domenica 8 novembre 2026

Music In Black: 15 anni di giornalismo musicale e promozione degli artisti

https://www.musicinblack.org/




Dal 2011 il magazine online dalla giornalista Alessandra Margiotta, racconta la musica attraverso interviste, notizie, recensioni e attività di promozione, diventando negli anni un punto di riferimento per artisti e appassionati.

www.musicinblack.org 

 

Music in Black festeggia il traguardo dei suoi primi 15 anni di attività. Nato nel 2011 da un’idea della giornalista ed esperta di musica Alessandra Margiotta, il magazine online continua a raccontare il panorama musicale attraverso interviste, approfondimenti, recensioni, notizie e servizi di promozione e ufficio stampa.

In un panorama digitale in continua evoluzione, raggiungere quindici anni di attività rappresenta un traguardo significativo per una testata online indipendente. Fin dalla sua nascita, Music in Black ha scelto di dare spazio alla qualità, agli artisti emergenti e ai protagonisti della scena musicale nazionale e internazionale, con uno sguardo attento alla musica black e alle sue contaminazioni.

In questi quindici anni il magazine ha raccontato diverse storie, realizzato numerose interviste e seguito l’evoluzione del panorama musicale, costruendo nel tempo un rapporto di fiducia con artisti, professionisti del settore e lettori. 

«Quando Music in Black è nato non immaginavo che sarebbe diventato un progetto così longevo. Quindici anni dopo la voglia di raccontare la musica è la stessa del primo giorno, con ancora più esperienza, entusiasmo e curiosità verso gli artisti e le loro storie. Questo anniversario è soprattutto un grazie ai lettori, agli artisti e a tutte le persone che in questi anni hanno creduto nel nostro lavoro», afferma la fondatrice Alessandra Margiotta.

Il quindicesimo anniversario rappresenta un’occasione per guardare al futuro e continuare a investire in un giornalismo musicale di qualità, nella valorizzazione degli artisti e nella diffusione della cultura musicale, confermando la missione che da sempre accompagna Music in Black: dare voce alla musica e a chi la crea.

R&D Vibes 7 novembre 2026 - Back to Black

https://radiosonar.net/podcast/rd-vibes-10-06-back-to-black/

Questa ventesima stagione sarà l’occasione per ritrovare gli amici e i compagni di strada che ci hanno accompagnato in questi (quasi) due decenni: iniziamo con Alessandra Margiotta @Alessandra.Musicinblack che torna a trovarci in studio e si godrà con noi 90 minuti di sana roots & dub music del passato e dell’immediato presente. Tornano le rubriche “Piccoli Libri” in cui Junior Green ci racconterà di “Robin Hood. Il principe dei ladri” di Alexandre Dumas e “L’almanacco di Laganà” in cui festeggeremo il compleanno di Ian Lewis degli Inner Circle. Nah miss it!!! .. Stay Tuned ..



Theme tune – LINEA DI MASSA LDM Sound System – Reasoning (unreleased)

01 – Jacob Miller & Inner Circle Band – We a Rockers (Mango Records – Island Records)

02 – Jacob Miller & Inner Circle Band – Forward Jah Jah Children (Sweet Music)

03 – Freddy McKAY – Lonely Man  (Thompson Sound Cantabria RE)

04 – Dawitt & Daniel Bless – Block and Delete (Blue Yard Records’ new release) 

05 – Blue Yard Band – Block & Delete Dub (Blue Yard Records’ new release)

06 – Fat Freddy’s Drop – Slings & Arrows (Instrumental Version) (The Drop)

07 – Dubversão meets Spiritual Rockers – Duke’s Melody (Jellow P)

08 – Pupajim & The Co-Operators – Limit Of Growth (Waggle Dance Records’ new release)

09 – Pupajim & The Co-Operators – Reverse This Dub (Waggle Dance Records’ new release)

10 – Vivian Jones & Ashanti Selah meets Uprising Sounds – Power (Ashanti Selah’s new release)

11 – Osbert Maddo – You Wanna Turn Me On (Arabusta Records’ new release RE)

12 – Osbert Maddo – Put It Down Gunman (Arabusta Records’ new release RE)

13 – I-Taweh – Hot A Road (Tap Nat Muzik – Evidence Music)

14 – I-Taweh – Vegetable Market (Tap Nat Muzik – Evidence Music)

15 – Kutral Dub & Shak Manaly feat. Janeke – Ten Spliff (Kutral Dub’s new release)

16 – Disrupt & Sammy Gold – Ital Food (Jahtari’s new release)

17 – Disrupt & Speng Bond – Dead Dem A Go Dead (Jahtari’s new release)

18 – Paolo Baldini ft. Hempress Sativa – Boom (Wah Da Da Deng) (La Tempesta dub)

19 – Mo Kalamity – Conquering Lion (Blackboard Jungle)

20 – Joseph Lalibela meets Vibronics and the Mafia & Fluxy Band – Chant Down Babylon (Scoops)

21 – Joseph Lalibela meets Vibronics and the Mafia & Fluxy Band – Chant Down dub (Scoops)

22 – R.Esistence in Dub ft. Gianni Rojatti – Rainy Days Madness (R.Esistence in Dub’s new release)

23 – Cian Finn & Alpha Steppa – A Holy Disgrace (Alpha Steppa’s new release)

Tryin' to Get to Heaven - Bob Dylan - Bologna 2026

 


Bob Dylan in Terza Loggia - Cronaca personale dell’incontro con Leone XIV, 4 novembre 2026

https://antoniospadaro.substack.com/p/bob-dylan-in-terza-loggia                                                                                                                            

Bob Dylan in Terza Loggia

Cronaca personale dell’incontro con Leone XIV, 4 novembre 2026

Antonio Spadaro                                                                                                                                                                                                                               Porta Sant’Anna, ore 15.30


