Un palestinese è chi abita ancora, dopo generazioni di sradicamento,
la terra che gli è stata negata con la forza delle armi e dei trattati.
È il figlio di chi nel 1948 vide il villaggio bruciare
mentre le colonne di profughi si allungavano verso il nulla.
È colui che porta nel sangue la memoria di Deir Yassin
e di ogni massacro che la storia ufficiale ha preferito dimenticare.
Non è un’astrazione geografica, non è un’etnia inventata ieri.
È un popolo che ha costruito la propria identità
nel fuoco dell’esproprio e della resistenza quotidiana.
Un palestinese è chi, a Gaza, cresce tra le macerie
e impara a contare i morti prima di imparare a contare i giorni.
È chi, in Cisgiordania, vede il muro divorare gli ulivi
e i coloni avanzare sotto la protezione dei carri armati.
È chi in esilio, a Beirut o a Amman o a Detroit,
continua a chiamare “casa” un luogo che non potrà più toccare.
Non è soltanto una vittima: è un soggetto politico
che rifiuta di sparire dietro le cifre dei rapporti internazionali.
È chi resiste quando gli dicono che la sua esistenza
è un problema demografico da risolvere.
È chi, dopo settant’anni, non ha ancora firmato
la resa definitiva della propria memoria.
Un palestinese è l’uomo che scava con le mani
sotto le macerie per estrarre i corpi dei figli.
È la donna che partorisce in un campo profughi
e chiama il bambino con il nome del villaggio perduto.
È lo studente che scrive poesie mentre i bulldozer
rasano al suolo la casa di suo nonno.
È il vecchio che conserva la chiave di una porta
che non esiste più se non nella sua testa.
Non chiede pietà: chiede che si riconosca
che il suo diritto alla terra non è inferiore
a quello di chi è arrivato con le navi e le armi.
Un palestinese è chi rifiuta di diventare
una nota a piè di pagina nella storia dei vincitori.
È la voce che interrompe il silenzio comodo
di chi preferisce parlare di “conflitto”
quando si tratta di occupazione e di dominio.
È l’essere umano che, nonostante tutto,
continua a esistere dove gli altri volevano
che non esistesse più.
La relatrice speciale delle Nazioni Unite ha parlato con la chiarezza che pochi ancora osano. Israele sta rimuovendo le macerie di Gaza. Non per ricostruire. Non per sanare. Per cancellare. Per far sparire le prove prima che qualcuno possa raccoglierle.
Dieci milioni di tonnellate già spostate, tritate, portate via. Sotto quelle macerie non ci sono solo muri e cemento. Ci sono corpi. Migliaia di corpi. Bambini, donne, anziani. Resti che, se lasciati al loro posto, diventerebbero prove forensi. Prove di intento. Prove di metodo. Prove di genocidio.
Questo non è un dettaglio tecnico. È un atto consapevole di occultamento. È la distruzione deliberata della scena del crimine mentre il crimine è ancora in corso. I nazisti, nei loro ultimi mesi, bruciarono documenti e tentarono di far sparire i campi. Gli Hutu, dopo i cento giorni, cercarono di nascondere le fosse. Qui si va oltre. Si agisce in tempo reale, con macchinari pesanti, sotto protezione militare, davanti a un mondo che guarda e continua a rifornire le armi.
Immaginate i responsabili di quei genocidi precedenti che, mentre ancora massacravano, organizzavano già il trasporto sistematico delle prove. Che trasformavano i luoghi dello sterminio in spazi puliti, livellati, pronti per essere riconfigurati. Non è più solo eliminazione di un popolo. È eliminazione della memoria stessa di quel popolo. È la pretesa di scrivere la storia prima che gli storici possano aprirla.
E l’impunità? È totale. Concessa da ogni parte. Dai governi che continuano a firmare contratti d’armi. Dai tribunali che muovono carte mentre i camion escono carichi di detriti e ossa. Dalle capitali europee che parlano di «diritto di difendersi» mentre un intero territorio viene raso e poi spolpato delle sue ultime tracce.
Questo non è un eccesso di guerra. È la logica interna di un progetto che non può permettersi di lasciare testimoni materiali. Perché i testimoni materiali non mentono. I cadaveri sotto le macerie non possono essere rietichettati come «scudi umani». I quartieri interi ridotti in polvere non possono essere spacciati per «obiettivi militari».
Siamo a questo punto. Non perché la legge internazionale sia debole. Ma perché è stata deliberatamente svuotata. Perché chi ha il potere di farla rispettare ha scelto di non farlo. Perché l’orrore, una volta reso banale e quotidiano, diventa accettabile. E quando diventa accettabile, chi lo compie può anche permettersi di cancellarne le tracce.
La relatrice ha detto l’essenziale. Ora resta da vedere se qualcuno, oltre a ripetere le sue parole, avrà il coraggio di trattarle come ciò che sono: un atto d’accusa definitivo contro un sistema di complicità che ha deciso di proteggere gli autori invece delle vittime.

















