sabato 7 marzo 2026
In Libano ci sono già 500mila sfollati. «Sembra un esodo biblico»
https://www.avvenire.it/mondo/in-libano-ci-sono-gia-500mila-sfollati-sembra-un-esodo-biblico_105494
di Camille Eid
Abbiamo raccolto le voci di alcune persone che hanno lasciato casa e ora non hanno un tetto sotto cui dormire. «Le bombe ci inseguono». Per loro si sono mobilitati tanti volontari e Ong sul posto, mentre dall'Italia arriva la solidarietà dei connazionali che si sono trasferiti qui. « No al silenzio complice, aiutiamoli»
Passare, nel giro di un giorno, da 30mila sfollati a oltre mezzo milione ha posto enormi sfide a un Paese che sente ancora le ricadute del default finanziario di qualche anno fa. I libanesi più fortunati sono riusciti a ottenere posto nei 321 centri di accoglienza allestiti dal governo, in generale scuole pubbliche, mentre altri hanno trovato una sistemazione presso parenti. La maggioranza tuttavia è ancora alla disperata ricerca di una soluzione.
A Beirut, sulla Corniche di Ramlet el-Baida, si notano intere famiglie che consumano l’iftar, il pasto di rottura del digiuno durante il Ramadan, seduti sul marciapiede. Altre persone dormono in macchina, stanche di girovagare a vuoto. Uno tra i maggiori ostacoli sono i proprietari degli appartamenti situati in zone “sicure” che speculano sull'emergenza. L’affitto di un bilocale che costa normalmente 400 dollari al mese è salito a mille.
Un ruolo fondamentale nell’assistenza viene svolto dalle Ong libanesi e internazionali. Aloma García Grau è responsabile della filiale di WeWorld, una Ong italiana presente nel Paese dei cedri dal 2006. «Offriamo kit di cibo e materiale per l’igiene personale, ma stiamo ora valutando insieme con le autorità libanesi la possibilità di dare alle famiglie dei soldi in contanti per le spese urgenti». «Il nostro staff locale conta una sessantina di volontari, in maggioranza libanesi. Pensare che molti di questi ultimi sono ora essi stessi sfollati ha dell’assurdo». Emad Shuman, che vive in Toscana e fa il mediatore linguistico, è preoccupato per la mamma di 81 anni, oltretutto malata di Alzheimer. «Un parente è andato lunedì mattina per portare lei e la badante a Beirut. Sembrava un esodo biblico. Hanno impiegato 21 ore per fare 80 chilometri. Per tutto il tragitto mia madre era disorientata. Probabilmente si chiedeva se mai potrà rivedere la nostra casa che avevamo finito da poco di riparare dai danni subiti nella precedente guerra del 2024».
Karim sa invece che non potrà rivedere il suo appartamento di Haret Hreik, nella periferia sud di Beirut, costruito con i risparmi di lunghi anni di lavoro in Arabia Saudita. «Mi hanno riferito che è stata rasa al suolo, ma io ringrazio Dio che la mia famiglia è salva». «In che giungla di mondo viviamo?», si chiede indignato. E spiega che suo fratello si è visto negare l’ingresso in Siria pur avendo la moglie siriana. «Perché sei sciita», gli hanno detto. Sentita al telefono, Layla ha ancora la voce tremante. «Le bombe ci inseguono anche laddove pensiamo di stare al sicuro», dice. «Non avevamo ancora finito di sistemarci nella piccola casa che abbiamo trovato a Sidone che una fumata nera ha avvolto tutto il posto». Un missile si era abbattuto contro il decimo piano del palazzo “Makassed”, una nota associazione di beneficienza sunnita che gestisce una vasta rete di scuole e ospedali. «Un’aggressione gratuita ai danni di un’istituzione civile che raccoglie medici e volontari», si legge nel comunicato in cui il Comune di Sidone denuncia cinque uccisi e diversi feriti.
Nel profondo Sud, alcune località cristiane resistono all’ordine di evacuazione. Ad Alma el-Shaab, provincia di Tiro, il rintocco della campana della chiesa ha significato la netta opposizione degli abitanti all’idea dell’esodo. Da Rmeish, provincia di Bint Jbeil, Yussef segnala che gli abitanti non intendono assolutamente partire, nonostante i militari libanesi si siano ritirati da tutta l’area. «Qui sta tutta la nostra vita – dice –. Inoltre, molti sono coltivatori di tabacco e devono badare alle proprie piantagioni». Chiediamo se ci riescono. «Solo nei dintorni delle case, perché è assolutamente vietato avvicinarsi alla frontiera».