Avevo fissato un appuntamento con Bob Dylan alle 15.45 di mercoledì 4 novembre alla Porta di Sant’Anna, all’ingresso del Vaticano. Lui e i suoi collaboratori sono arrivati alle 15.00, circa. Hanno fatto dei giri per passare il tempo. Ricevo un messaggio alle 15.25: siamo già qui intorno. Dico di avvicinarsi. Avviso Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, che sta per arrivare. Ero con Carlo Feltrinelli, l’editore italiano di Dylan, intorno alla Porta. Andiamo a passo spedito per incontrarli. Bob era seduto, vestito di nero, con la cravatta, i guanti e il cappuccio della felpa alzato sulla testa. Ho visto che aveva anche un ombrello in mano, ma solo quando è sceso dalla macchina. Lo usava come un bastone.                            Ho esitato un momento, e ho chiesto ai suoi collaboratori se non convenisse abbassarlo davanti al Papa. La risposta è stata semplice: per lui quella è la normalità, e toglierlo avrebbe significato presentarsi come qualcun altro, non Bob. Mi è bastato. Era il suo modo di essere sé stesso adesso, e davanti al Papa voleva sentirsi sé stesso. Nel 1997, a Bologna, si era presentato a Giovanni Paolo II con il cappello da cowboy, e se l’era tolto per salutarlo. Ventinove anni dopo, il cappello era diventato un cappuccio e sarebbe rimasto al suo posto.


I gendarmi vaticani ci hanno scortati fino al Palazzo apostolico. Eravamo molto in anticipo, e abbiamo aspettato quasi tre quarti d’ora.


Tre quarti d’ora di attesa


Abbiamo chiacchierato con lui e i suoi collaboratori. Sia Carlo sia Andrea sono grandi appassionati di Dylan. L’uno, editore, è in grado di ricordare a memoria qualsiasi concerto e qualsiasi scaletta. Il giornale che Monda dirige ha fatto un lungo percorso con Dylan. Nel 2010 lo aveva escluso da una lista dei dieci dischi indispensabili, accusandolo di aver dato il via a generazioni di cantautori con «belle parole più tre note»; nel 2016 aveva commentato che il Nobel non doveva aver fatto piacere agli «scrittori veri». Da quando Monda ne ha assunto la direzione, alla fine del 2018, Dylan è diventato una presenza regolare: tra il 2019 e l’ottobre 2026 lo nominano in ottantatré articoli. E lo scorso luglio l’Osservatore ha stampato il suo nome in nota a un testo del Papa.


Durante la visita ho chiesto a Bob di firmarmi un libro, 64 Lyrics, l’antologia bilingue delle sue canzoni curata per Crocetti da Alessandro Carrera e dallo stesso Carlo Feltrinelli. Ha sorriso e mi ha detto “may be”. Gli ho porto una piccola penna a quattro colori che porto spesso con me, e l’ho settata sul nero. Me l’ha dedicata. E poi ha scritto le altre dediche a Carlo e Andrea, e abbiamo pensato di farne una dedicata ad Alessandro Carrera, suo grande studioso.


Come si arriva a un pomeriggio del genere? È una domanda che, in quei giorni, mi è stata posta in molti modi. Preferisco tenere la risposta per me. Per quanto mi riguarda, il mio compito è stato quello di connettere i fili. Dylan desiderava incontrare Leone, e Leone era del tutto aperto all’incontro. Nessuno doveva essere convinto: un’udienza del genere la decide il Papa, e lui soltanto. Il lavoro vero è stato far combaciare due agende, quella di un musicista in tournée, che aveva suonato a Milano lunedì e avrebbe suonato a Roma giovedì, e quella di un Papa che venerdì sarebbe partito per l’Uruguay, l’Argentina e il Perù. Questi incontri non nascono da un piano disegnato a tavolino. Nascono da amicizie e relazioni concrete, e sono belli proprio perché informali, fuori dal protocollo e dai programmi di belle udienze.


Terza Loggia, ore 16.20


Alle 16.20 siamo saliti alla Terza Loggia, all’appartamento del Papa. Ho sentito il brivido di vivere un incontro dal sapore della storia, con la sensazione che a ogni passo potesse accadere qualsiasi cosa. Dylan è imprevedibile, e un incontro con lui non segue un copione. Camminava con la testa bassa, sotto il cappuccio. Da dietro sembrava un monaco che camminava in meditazione nel suo chiostro. Dunque perfettamente contestualizzato.


Il filo che lo aveva portato fin lì era una nota a piè di pagina. Il 21 luglio l’Osservatore aveva pubblicato il testo inedito in cui Leone XIV introduce Disarmata e disarmante. La pace è un dono, un’antologia dei suoi interventi sulla pace per la Libreria Editrice Vaticana. Nelle note, dopo Agostino, Giovanni Paolo II e Paolo VI, compariva un quinto rinvio: «Bob Dylan, Go Away You Bomb, 1963». Il Papa lo chiama in causa per sostenere che, nell’era atomica, a generare la pace è il disarmo, e lo presenta così: «Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan, rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica». Nello stesso testo compaiono Dorothy Day, Giorgio La Pira e Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico che nel 1983 non trasmise un allarme missilistico che i computer davano per certo.


L’uomo che stavo accompagnando aveva scritto quel testo quando era poco più che ventenne. Nel 1963 Izzy Young, che al Greenwich Village teneva il Folklore Center, preparava un canzoniere contro la bomba atomica. Quando gliene parlò, Dylan tornò il giorno dopo con un foglio battuto a macchina: un uomo parla alla bomba, la insulta, le ordina di andarsene. Il canzoniere non uscì, e Dylan quella canzone non la incise mai. Young, trasferitosi a Stoccolma, ritrovò il foglio in un cassetto e nel 2013 lo affidò a Christie’s. All’asta nessuno lo comprò, ma i giornali pubblicarono i versi, e così una canzone che nessuno aveva mai sentito cantare è arrivata sulla scrivania di un Papa.


