzione pubblica un possibile traffico di componenti militari destinati a Israele che coinvolgerebbe anche il porto di Gioia Tauro.
Secondo questa ricostruzione, basata sul lavoro di monitoraggio dell’organizzazione internazionale No Harbour for Genocide, un gruppo di container partito dall’India e diretto verso i porti israeliani di Port of Ashdod e Port of Haifa conterrebbe acciaio balistico o componenti per munizionamento destinati all’industria militare.
In questo quadro il porto di Gioia Tauro risulterebbe uno dei nodi logistici utilizzati per il trasferimento dei container lungo la catena del trasporto marittimo internazionale.
I container segnalati nei giorni scorsi hanno lasciato ieri il porto a bordo della nave MSC Lucy. La partenza della nave è stata anticipata di circa dodici ore rispetto al programma previsto.
Una circostanza che pone interrogativi legittimi: si è trattato semplicemente di operazioni portuali concluse con particolare rapidità oppure della volontà di evitare possibili controlli dopo le richieste di ispezione presentate alle autorità competenti nell’ambito di un’azione internazionale promossa dal movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) e dalle reti pro-Palestina di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia?
Nel frattempo è attesa nel porto di Gioia Tauro la nave MSC Siena, proveniente dalla Spagna, che trasporterebbe altri tre container appartenenti alla stessa spedizione già segnalata.
Per questo chiediamo con forza che Dogana e Guardia di Finanza effettuino immediatamente le verifiche necessarie sui container in arrivo. Gli organi competenti sono già stati messi a conoscenza dei numeri identificativi dei container: effettuare i controlli richiederebbe poco tempo e permetterebbe di fare piena chiarezza su quanto sta accadendo.
In tutto il mondo i lavoratori della logistica e dei porti stanno sollevando il problema della propria responsabilità nella catena della guerra. Chiediamo ai lavoratori portuali di Gioia Tauro di non rendersi complici della filiera bellica e di rivendicare il diritto di non collaborare con operazioni che alimentano guerre, distruzione e massacri.
In molti porti del mondo lavoratrici e lavoratori hanno già scelto di non movimentare carichi destinati a conflitti armati quando esistono dubbi fondati sulla natura delle merci. Non si tratta di gesti simbolici, ma dell’affermazione concreta della dignità del lavoro e del rispetto dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione.
Per questo chiediamo che i container in arrivo con la MSC Siena non vengano movimentati fino a quando non saranno effettuati i controlli richiesti.
Allo stesso tempo è necessario dirlo con chiarezza: non si può scaricare tutta la responsabilità sui lavoratori. Non si può pretendere che siano solo i portuali a farsi carico di decisioni che riguardano scelte politiche, controlli istituzionali e responsabilità delle imprese.
Serve uno sforzo collettivo della società civile, delle associazioni, dei movimenti, delle realtà sociali e democratiche e soprattutto delle istituzioni del territorio per pretendere trasparenza e rispetto delle leggi.
Per discutere pubblicamente di questa situazione e coordinare le iniziative da intraprendere invitiamo tutte e tutti a partecipare a un’assemblea pubblica che si terrà lunedì 16 marzo alle ore 18.00 presso la Casa del Popolo “Giuseppe Valarioti” di Rosarno.
La questione riguarda il nostro territorio, il nostro porto, la sicurezza delle nostre comunità e il netto rifiuto di trasformare infrastrutture civili in ingranaggi delle guerre di saccheggio e di occupazione.
