venerdì 6 marzo 2026

Esprime solidarietà alla Palestina, salta la liberazione anticipata

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Antimafia, il ddl per mettere Scarpinato e de Raho alla porta: è un caso l’endorsement (smentito) da Nordio

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Il Guardasigilli avalla per iscritto la norma contra personam, poi nega. Il testo esiste. E racconta una visione di giustizia coerente


Il 4 marzo Il Fatto Quotidiano rivela che Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ha espresso in una risposta scritta all’interrogazione del senatore forzista Maurizio Gasparri il proprio sostegno formale al Disegno di Legge S. 1277. La norma, promossa dalla maggioranza di centrodestra, imporrebbe l’obbligo di astensione ai componenti della Commissione Antimafia che abbiano ricoperto incarichi istituzionali precedenti ritenuti in conflitto con le indagini in corso. I destinatari reali non sono un segreto: il senatore Roberto Scarpinato, ex Procuratore Generale di Palermo e Caltanissetta, e il deputato Federico Cafiero de Raho, ex Procuratore Nazionale Antimafia. Entrambi del Movimento 5 Stelle. Entrambi sotto scorta da decenni.

Nelle argomentazioni scritte, il Guardasigilli sostiene che la norma “colma la mancanza di una regolamentazione organica” e che l’obbligo di astensione garantisce “terzietà e indipendenza” della Commissione, anche rispetto a chi abbia una conoscenza pregressa dei fatti indagati. La traduzione istituzionale è semplice: chi ha combattuto la mafia sapendone troppe cose non può indagare sulla mafia. La competenza come causa di incompatibilità.

COMMISSIONE ANTIMAFIA: IL COPIONE DELLA SMENTITA

Poche ore dopo la pubblicazione, Nordio nega. «Non mi sono mai espresso sull’Antimafia», dichiara ai giornalisti, definendo la notizia «una delle tante fake news». Il testo della sua risposta esiste, è depositato in Senato ed è leggibile da chiunque. I capigruppo M5S al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi, commentano: «O Nordio non conosce gli atti che firma, oppure pensa di trattare come stupidi i parlamentari».

Il DDL 1277 era stato depositato nell’ottobre 2024 e aveva superato l’esame in sede referente ma a ottobre 2025 era stato accantonato dopo che il Quirinale aveva fatto pervenire riserve sulla compatibilità con l’articolo 67 della Costituzione, che tutela la libertà del mandato parlamentare, contestando anche la genericità della definizione di conflitto di interessi. Un ministro che risponde a un’interrogazione del proprio schieramento per rilanciare quella norma esercita una pressione sul Parlamento che la Presidenza della Repubblica aveva già cercato di fermare.

UNA COERENZA CHE FA PAURA

Sarebbe però un errore leggere questa vicenda come una scivolata. L’endorsement di Nordio al DDL 1277 non è un’anomalia: è la coerenza di una visione. Lo stesso governo/maggioranza che ha abolito il reato di abuso d’ufficio, sottraendo uno strumento di tutela ai cittadini, ha poi ridotto il perimetro delle intercettazioni, senza cui decine di processi antimafia non avrebbero mai preso forma. E porta al referendum del 22 e 23 marzo una riforma costruita per indebolire l’autonomia delle procure rispetto alla politica. Ogni tassello punta nella stessa direzione: ridurre la capacità dello Stato di disturbare chi conta.

Il paradosso lo porta chi ha innescato la mossa. Gasparri, che ha interrogato Nordio per forzarne la posizione pubblica, è lo stesso parlamentare che per due anni ha omesso di dichiarare la presidenza di Cyberealm, società di cybersicurezza con legami negli apparati di intelligence israeliani, mentre sedeva in Commissione Difesa. Si è dimesso solo quando La Notizia ne ha dato conto e la trasmissione Report ha documentato quei rapporti. Che sia lui il promotore di una legge sulla “terzietà” dei commissari antimafia è il tipo di ironia che la politica italiana genera senza fatica.