Leone avrebbe potuto scegliere Masters of War, dello stesso anno e celebre in tutto il mondo. Lo aveva già evocato, del resto: il 16 aprile, a Bamenda, nel Camerun anglofono, aveva denunciato i «masters of war», i padroni della guerra che fingono di non sapere che per distruggere basta un istante. Per la nota ha scelto invece una pagina che conosce chi ha ascoltato e letto Dylan a lungo. Il verso citato rimprovera alla bomba di essere opera dell’uomo, e qui sta il nodo della sua predicazione sulla pace: le armi nascono da decisioni umane, e decisioni umane possono disfarle.


La stretta di mano, ore 16.30


Quando Bob è entrato, il Papa non ha mostrato il minimo imbarazzo, e neanche sorpresa. Lo ha accolto subito così com’era. Dylan si è tolto i guanti per salutarlo, e i due si sono dati una forte stretta di mano guardandosi negli occhi. In quel momento mi sono commosso. Bob ha salutato quasi timidamente, sussurrando le sue parole. Lo si vede anche nelle fotografie: Leone sorride.


L’ultima volta che Dylan aveva stretto la mano a un papa era la sera del 27 settembre 1997, a Bologna, a conclusione del Congresso eucaristico nazionale. Aveva cantato Knockin’ on Heaven’s Door e A Hard Rain’s A-Gonna Fall davanti a Giovanni Paolo II e a trecentomila ragazzi; poi era salito impacciato i gradini e aveva stretto la mano a Wojtyła, che di anni ne aveva settantasette. Io a Bologna non c’ero. Quella sera il Papa riprese Blowin’ in the Wind nel suo discorso ai giovani: «Mi avete chiesto: quante strade deve percorrere un uomo per potersi riconoscere uomo? Vi rispondo: una! Una sola è la strada dell’uomo, e questa è Cristo». Il cantante interrogava, il Papa rispondeva. Il cardinale Ratzinger non era d’accordo con quell’invito, e dieci anni dopo, ormai Benedetto XVI, scrisse di essere stato scettico sull’opportunità di far intervenire «questo tipo di profeti».


In quella stretta di mano alla Terza Loggia lo schema di Bologna si era rovesciato. Leone non aveva preso in considerazione la domanda di Dylan per precisarla. Aveva preso un suo verso e lo aveva messo a sostegno della propria tesi, con titolo e anno, come si fa con una fonte. Il «profeta» di cui Ratzinger dubitava era finito in nota accanto a Paolo VI, chiamato poeta, e adesso stringeva la mano al Papa.


Anche Patti Smith, il 31 luglio, aveva cominciato con un sussurro. Seduta davanti a Leone, nella biblioteca del Palazzo apostolico dove l’avevo accompagnata, aveva detto soltanto «Hi», come all’inizio di Wave, la canzone del 1979 in cui immagina di parlare con Giovanni Paolo I. Il Papa aveva riso, aveva riconosciuto il riferimento e le aveva risposto «Hi».


Il tavolo della biblioteca


Dopo i saluti a tutti noi, seguono alcune foto. Una nota sulle foto. Normalmente, in queste udienze, ci sono anche un cameraman e un secondo fotografo. Le foto servono a documentare l’attività del Papa. Il messaggio pervenuto da Dylan il giorno prima era inequivocabile: non voleva che ci fossero telecamere. Circa il fotografo: diciamo che ha accettato che ce ne fosse uno. Altrimenti non avremmo avuto alcuna traccia visibile di questo incontro. La volontà di Dylan era che non fosse un incontro mediatico. La rivelazione della particolare estetica che le foto hanno diffuso nel mondo è stata tollerata, ma certamente non voluta.


Mentre li lasciavamo soli, Leone e Dylan si sono seduti uno di fronte all’altro, nell’angolo di un tavolo della biblioteca, come due vecchi amici. Il Papa ha settantun anni ed è nato a Chicago; Dylan ne ha ottantacinque ed è cresciuto a Hibbing, in Minnesota. Due americani del Midwest: il ragazzo del Minnesota che ha vinto il Nobel e il ragazzo di Chicago diventato Papa. Robert Prevost era adolescente nel passaggio tra gli anni Sessanta e Settanta, e la musica americana di quegli anni ha fatto parte del suo bagaglio fin dalla giovinezza. Alla Villanova University un compagno di studi, Jim Musselman, grande ammiratore di Dylan, parlava molto di musica con lui e gli fece leggere un saggio in cui Dylan era indicato come il talento poetico della loro generazione. Dylan fa parte della colonna sonora della generazione di Leone. Un disco o un periodo preferito? Non gliel’ho mai sentito dire. Posso solo notare che le due canzoni che ha citato in pubblico risalgono al 1963 e parlano di guerra.

Due giorni dopo Mario Trifunovic di katholisch.de mi avrebbe chiesto se il Papa sia ormai diventato una sorta di popstar che incontra altre popstar. A quel tavolo non c’era un palco, non c’era un pubblico. Una popstar ha bisogno di una platea; lì c’era un uomo di ottantacinque anni che salutava quasi timidamente, davanti a un altro uomo che conosce le sue canzoni da quando era ragazzo a Chicago. Era un incontro privato, non un’udienza ufficiale, e non era stato annunciato.