Tra i libanesi residenti in Italia è scattata una gara di solidarietà. Zain Medlej, medico a Milano, chiede ai suoi amici italiani di non chiudersi in un silenzio complice. «Nessuna madre – dice in un messaggio video sui social – dovrebbe mettere a letto i suoi figli chiedendosi se l’indomani saranno ancora vivi». «I missili – aggiunge – non abbattono soltanto i muri dei palazzi, ma spezzano anche i cuori di quelli che vi abitano».
Hala Rharrit si era dimessa dal Dipartimento di Stato nell'aprile del 2024, in protesta. Aveva messo per iscritto che il genocidio a Gaza avrebbe prodotto una guerra regionale con l'Iran se Washington non avesse contenuto Israele. Nessuno l'aveva ascoltata. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iran. Khamenei è morto. La regione brucia.
Il 5 marzo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich si è recato al confine nord con il Libano e ha pubblicato un video. «Dahiyeh sembrerà presto Khan Younis», ha detto, dopo che l'esercito aveva ordinato l'evacuazione immediata dei sobborghi meridionali di Beirut. Khan Younis: città del sud di Gaza dove l'Agenzia Anadolu documenta oltre 72.000 morti, 172.000 feriti, il 90% delle infrastrutture civili distrutte. Smotrich non ha citato Khan Younis come esempio di tragedia. L'ha usata come unità di misura. Come parametro di produzione bellica.
Human Rights Watch ha dichiarato il 5 marzo che l'ordine di evacuazione sui sobborghi di Beirut «solleva gravi rischi di violazioni del diritto internazionale umanitario». La stessa formulazione usata per Gaza. Le stesse organizzazioni. Lo stesso protocollo che in due anni non ha fermato niente.
A Gaza, intanto, padre Ibrahim Faltas ha detto all'ANSA il 6 marzo: «Gaza è dimenticata». I valichi restano chiusi. L'ONU è riuscita a far entrare 570.000 litri di diesel da Kerem Shalom, ha dichiarato il portavoce Dujarric, ma Rafah rimane sbarrato. Nei mercati di Deir el-Balah, i civili non fanno più scorte. Sono stanchi di sperare in un confine che si apre e si chiude secondo le esigenze militari altrui.
Il genocidio a Gaza non era un episodio isolato: era la prima pagina di un manuale. Smotrich lo ha citato in pubblico come modello. Rharrit lo aveva scritto due anni fa. Non la cercò nessuno. https://x.com/giuliocavalli/status/2030206182170792021?s=20
Venerdì 6 marzo un’altra scuola elementare è stata colpita da attacchi israelo-americani in Iran
Venerdì 6 marzo un’altra scuola elementare è stata colpita da attacchi israelo-americani in Iran.
Si tratta della scuola Shahid Hamedan in piazza Niloufar di Teheran ed è la quarta scuola colpita dai bombardamenti USA-israeliani da sabato 28 febbraio.Giovedì 5 marzo due scuole sono state bombardate a Parand, a sud-ovest di Teheran, venerdì 6 marzo la coalizione USA-Israele ha colpito la Scuola Shahid Hamedani a Teheran, in piazza
prima scuola colpita è quella di Shajareh Tayyebeh, nella città meridionale di Minab ,il primo giorno degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (UNICEF) ha segnalato che circa 180 bambini sono stati uccisi e molti altri sono rimasti feriti nell’attacco esprimendo profonda preoccupazione per il crescente tributo ai bambini causato dall'attuale escalation militare in Iran.
venerdì 6 marzo 2026
Antimafia, il ddl per mettere Scarpinato e de Raho alla porta: è un caso l’endorsement (smentito) da Nordio
Il Guardasigilli avalla per iscritto la norma contra personam, poi nega. Il testo esiste. E racconta una visione di giustizia coerente
Il 4 marzo Il Fatto Quotidiano rivela che Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ha espresso in una risposta scritta all’interrogazione del senatore forzista Maurizio Gasparri il proprio sostegno formale al Disegno di Legge S. 1277. La norma, promossa dalla maggioranza di centrodestra, imporrebbe l’obbligo di astensione ai componenti della Commissione Antimafia che abbiano ricoperto incarichi istituzionali precedenti ritenuti in conflitto con le indagini in corso. I destinatari reali non sono un segreto: il senatore Roberto Scarpinato, ex Procuratore Generale di Palermo e Caltanissetta, e il deputato Federico Cafiero de Raho, ex Procuratore Nazionale Antimafia. Entrambi del Movimento 5 Stelle. Entrambi sotto scorta da decenni.