USB Calabria
Orsa Porti Gioia Tauro
Soul Shakedown Party 17 marzo 2026
https://www.podomatic.com/podcasts/piertosi/episodes/2026-03-17T16_05_24-07_00
https://piertosi.podomatic.com/enclosure/2026-03-17T16_05_24-07_00.mp3
Tarrus Riley – Love Salute (live acoustic) (XTM Nation single)
Chezidek – Fool & His Money (Marijuana Prayer album, Tad's)
Luciano – Struggle On (The Storm Is Passing Over album, Stay Nice/Dubshot)
Notis/Heavyweight Rockaz - Ride (Notis/Dubshot single)
Brother Culture – Ghetto Man (Fruits single)
Samory I – Jah Name (Zion I Kings single)
Protoje/Damian Marley – At We Feet (Ineffable single)
Akina Eman – Long Way (Out Deh single)
Hempress Sativa – Woman (Woman album, Django Music)
Hempress Sativa/Tiken Jah Fakoli – Rastaman Chant (Woman album, Django Music)
Hempress Sativa/Jalifa – Ganja Spliff (Woman album, Django Music)
Hempress Sativa – Judgement (Woman album, Django Music)
Hempress Sativa – Marching Out Of Babylon (Woman album, Django Music)
Hempress Sativa – Hotter The Battle (Woman album, Django Music)
Willie Williams/ Brentford Disco Set– No One Can Stop Us Version (Studio One/Soul Jazz single)
Willie Williams – No One Can Stop Us (Studio One/Soul Jazz single)
Willie Williams – Armagideon Time (Studio One/Soul Jazz single)
Judah Eskender Tafari – Just Another Day (Studio One/Blank single)
Gladiators – Happy Man (Studio One/Soul Jazz single)
Carlton & The Shoes – Let Me Love You (Studio One single)
Wailing Souls – Trouble Maker (Studio One/Soul Jazz single)
Ernest Wilson – Money Worries (Studio One single)
martedì 17 marzo 2026
Israele ha ucciso oltre una dozzina di paramedici libanesi in tre giorni, e ora afferma che le ambulanze sono obiettivi di "Hezbollah".
Tra i gruppi più colpiti dalla guerra estesa di Israele contro il Libano figurano gli operatori sanitari. L'Autorità sanitaria islamica di Hezbollah è stata la più duramente colpita.
BEIRUT, LIBANO – All'inizio di ottobre 2025, il paramedico libanese Haj Qassem Sultan si è presentato davanti all'ospedale governativo di Marjayoun, nel sud del Libano, e ha rilasciato un'intervista alla televisione libanese.
“Il nostro messaggio è chiaro. Anche se venissimo uccisi uno ad uno, non abbandoneremo il nostro dovere”, ha affermato. “Continueremo a servire Khiam, Marjayoun, Al-Taybeh, Debbine e tutta la nostra terra sacra”.
Stava partecipando a una commemorazione per sette suoi colleghi uccisi esattamente un anno prima in un raid aereo israeliano contro le ambulanze parcheggiate fuori dall'ospedale. Altri cinque paramedici, tra cui Sultan, rimasero feriti nell'attacco, in quello che le organizzazioni per i diritti umani hanno definito un evidente crimine di guerra .
Venerdì, Sultan è stato ucciso in un altro attacco israeliano contro un centro medico dell'Autorità Sanitaria Islamica (IHA) a Burj Qalaouiyah, nel distretto di Bint Jbeil, nel sud del Libano. Il bombardamento ha distrutto la struttura, uccidendo 12 persone, tra cui medici, paramedici, infermieri e tre pazienti in servizio.
La maggior parte delle vittime lavorava per l'IHA, un'organizzazione di assistenza sanitaria e di emergenza affiliata a Hezbollah che gestisce servizi di soccorso e medici nei sobborghi meridionali di Beirut e in gran parte del Libano meridionale e della valle della Bekaa.
Sultan "era molto amato e rispettato", ha dichiarato a Drop Site News Mahmoud Karaki, portavoce dell'IHA. "Era sempre presente tra la gente. Tutti lo conoscevano."
Il giorno dopo l'attacco, Israele ha rincarato la dose contro gli operatori dei servizi di emergenza, con il suo portavoce militare che ha affermato , senza prove, che Hezbollah stava facendo "un uso militare di strutture mediche e ambulanze" e che le forze di occupazione li avrebbero presi di mira se non avessero smesso.
Lunedì, un attacco aereo contro un'abitazione a Kfar Sir, poco a nord del fiume Litani, ha provocato la morte di una persona. All'arrivo di un'ambulanza dell'IHA (Servizio Sanitario Irlandese), un secondo attacco ha ucciso due paramedici e ne ha ferito un altro, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa statale National News Agency. Altre due ambulanze dell'IHA sono state prese di mira lunedì in attacchi separati, causando la morte di altri quattro paramedici.