Poi i doni. Su un vassoio c’era una piccola scatola rossa con dentro un rosario: è il regalo che Leone ha fatto a Dylan, lo stesso che gli aveva fatto Giovanni Paolo II a Bologna. Dylan ha portato al Papa una copia firmata di Chronicles. Volume One, il libro in cui racconta a modo suo come è diventato Bob Dylan. Quel dono mi ha colpito. Un’autobiografia consegnata a un figlio di sant’Agostino, cioè dell’uomo che con le Confessioni ha dato all’Occidente il modello del racconto di sé come ricerca di Dio.

L’8 maggio 2025, dalla loggia di San Pietro, Leone si era presentato al mondo proprio come «un figlio di sant’Agostino». Non potevo fare a meno di pensare che Dylan, nel 1967, aveva sognato quel santo. In I Dreamed I Saw St. Augustine, nell’album John Wesley Harding, il narratore vede Agostino camminare tra i più poveri in cerca di chi ha già venduto la propria anima, assiste al suo martirio, che nella storia non è mai avvenuto, e al risveglio scopre di essere stato lui stesso tra la folla dei carnefici. Il modello era una ballata degli anni Trenta su Joe Hill, il sindacalista fucilato nello Utah che in sogno torna a parlare ai minatori; Dylan mise al suo posto il vescovo di Ippona, e l’invito alla lotta diventò un esame di coscienza. È una canzone bella e dura. L’accostamento è mio, non del Papa, come avrei precisato il giorno dopo a Ray Padgett.


C’era anche un altro filo, meno visibile. Dylan è un ebreo del Minnesota che ha imparato a scrivere nella lingua della Bibbia. A Hibbing, cittadina mineraria a maggioranza cattolica, non c’era un rabbino, e per il suo bar mitzvah, nel 1954, la famiglia ne fece venire uno da fuori, che prese alloggio sopra un caffè dove si suonava rock and roll. «Sono una persona religiosa», disse al Wall Street Journal nel 2022, mettendo nella stessa frase i cinque libri di Mosè, le lettere paoline e l’invocazione dei santi. Il Papa agostiniano aveva davanti a sé un uomo che parlava la lingua della Scrittura da sessant’anni.


A quattr’occhi


Di quello che si sono detti Leone e Bob non so nulla, ed è giusto così: ciò che due persone si dicono a un tavolo resta tra loro. Posso dire come si guardavano, ed era uno sguardo bello, intenso.


Quando, dopo circa 15 minuti o poco più, Bob è uscito, aveva un’espressione intensa ed estremamente concentrata. È rimasto in totale silenzio, ma si vedeva che era contento. Gli ho camminato accanto fino all’ascensore che ci avrebbe portati al Cortile di San Damaso. In silenzio. Poi ho sentito di dire a tutti: «allora siamo contenti!» e lui lì ha sorriso sussurrando un «sì».

Dylan evita le apparizioni pubbliche da sessant’anni, e nel 2016 alla cerimonia del Nobel non andò: fu Patti Smith a cantare A Hard Rain’s A-Gonna Fall al suo posto. Se ha attraversato il Palazzo apostolico con il cappuccio in testa, è perché quell’incontro lo voleva. Per chi ha scritto contro la bomba poco più che ventenne, sentirsi citare da un Papa a ottantacinque anni significa vedere che quella parola non si è persa.


Ore 17.03


La notizia è uscita a incontro avvenuto, come accade per le udienze private, che non si annunciano. Alle 17.03 Vatican News ha pubblicato su X le fotografie di Vatican Media: il Papa in bianco che sorride, Dylan in nero con il cappuccio alzato.


Dopo aver rilanciato su Instagram il post dell’Osservatore Romano, sei minuti dopo ho pubblicato il mio post personale. Scrivevo del privilegio e della gioia di aver accompagnato Bob dal Papa, dell’emozione di vivere «un incontro che ha il sapore della storia» e della sensazione che, «ad ogni passo nel Palazzo apostolico, sarebbe potuta accadere qualunque cosa». L’Osservatore Romano aveva appena pubblicato il mio articolo Dylan l’agostiniano, dando la prima foto dell’incontro.


La fotografia ha fatto metà del lavoro. Un uomo in bianco e un uomo in nero, uno che sorride e l’altro con il cappuccio in testa. Dylan si fa vedere pochissimo lontano dal palco, e trovarlo seduto a un tavolo, così vicino a qualcuno, sorprende già di per sé. Poi la rete ha cominciato a giocare: per New York Magazine Dylan era un signore dei Sith, il paragone con l’imperatore Palpatine di Guerre stellari è diventato il più ripetuto, GQ ha titolato sul fatto che fosse vestito come Timothée Chalamet. Dylan è un uomo che da sessant’anni si sottrae a chi vuole definirlo, e che la rete abbia fatto della sua figura una maschera proprio il giorno in cui era venuto a mostrarsi senza maschere ha una sua ironia.


Il cappuccio


A sera inoltrata, meditando su quell’incontro, ho scritto un post intitolato Bob e il cappuccio. Scrivevo che molti mi chiedevano perché Bob porti sempre il cappuccio, anche ai concerti, sempre. Le sue ragioni sono sue, e non tocca a me giudicarle. So però che è così che si sente sé stesso, e così ha voluto presentarsi al Papa: un artista di grande sensibilità, che non vuole indossare maschere. E il Papa ha accolto questo suo modo di essere con grande naturalezza, come dicevo. Nei giorni seguenti me lo hanno chiesto ancora, e la risposta non è cambiata.


Per le udienze esiste un’etichetta che richiede un abbigliamento sobrio e scuro, e chi accompagna un ospite gliela spiega. Con un artista si tiene conto anche di chi è: arriva con la propria figura pubblica e, talvolta, l’abito ne fa parte. Dylan è venuto in nero e con la cravatta. Non mi è mai capitato di dover chiedere a un artista di cambiarsi d’abito: si spiega il contesto, e chi accetta di venire, in genere, lo ha già capito da sé.