Nelle argomentazioni scritte, il Guardasigilli sostiene che la norma “colma la mancanza di una regolamentazione organica” e che l’obbligo di astensione garantisce “terzietà e indipendenza” della Commissione, anche rispetto a chi abbia una conoscenza pregressa dei fatti indagati. La traduzione istituzionale è semplice: chi ha combattuto la mafia sapendone troppe cose non può indagare sulla mafia. La competenza come causa di incompatibilità.
COMMISSIONE ANTIMAFIA: IL COPIONE DELLA SMENTITA
Poche ore dopo la pubblicazione, Nordio nega. «Non mi sono mai espresso sull’Antimafia», dichiara ai giornalisti, definendo la notizia «una delle tante fake news». Il testo della sua risposta esiste, è depositato in Senato ed è leggibile da chiunque. I capigruppo M5S al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi, commentano: «O Nordio non conosce gli atti che firma, oppure pensa di trattare come stupidi i parlamentari».
Il DDL 1277 era stato depositato nell’ottobre 2024 e aveva superato l’esame in sede referente ma a ottobre 2025 era stato accantonato dopo che il Quirinale aveva fatto pervenire riserve sulla compatibilità con l’articolo 67 della Costituzione, che tutela la libertà del mandato parlamentare, contestando anche la genericità della definizione di conflitto di interessi. Un ministro che risponde a un’interrogazione del proprio schieramento per rilanciare quella norma esercita una pressione sul Parlamento che la Presidenza della Repubblica aveva già cercato di fermare.
UNA COERENZA CHE FA PAURA
Sarebbe però un errore leggere questa vicenda come una scivolata. L’endorsement di Nordio al DDL 1277 non è un’anomalia: è la coerenza di una visione. Lo stesso governo/maggioranza che ha abolito il reato di abuso d’ufficio, sottraendo uno strumento di tutela ai cittadini, ha poi ridotto il perimetro delle intercettazioni, senza cui decine di processi antimafia non avrebbero mai preso forma. E porta al referendum del 22 e 23 marzo una riforma costruita per indebolire l’autonomia delle procure rispetto alla politica. Ogni tassello punta nella stessa direzione: ridurre la capacità dello Stato di disturbare chi conta.
Il paradosso lo porta chi ha innescato la mossa. Gasparri, che ha interrogato Nordio per forzarne la posizione pubblica, è lo stesso parlamentare che per due anni ha omesso di dichiarare la presidenza di Cyberealm, società di cybersicurezza con legami negli apparati di intelligence israeliani, mentre sedeva in Commissione Difesa. Si è dimesso solo quando La Notizia ne ha dato conto e la trasmissione Report ha documentato quei rapporti. Che sia lui il promotore di una legge sulla “terzietà” dei commissari antimafia è il tipo di ironia che la politica italiana genera senza fatica.
Il 22 e 23 marzo si vota al referendum sulla riforma della giustizia. Affidare quella riforma a chi ha appena costruito una norma per estromettere per legge i magistrati più scomodi della Repubblica è una scelta. Almeno che sia consapevole.
Centoquarantaquattro. È il numero di giorni consecutivi in cui le forze israeliane hanno violato l'accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo documentano le organizzazioni umanitarie sul campo: attacchi di artiglieria, raid aerei, colpi di arma da fuoco in aree che sulla carta dovrebbero essere protette. Il totale dei morti ha raggiunto 72.116. Dall'accordo ne sono stati uccisi altri 631.
I valichi restano chiusi dal 28 febbraio. Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Deir al-Balah, spiega che i farmaci per il parkinson sono esauriti, finiti gli antidolorifici. Gli ospedali hanno carburante per tre giorni. In Cisgiordania, per il quarto giorno consecutivo, l'esercito ha chiuso posti di blocco e ingressi a città e villaggi.
Mentre accade tutto questo, ieri il Senato italiano ha approvato il DDL Romeo. Centocinque voti favorevoli. Il testo adotta la definizione IHRA, secondo cui l'antisemitismo è "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio". La parola su cui fermarsi è percezione. Non un atto, non un crimine: una percezione. La definizione include tra le possibili manifestazioni di antisemitismo fare paragoni tra la politica israeliana e quella nazista, o criticare lo Stato di Israele come collettività ebraica. Alcune critiche alla condotta di Israele a Gaza diventano, almeno potenzialmente, materia da monitorare. Il PD si è spaccato: Delrio e altri hanno votato sì, il resto si è astenuto. Della Seta ha scritto che è "desolante" che alcuni dem "vi si siano prestati".
Da una parte una legge che tutela una percezione. Dall'altra centoquarantaquattro giorni di violazioni, ospedali senza carburante, una minaccia di rioccupazione totale pronunciata da Smotrich con "legittimità internazionale e sostegno americano". Il problema non è aver scelto da che parte stare. È fingere che le due cose non abbiano nulla a che fare l'una con l'altra.