"Alcuni dei nostri uomini sono stati uccisi nei nostri centri medici, altri mentre erano sul campo, intenti a estrarre persone dalle macerie", ha detto. "Il luogo esatto in cui si erano recati per le operazioni di soccorso è stato nuovamente preso di mira una volta arrivati", ha aggiunto, una tattica nota come doppio attacco.
Il direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha condannato l'escalation degli attacchi contro gli operatori sanitari in Libano. "Questi episodi mettono in luce il continuo attacco al sistema sanitario libanese, fondamentale per le popolazioni che serve", ha scritto Ghebreyesus in un post sui social media . "L'OMS condanna questa tragica perdita di vite umane e sottolinea che gli operatori sanitari devono essere sempre protetti. Secondo il diritto internazionale umanitario, il personale e le strutture mediche non devono mai essere attaccati o militarizzati".
Il 2 marzo, due giorni dopo l'inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l'Iran, Israele ha intensificato drasticamente l'offensiva contro il Libano con incessanti raid aerei e incursioni di terra. La scorsa settimana Israele ha ordinato lo sfollamento forzato di tutto il Libano meridionale e ha lanciato un'invasione di terra. Nelle ultime due settimane, almeno 850 persone sono state uccise in tutto il Paese, tra cui oltre 100 bambini. Più di 850.000 persone sono state sfollate. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha paragonato l'operazione al genocidio perpetrato contro Gaza e lunedì ha affermato che i residenti libanesi a sud del fiume Litani non potranno tornare alle proprie case a tempo indeterminato.
Tra i gruppi più colpiti dalla campagna militare israeliana intensificata vi sono gli operatori sanitari. Nelle ultime due settimane, gli attacchi israeliani hanno colpito 13 centri medici e di ambulanza e costretto alla chiusura cinque importanti ospedali, secondo il ministero della Salute. Almeno 38 persone sono state uccise finora, tra cui membri dell'IHA (Associazione Sanitaria Islamica), della Croce Rossa e dell'Associazione Scout Islamica Risala, un'organizzazione medica e di soccorso affiliata al Movimento Amal libanese. L'IHA è stata la più colpita, con oltre una ventina di morti, secondo Karaki.
Lo stesso esercito israeliano è stato accusato di aver utilizzato ambulanze in operazioni militari in Libano. In particolare, durante l' attacco alla città di Nabi Chit, nella valle della Bekaa, nel Libano orientale, avvenuto la scorsa settimana e costato la vita a 41 persone, l'esercito libanese ha accusato i commando israeliani di essersi spostati nella zona utilizzando ambulanze contrassegnate dalle insegne dell'Esercito israeliano.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, gli attacchi israeliani contro il personale medico e le infrastrutture fanno parte di uno schema letale emerso durante l'offensiva israeliana contro Gaza. Gli ospedali nell'enclave sono stati sistematicamente bombardati, saccheggiati e distrutti e circa 1.700 operatori sanitari sono stati uccisi durante i primi due anni del genocidio, secondo il Ministero della Salute palestinese di Gaza. Durante l'offensiva israeliana contro il Libano, tra l'8 ottobre 2023 e la fine di novembre 2024, quando è entrato in vigore un "cessate il fuoco", gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 222 membri del personale medico e della protezione civile e ne hanno feriti centinaia, secondo il Ministero della Salute libanese.
I ricercatori di Amnesty International hanno esaminato quattro casi in cui le forze israeliane hanno colpito i soccorritori in Libano durante quel periodo. Secondo Kristine Bekerle, vicedirettrice regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, l'organizzazione non ha trovato prove che le strutture o i veicoli colpiti in quegli attacchi fossero utilizzati per scopi militari all'epoca.
«Abbiamo esaminato gli attacchi che hanno colpito l'Autorità sanitaria islamica, ma abbiamo anche analizzato gli attacchi contro organizzazioni non collegate a Hezbollah, come la Protezione civile libanese e la Croce Rossa, in diverse parti del Paese», ha dichiarato Bekerle a Drop Site. «Abbiamo visto una serie di soggetti civili – alcuni vagamente affiliati a Hezbollah, altri senza alcun legame – essere uccisi, feriti o presi di mira».