C’è anche una ragione più profonda per leggere quel cappuccio senza scandalo. Leone è un agostiniano, e le Confessioni si aprono con un cuore inquieto che non trova pace. Chi è inquieto non lascia la propria inquietudine sulla porta, neanche sulla soglia dell’appartamento pontificio. Dylan non si è mai lasciato incasellare, e il cappuccio gli appartiene come gli appartengono le sue reticenze. Ma è entrato in silenzio, con discrezione, in punta di piedi, timidamente, mi verrebbe da dire. Il rispetto si vede nel modo in cui ci si comporta davanti a una persona. Nel 1997 Dylan si era tolto il cappello; alla Terza Loggia si era tolto i guanti per stringere la mano al Papa, guardandolo negli occhi.


Sabato 7 il tour di Dylan è arrivato a Bologna, nella città in cui ventinove anni fa salì impacciato i gradini verso Giovanni Paolo II.



Rolling Stones annunciano la deluxe edition Foreign Tongues, Loose Lips

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/10/14/rolling-stones-annunciano-la-deluxe-edition-foreign-tongues-loose-lips_ba81b56d-2254-469e-9571-e58e94985a4c.html

In uscita il 27 novembre con cinque nuove registrazioni

 


Rolling Stone annunciano Foreign Tongues, Loose Lips la deluxe edition dell'album Foreign Tongues (il quattordicesimo album in studio dei Rolling Stones, uscito il 10 luglio scorso), in uscita il 27 novembre per Polydor/Universal Music.

    La nuova raccolta include cinque nuove registrazioni realizzate durante il periodo creativo che ruota attorno a Foreign Tongues: Where There's A Will', Who You Callin' Crazy, con la partecipazione del sassofonista jazz Courtney Pine, Human Tide, Bad Luck Hideaway, un duetto vocale di Mick Jagger e Keith Richards con Charlie Watts alla batteria, e She Still Comes Around.

Nel loro insieme, i cinque brani catturano l'energia creativa delle sessioni di Foreign Tongues, mettendo in luce l'intesa artistica che da sempre caratterizza gli Stones e la loro voglia di creare nuova musica, pur attingendo a quel sound inconfondibile che definisce la band da oltre sei decenni.
    Bad Luck Hideaway, già pubblicato come bonus track nell'edizione di Foreign Tongues su iTunes, è stato recentemente reso disponibile su un numero più ampio di piattaforme digitali come lato B del nuovo singolo Mr. Charm'.

    Who You Callin' Crazy sarà disponibile in formato digitale dal 20 ottobre, offrendo ai fan un primo assaggio del materiale inedito tratto da Foreign Tongues, Loose Lips.

Keith Richards. Lo sporco lavoro del rock di Luca Garrò


Keith Richards non ha semplicemente vissuto il rock: lo ha incarnato, consumato, sfidato fino ai suoi limiti estremi. Eppure, ridurre la sua storia a una sequenza di eccessi significa perdere il punto essenziale. Perché nella sua vita ogni caduta, ogni amore, ogni eccesso si è trasformato in suono. Dall’incontro decisivo con Mick Jagger che diede vita ai Rolling Stones, Richards costruisce un linguaggio musicale unico, fatto di riff essenziali e ritmo viscerale. Ma mentre il successo cresce, aumenta il caos: droghe, arresti, relazioni turbolente. E proprio lì, nel disordine, prende forma una delle musiche più influenti del Novecento. Accanto a Keith, figure fondamentali come Anita Pallenberg e Patti Hansen segnano due poli opposti della sua esistenza: distruzione e salvezza, abisso e rinascita. La sua vita è il laboratorio emotivo da cui nascono canzoni, atmosfere, intuizioni. Luca Garrò racconta Keith Richards come un paradosso vivente: fragile e indistruttibile, anarchico e disciplinato, istintivo ma profondamente consapevole del proprio ruolo artistico. Un uomo che ha trasformato l’entropia in ritmo e la sopravvivenza in arte. Perché il segreto del chitarrista dei Rolling Stones non è solo aver scritto alcune delle canzoni più iconiche della storia del rock. È aver dimostrato che, a volte, la musica migliore nasce proprio sul confine tra autodistruzione e creazione.

Marshall Neeko Meets Jah Golden Throne - Old Time Something Come Back Again, Vol. 4 (Chase Vampire Riddim)


venerdì 6 novembre 2026

Frontiera Beccaria, parla la comandante: “Ma quali maranza, questo è disagio. La prima domanda che fanno? Se c’è lo psicologo”

Iolanda Tortù guida gli agenti all’interno dell’istituto minorile di Milano, segnato dal sovraffollamento: "I ragazzi? Sbagliato semplificare troppo una realtà complessa. Ogni persona è un sistema a sé"

Sabato, 7 novembre 2026




Milano – "Oggi c’è uno psicologo?" È una domanda che i giovani detenuti del Beccaria, "ci fanno spesso", afferma Iolanda Tortù, comandante del carcere minorile milanese, a margine della conferenza dell’ordine degli psicologi lombardi dedicata al lavoro degli operatori sanitari nei penitenziari. Ma il disagio profondissimo non può essere relegato tra le mura dell’istituto sovraffollato ("attualmente 64 detenuti, mentre la capienza è di 46 posti"). Nasce tra le crepe delle periferie e, talvolta, come nelle devastazioni del 17 e del 18 ottobre, finisce per detonare come esplosivo anche nel pieno centro della città. "Questo disagio dei ragazzi è legato innanzitutto alla loro età, e, forse è scontato ma anche troppo reale, per la mancanza di punti di riferimento", sostiene Tortù.