Il 22 e 23 marzo si vota al referendum sulla riforma della giustizia. Affidare quella riforma a chi ha appena costruito una norma per estromettere per legge i magistrati più scomodi della Repubblica è una scelta. Almeno che sia consapevole.


di Giulio Cavalli

Centoquarantaquattro. È il numero di giorni consecutivi in cui le forze israeliane hanno violato l'accordo di cessate il fuoco a Gaza. Lo documentano le organizzazioni umanitarie sul campo: attacchi di artiglieria, raid aerei, colpi di arma da fuoco in aree che sulla carta dovrebbero essere protette. Il totale dei morti ha raggiunto 72.116. Dall'accordo ne sono stati uccisi altri 631.

I valichi restano chiusi dal 28 febbraio. Riccardo Sartori, infermiere di Emergency a Deir al-Balah, spiega che i farmaci per il parkinson sono esauriti, finiti gli antidolorifici. Gli ospedali hanno carburante per tre giorni. In Cisgiordania, per il quarto giorno consecutivo, l'esercito ha chiuso posti di blocco e ingressi a città e villaggi.

Mentre accade tutto questo, ieri il Senato italiano ha approvato il DDL Romeo. Centocinque voti favorevoli. Il testo adotta la definizione IHRA, secondo cui l'antisemitismo è "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio". La parola su cui fermarsi è percezione. Non un atto, non un crimine: una percezione. La definizione include tra le possibili manifestazioni di antisemitismo fare paragoni tra la politica israeliana e quella nazista, o criticare lo Stato di Israele come collettività ebraica. Alcune critiche alla condotta di Israele a Gaza diventano, almeno potenzialmente, materia da monitorare. Il PD si è spaccato: Delrio e altri hanno votato sì, il resto si è astenuto. Della Seta ha scritto che è "desolante" che alcuni dem "vi si siano prestati".

Da una parte una legge che tutela una percezione. Dall'altra centoquarantaquattro giorni di violazioni, ospedali senza carburante, una minaccia di rioccupazione totale pronunciata da Smotrich con "legittimità internazionale e sostegno americano". Il problema non è aver scelto da che parte stare. È fingere che le due cose non abbiano nulla a che fare l'una con l'altra.                                                                                                        

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giovedì 5 marzo 2026

 


 


 


 


A Gaza l’oppressione continua come una pratica amministrativa

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A Gaza l’oppressione continua come una pratica amministrativa. I bombardamenti hanno lasciato il posto a un altro ritmo: quello dei valichi che aprono e chiudono e dei camion che passano oppure restano in attesa. Nelle ultime ore il Programma alimentare mondiale ha parlato di una riattivazione graduale del valico di Kerem Shalom per gli aiuti diretti alla Striscia. Graduale è la parola che racconta meglio la situazione: la sopravvivenza dipende da decisioni logistiche prese fuori da Gaza, da autorizzazioni che arrivano o restano sospese, da corridoi che esistono soltanto sulla carta finché qualcuno non li rende praticabili.

Mentre la Striscia resta appesa a questo equilibrio fragile, in Israele si consuma uno scontro istituzionale che riguarda il controllo della polizia. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto alla Corte suprema di valutare la rimozione del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, accusandolo di interferire con l’indipendenza delle forze dell’ordine. Ben-Gvir ha reagito accusandola di voler trasformare la polizia in una «Guardia rivoluzionaria sul modello iraniano». Il lessico è quello della guerra totale: chi prova a far valere regole viene dipinto come nemico interno.

Il conflitto arriva nel pieno della guerra regionale e rivela una frattura profonda nello Stato israeliano. Da una parte il governo rivendica il controllo politico degli apparati di sicurezza e pretende obbedienza. Dall’altra l’ufficio legale dello Stato parla di pressioni sulla catena di comando e di interferenze operative. È una lotta per il comando che si svolge lontano dal fronte, ma che decide anche come verranno gestite piazze, proteste, convogli, ordine pubblico.

Nel frattempo Gaza continua a vivere dentro una sospensione permanente. I tribunali discutono di poteri e competenze, i ministri rilanciano accuse. Nella Striscia la guerra si misura con un’altra unità: il numero di camion che riescono a passare ogni giorno dal cancello del valico, e con il tempo che serve a trasformare una promessa “graduale” in pane.

mercoledì 4 marzo 2026

  

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