"Dal punto di vista del diritto internazionale, i civili e gli obiettivi civili non dovrebbero essere presi di mira", ha aggiunto Bekerle. "Tuttavia, gli operatori sanitari, le strutture sanitarie e le ambulanze godono di una protezione particolare."
Bekerle ha osservato che l'esercito israeliano ha una lunga storia di pubblicazione di menzogne, ma anche se l'affermazione fosse vera, non giustificherebbe attacchi su vasta scala. Secondo il diritto internazionale umanitario, un esercito deve dimostrare che un oggetto specifico viene utilizzato per scopi militari, ad esempio, una particolare ambulanza in un luogo specifico in un momento specifico. "Non si può semplicemente dichiarare che tutte le ambulanze siano obiettivi legittimi", ha affermato Bekerle.
"Quello che stiamo vedendo tra il Libano e Gaza è un'enorme estensione di ciò che viene considerato un obiettivo 'accettabile' per i militari", ha aggiunto. "La realtà è che un'entità civile affiliata a un gruppo armato non statale non è automaticamente un obiettivo".
I massicci e senza precedenti ordini di sfollamento emessi da Israele in Libano hanno reso il lavoro dei soccorritori libanesi ancora più pericoloso.
Moussa Shaalan, un paramedico della Protezione Civile libanese nella città costiera di Sour, ha dichiarato a Drop Site che la guerra in corso è la più dura che abbia mai vissuto in oltre trent'anni di servizio.
"La differenza, questa volta, è che nei villaggi ci sono molte più persone", ha detto Shaalan. "Dicono di non potersi permettere l'affitto in altre parti del paese... e che quando sono fuggiti a nord, sono stati umiliati. Dicono che preferirebbero morire a casa", ha aggiunto. "Quindi la richiesta di servizi di emergenza in condizioni pericolose è molto più alta."
La maggior parte delle zone colpite sono ancora densamente popolate e piene di bambini, ha aggiunto Shaalan. Teme che il bilancio delle vittime continuerà a salire, soprattutto da quando Israele ha iniziato a prendere di mira le infrastrutture civili come ponti e strade che consentono alle squadre di soccorso di raggiungere i feriti.
Karaki, portavoce dell'IHA, ha affermato che gli attacchi di Israele contro i soccorritori fanno parte di un più ampio tentativo di costringere le persone ad abbandonare la regione.
"La presenza di una squadra di soccorritori offre un ultimo senso di sicurezza a coloro che hanno scelto di rimanere saldi sulla propria terra", ha affermato. "Ecco perché l'occupazione prende di mira gli operatori sanitari, che non hanno nulla a che fare con ciò che sta accadendo sul campo di battaglia".
lunedì 16 marzo 2026
La zuppa indigesta di Peter Thiel, Guida suprema del cristianesimo capitalistico
La zuppa indigesta di Peter Thiel, Guida suprema del cristianesimo capitalistico
Come Trump, dimostra che la religione cristiana torna utilissima, nel governo del cuore del fu Occidente, per la costruzione di un nuovo modernismo reazionario, un intreccio di fondamentalismo religioso, liberismo, nazionalismo, culto della tecnica, autoritarismo e, ovviamente, bellicismo. Un mix già sperimentato nella prima metà del secolo scorso
L’annunciato invito, proveniente dalla parte più conservatrice del mondo cattolico, a Peter Thiel, miliardario trumpiano da sempre, e talent scout del poi vicepresidente J.D. Vance, a concionare in un seminario a Roma per ben quattro giorni, a porte chiuse e con messa in latino obbligatoria, assieme all’impossibilità di distinguere il messaggio religioso (cristiano) da quello politico dello stesso Donald Trump, smentisce platealmente la lettura del mondo offerta, negli ultimi anni, dalla destra e da una parte della sinistra, quella liberal-riformista.
La destra, che oggi è ovunque populista e nazionalista, raccontava (e ancora racconta) di incarnare il popolo contro le élite, quelle intellettuali, quelle finanziarie e quelle tecnologiche: Harvard più Wall Street più Silicon Valley, tutte alleate con la “sinistra woke”.