"Si tende a semplificare troppo una realtà complessa”

La comandante, alle spalle 22 anni nel ruolo di agente sempre al Beccaria, è tornata nel ruolo di commissaria e poi comandante nel momento più delicato, — quando era iniziata l’inchiesta della Procura di Milano che ipotizza maltrattamenti e torture da parte di alcuni agenti sui minori detenuti —, con l’intento di risollevare le sorti dell’istituto. Un’utenza che è molto cambiata negli anni, con l’aumento di minori stranieri non accompagnati e ragazzi di seconda generazione. Ma secondo Tortù, etichette e rigidi steccati rendono miopi: "Si tende a semplificare troppo una realtà complessa. Quello che vedo veramente cambiare è un aumento esponenziale dei maltrattamenti in famiglia. Un fenomeno trasversale, che interessa sia gli adolescenti italiani che quelli di seconda generazione". E qui si apre una parentesi, non marginale: "Perché, ricordiamolo, la maggioranza dei ragazzi che adesso abitano negli istituti sono italiani, e non solo di seconda generazione".


"Smettiamola di chiamarli maranza”

E, a proposito di etichette, "dovremmo davvero smettere di usare la parola “maranza”", afferma. Parola che non rispetta la realtà perché "nel lavoro quotidiano mi rendo conto che nessun ragazzo lo è". Categorie che ingabbiano e mistificano, come "quando parliamo dei loro malesseri. Molti sono dipendenti da sostanze, ma sono tossicodipendenti, hanno un disturbo del comportamento o, ancora, sono cresciuti in ambienti di disagio? Ogni ragazzo potrebbe entrare in tutte e tre le statistiche o in nessuna di loro. E questo vale pure nel definire chi è straniero o meno. C’è chi è più legato alla famiglia di origine, chi è perfettamente integrato, chi è solo. Ogni persona ha un sistema. E i ragazzi in carcere sono un po’ di tutto".


Carceri in ginocchio

Carceri che sono in ginocchio. Mancano spazio e pure agenti, educatori, mediatori, psicologi. "Attualmente il numero dei nostri agenti è corretto, ma la grossa difficoltà è quella che si replica sempre. Abbiamo un forte ricambio generazionale per cui il personale è sempre molto giovane. E questo non aiuta".

Dal sondaggio presentato dall’ordine degli psicologi emerge che la principale preoccupazione per chi opera nelle carceri lombarde è la sicurezza, che non è però legata al rapporto diretto con i pazienti. Il 35% degli psicologi ha assistito a rivolte o incendi durante il loro lavoro. Si segnalano spazi fisici inadeguati, mancanza di dispositivi di sicurezza, carenza di personale, situazioni di aggressività e violenza, complessità clinica dell’utenza. "Il lavoro degli psicologi è imprescindibile. Io ho imparato tanto da loro. Mi rendo però conto che sono spesso costretti a lavorare in spazi non consoni. Gli spazi detentivi sono ricavati da luoghi non pensati per le esigenze delle carceri. Noi abbiamo due stanze di isolamento (finite al centro dell’inchiesta, ndr ) che stiamo chiudendo. Gli spazi devono essere altri", conclude la comandante.


https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/frontiera-beccaria--la-comandante-maranza-bacdf1a6?utm_source=piano&utm_medium=email&utm_campaign=49265&pnespid=7744US1JarxKyqLZuz2oDYCUrx6nRJFuNueg3PQwtEZmm6pH14Z3FsTRxCLvDJUztT.sdgE04Q

L'offensiva intensificata di Israele contro Hebron, durata 11 giorni

https://www.dropsitenews.com/p/hebron-forced-displacement-israeli-operation?utm_source=post-email-title&publication_id=2510348&post_id=223529643&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=2yf2ky&triedRedirect=true&utm_medium=email

Il 1° novembre 2026, a Hebron, nella Cisgiordania occupata, alcuni palestinesi sfollati hanno organizzato una protesta per chiedere di poter tornare alle proprie case. Foto di Mamoun Wazwaz/Anadolu via Getty Images.


HEBRON, Cisgiordania occupata – Baher Sultan è tornato lunedì nella sua casa nel quartiere di Khallet al-Maghariba a Hebron, nove giorni dopo che i soldati israeliani si erano presentati alla sua porta e avevano ordinato alla sua famiglia di andarsene. Sultan, sua moglie e i suoi quattro figli erano tra le migliaia di famiglie sfollate con la forza durante una massiccia operazione militare israeliana nella città.

La casa in cui fecero ritorno era stata saccheggiata. Sultan ha raccontato che i soldati avevano occupato l'abitazione per diversi giorni, frugando negli armadi, rompendo finestre e serrature e danneggiando mobili e altri oggetti personali.

Nonostante i danni e i disagi che hanno sconvolto le loro vite, Sultan, 47 anni, ha affermato che la sua famiglia era felicissima di essere semplicemente tornata nel proprio quartiere. "Siamo tornati lo stesso giorno in cui l'esercito si è ritirato. Non vedevo l'ora", ha dichiarato a Drop Site News.

L'offensiva di 11 giorni dell'esercito israeliano contro Hebron è seguita all'attacco del 23 ottobre, compiuto da due uomini armati palestinesi contro un checkpoint militare nella città, in cui sono rimasti uccisi due soldati israeliani prima che i due attentatori venissero a loro volta uccisi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato la città poco dopo e ha annunciato una vasta operazione militare. "Le Forze di Difesa Israeliane entreranno nei quartieri da cui sono emersi i terroristi, evacueranno i residenti, andranno casa per casa e smantelleranno le infrastrutture terroristiche. Siamo pronti per un'operazione su vasta scala in Giudea e Samaria", ha dichiarato, usando il nome israeliano per la Cisgiordania.

Sultan ha affermato che il calvario è iniziato il 24 ottobre, quando i soldati israeliani hanno fatto irruzione nel suo quartiere e hanno iniziato a bussare alle porte dei residenti.

«Eravamo spaventati fin dal momento in cui il governo di occupazione ha fatto il suo annuncio. Osservavamo cosa stava succedendo e, quando l'esercito si è diffuso nel quartiere e gli altoparlanti hanno iniziato a diffondersi, ci siamo spaventati e confusi», ha raccontato. «I soldati sono scesi dai veicoli e hanno iniziato a bussare alle porte. Quando ho aperto, mi hanno chiesto chi abitasse lì e mi hanno preso la carta d'identità. Gliel'ho detto e mi hanno comunicato che dovevo lasciare la casa portando con me solo lo stretto necessario. Alcuni di loro gridavano [in ebraico] e non capivamo cosa dicessero, ma eravamo terrorizzati».

Prima di entrare in città, l'esercito israeliano ha sigillato tutti gli accessi, costringendo quasi 5.000 palestinesi ad abbandonare le proprie case, demolendo edifici e interrompendo l'attività scolastica di circa 80.000 studenti. Alle famiglie dei quartieri di Al-Jalda e Deir Bahha è stato ordinato di fuggire, mentre i residenti di altri quartieri sono stati sottoposti a un rigido cordone militare.

Mentre l'attacco era in corso, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvertito il 27 ottobre che l'operazione militare israeliana presentava allarmanti analogie con l'attacco israeliano del 2025 contro tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale, che causò lo sfollamento di oltre 32.000 palestinesi e che, secondo Human Rights Watch, si configurarono come crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

I soldati lasciarono Sultan e la sua famiglia a vagare per le strade dopo aver ordinato loro di lasciare il quartiere. Trascorsero i primi due giorni spostandosi da una casa all'altra dei parenti, finché il cugino di Sultan offrì loro il suo appartamento nel quartiere di Sheikh, vicino a Bab al-Zawiya, nel centro di Hebron, dove rimasero per i successivi cinque giorni senza sapere quanto sarebbe durato il loro sfollamento.

I suoi figli, rimasti a casa da scuola dal primo giorno dell'operazione militare, hanno faticato ad adattarsi all'ambiente sconosciuto.

«Non si sentono liberi di muoversi e provano timidezza e imbarazzo ogni volta che fanno qualcosa, come chiedere da mangiare o andare in bagno. Non ne parlano per non mettere in imbarazzo i nostri cugini», ha detto Sultan a Drop Site mentre la famiglia era ancora sfollata. «I loro bisogni vanno oltre il cibo e un riparo. Hanno bisogno di uno spazio in cui muoversi, di libri e quaderni e di un'istruzione che permetta loro di condurre una vita normale».

L'esercito israeliano si è ritirato dai quartieri occupati all'alba del 2 novembre, dichiarando di aver concluso le operazioni dopo aver confiscato un totale di quattro armi. Le famiglie hanno iniziato a tornare nelle loro case danneggiate ad Al-Jalda e Deir Bahha lo stesso giorno, e scuole, università e attività commerciali hanno iniziato a riaprire, ha dichiarato il sindaco Yousef al-Jabari ad Al Jazeera.

Sultan ha affermato che la maggior parte delle case a Khallet al-Maghariba ha subito danni da lievi a moderati, con le finestre rotte tra i segni più evidenti dell'operazione, aggiungendo che alcuni residenti ritengono che parte dei danni sia stata causata dal dispiegamento di cecchini israeliani nella zona.

Anche i suoi figli sono tornati a scuola. "Ora sono felici", ha detto.


Una città devastata dall'occupazione


Situata nella parte meridionale della Cisgiordania, Hebron è la città più grande del territorio, con circa 200.000 abitanti, e per decenni è stata una delle più rigidamente controllate dall'occupazione israeliana.

A differenza di altre città della Cisgiordania circondate da insediamenti israeliani, solitamente situati sulle colline circostanti, a Hebron gli insediamenti israeliani si trovano nel cuore della città, con coloni israeliani armati che vivono in mezzo ai residenti palestinesi. Inoltre, a differenza di altre città della Cisgiordania, Hebron non ha ottenuto lo status di Area A in base agli Accordi di Oslo.

Nel 1997, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e il governo israeliano firmarono il Protocollo di Hebron , che divise la città in due sezioni: H1, comprendente l'80% della città nominalmente sotto controllo palestinese, e H2, comprendente il 20% della città sotto il pieno controllo militare israeliano, che include la Città Vecchia e la storica Moschea di Ibrahimi. Circa 40.000 palestinesi vivono in H2 insieme a diverse centinaia di coloni, in un'area con una forte presenza militare israeliana. Secondo le Nazioni Unite, la città ospita anche circa il 40% degli 89 principali checkpoint della Cisgiordania e l'11% di tutti i 925 ostacoli alla circolazione presenti nel territorio.

Il Protocollo di Hebron fu firmato in seguito al massacro della moschea di Ibrahimi del 1994, quando Baruch Goldstein, un colono nato negli Stati Uniti, aprì il fuoco sui palestinesi che pregavano nella moschea di Ibrahimi, uccidendo 29 fedeli.

Israele ha risposto dividendo la moschea e chiudendo via Shuhada, la principale arteria commerciale della Città Vecchia, ai palestinesi. Entro il 2007, 1.829 attività commerciali nel centro città avevano chiuso, circa 440 delle quali per ordine militare.

«Oggi coloro che governano Israele sono seguaci dell'uomo che ha perpetrato il massacro e cercano di spodestarci ed espellerci», ha affermato Sultan, riferendosi a Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale israeliano, che per anni ha tenuto un ritratto di Goldstein appeso alla parete del suo salotto prima di entrare a far parte del governo.

Per Sultan, che ha vissuto il massacro del 1994, l'ultima operazione israeliana è stata quasi altrettanto grave. Afferma che almeno all'epoca il governo israeliano si sentì comunque in dovere di condannare pubblicamente la violenza, seppur formalmente.

"Oggi, coloro che commettono sfollamenti, uccisioni e demolizioni sono il governo e gli estremisti di destra al suo interno", ha affermato.

Per i residenti che fanno ritorno alle proprie case questa settimana, l'attacco e il conseguente sfollamento rappresentano solo una parte di una storia ben più lunga.


Espulsione di massa


Abdul Shakour Mujahid ha affermato che la sua è stata la prima casa nel quartiere di Al-Jalda a essere perquisita dall'esercito israeliano.

"Mi hanno detto che avevo un'ora per prendere le cose più importanti e che potevo portare solo oggetti semplici, vestiti e alcuni effetti personali", ha detto.

Le truppe gli hanno confiscato anche l'auto, e ciò che è riuscito a portare a piedi non è bastato per lui, sua moglie e i loro tre figli, il maggiore dei quali ha 12 anni.

Mujahid e la sua famiglia si trasferirono a casa del padre, in un quartiere adiacente. Oltre a dipendere dal padre per il cibo, ricevette un pacco di aiuti con beni di prima necessità e latte dal comitato di soccorso locale. Da lontano, osservava i soldati appostati sui tetti di Al-Jalda, dove utilizzavano decine di case come postazioni per cecchini.

«È difficile descrivere questa sensazione. È una nuova Nakba per noi, vedere la propria casa davanti agli occhi e non poterla raggiungere», ha detto, invocando la parola araba per «catastrofe» che i palestinesi usano per descrivere la loro espulsione di massa da parte delle forze sioniste nel 1948. «È il crimine più grande e la più grande ingiustizia. Non abbiamo fatto nulla. Ciò che ci aiuta a resistere è l'abbraccio della famiglia e dei parenti nella comunità».

Secondo quanto dichiarato dal suo responsabile, Sufian Al-Muhtaseb, il Comitato di supporto e soccorso del governatorato di Hebron ha registrato 537 famiglie colpite, per un totale di 3.361 persone, tra cui 232 neonati, 1.193 bambini di età compresa tra i due e i 17 anni, 326 anziani, 147 donne in gravidanza o in allattamento, 32 persone con disabilità e 213 persone affette da malattie croniche.

"Le comunità di Hebron si sono rifiutate di aprire rifugi e hanno dichiarato di essere pronte ad ospitare le famiglie sfollate [nelle proprie case], e gli inviti non erano limitati ai parenti", ha detto Al-Muhtaseb a Drop Site.

Al-Muhtaseb ha affermato che si registravano gravi carenze di approvvigionamento e che le richieste più urgenti ricevute dal comitato riguardavano cibo e bevande, e soprattutto latte in polvere per neonati.

"L'occupazione non ha permesso ai residenti di portare via i propri soldi dalle case, e per loro è difficile chiedere aiuto alle famiglie che li ospitano, anche se si tratta di parenti, e persino queste famiglie potrebbero non trovarsi in una buona situazione finanziaria", ha affermato.


Un effetto a catena


Il 29 ottobre, Adalah, un centro di assistenza legale per i cittadini palestinesi di Israele, ha presentato una petizione all'Alta Corte israeliana per conto del comune e di sette residenti di Al-Jalda e Ein Deir Bahha.

La petizione affermava che le truppe avevano costretto centinaia di famiglie ad abbandonare le proprie case a tarda notte e con scarso preavviso, impedendo loro di farvi ritorno a tempo indeterminato e non fornendo alcuna giustificazione concreta per un'evacuazione di tale portata, che, a suo dire, equivaleva a un trasferimento forzato e a una punizione collettiva ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra.

Il rapporto citava anche dati comunali che mostravano come la chiusura avesse causato l'accumulo di circa 1.200 tonnellate di rifiuti in città, poiché i camion della spazzatura non potevano raggiungere le aree sigillate.

Il sindaco di Hebron, Yousef al-Jabari, ha dichiarato a Drop Site che il comune ha collaborato con organizzazioni partner per fornire assistenza alle famiglie colpite.

"Il comune sta preparando un sondaggio per individuare i bisogni e le priorità dei residenti, in modo che gli aiuti possano essere indirizzati in base alle reali circostanze di ciascuna famiglia", ha dichiarato al-Jabari prima del ritiro israeliano.

Durante l'operazione, le forze israeliane hanno demolito 15 case e altre strutture e costretto alla chiusura 327 negozi, infliggendo un duro colpo all'economia della città, una delle più importanti della Cisgiordania.

La città rappresenta circa il 40% della produzione industriale palestinese in Cisgiordania e il 30% delle esportazioni, e la chiusura di intere aree e le restrizioni alla circolazione di lavoratori e merci hanno bloccato fabbriche, mercati e catene di approvvigionamento, mentre le imprese e i negozi hanno faticato a rimanere operativi.

Adnan al-Natsheh, vicepresidente della Camera di Commercio e Industria di Hebron, ha affermato che le perdite dirette dovute alle chiusure "ammontano a una cifra compresa tra 10 e 12 milioni di shekel al giorno", ovvero tra 3,2 e 3,8 milioni di dollari, di cui circa 1 milione di shekel solo nel settore lattiero-caseario.

Ha avvertito che centinaia di attività industriali e commerciali sono state colpite e ha affermato che 13 strutture nella zona di Farsh al-Hawa hanno subito atti di vandalismo, demolizioni e abbattimenti.

“Le restrizioni imposte a lavoratori e merci minacciano intere catene di produzione e approvvigionamento in tutta la Cisgiordania.”

Questo lavoro è stato realizzato in collaborazione con Egab .