martedì 3 febbraio 2026

 


Disertare l’agenda violenta delle destre

https://ilmanifesto.it/disertare-lagenda-violenta-delle-destre

Dopo aver gonfiato quel che è accaduto a Torino oltre ogni limite, il governo si blocca. E la destra esce da un assurdo vertice politico con nulla in mano


Dopo aver gonfiato quel che è accaduto a Torino oltre ogni limite («terrorismo») e dopo aver per questo annunciato un nuovo, urgentissimo «pacchetto sicurezza» (il quinto o il sesto, abbiamo perso il conto), il governo si blocca. E la destra, disorientata dalle opposte propagande – a questo e a nient’altro servono i «pacchetti» -, spinta dalla Lega in un vicolo cieco dove nulla è mai abbastanza, esce da un assurdo vertice politico nel quale ha coinvolto anche i capi delle forze di polizia (perché non i generali?) con nulla in mano.

Se non la richiesta alle opposizioni di votare insieme una risoluzione, in un clima di unità nazionale fuori dal tempo – e malissimo farebbero le opposizioni a votarla. Dunque il governo dà istruzioni al parlamento e Meloni non smette di recitare parti non sue, dopo aver ordinato ai magistrati il capo d’accusa con cui perseguire i violenti. «Tentato omicidio», ha deciso, eppure per farsi fotografare al capezzale degli agenti contusi ha dovuto sbrigarsi visto che quelli, per fortuna, sono stati presto dimessi.

Non sanno governare ma si impegnano assai a comunicare. Il deprecabilissimo pestaggio di un poliziotto è diventato l’unica notizia della giornata di Torino, più di decine di violenze di segno opposto – e molti video testimoniano di uomini in divisa alla caccia solitaria di qualcuno da colpire, atteggiamento come si è visto pericoloso anche per loro stessi -, più di un’intera manifestazione partecipatissima – il che era senz’altro una notizia vista la piattaforma di convocazione assai radicale. Stavolta i propagandisti al governo devono ringraziare non solo i media compiacenti ma anche chi in piazza ci era arrivato con l’unica intenzione di menare, o di mandare a menare. Minneapolis non c’entra niente, lì i cittadini si difendono da un’aggressione e cercano anzi di evitare lo scontro fisico manifestando con fischietti e telefoni. Sono ovviamente esasperati e provocati, assai più di noi, ma hanno capito che non puoi far scegliere al tuo avversario il terreno della sfida quando ha tutto dalla sua parte, forza e armi comprese, se non vuoi perdere in partenza. Se vuoi evitare lo stato d’assedio.

Ma per favore non diciamo che sono stati i manifestanti cattivi a dare al governo l’occasione per la stretta repressiva, perché questo fa torto non solo alla logica ma anche al calendario. Sono tre anni e mezzo che Meloni governa agitando l’emergenza sicurezza (e alla fine pare aver convinto anche le opposizioni, malgrado le statistiche dicano il contrario). «Impresa di polizia» abbiamo titolato la nostra prima pagina tre settimane fa quando circolavano le bozze dei nuovi provvedimenti repressivi e Torino era di là da venire.

Prima o poi approveranno anche questo ennesimo decreto, quando si metteranno d’accordo e riusciranno a spartirsene i «meriti». Non avrà alcun effetto sulla «sicurezza» reale delle masse impoverite e minacciate dalle guerre ma restringerà ulteriormente il diritto di dissentire e di manifestarlo. Provocando, almeno in chi non intende accettarlo, ulteriore rabbia e bisogno di manifestarla, secondo il copione che la destra ha scritto per noi. Faremmo bene a disertarlo.

Olimpiadi, la cabinovia “imprescindibile” non sarà pronta in tempo: è costata 35 milioni

https://www.lindipendente.online/2026/02/03/olimpiadi-la-cabinovia-imprescindibile-non-sara-pronta-in-tempo-e-costata-35-milioni/

Olimpiadi, la cabinovia “imprescindibile” non sarà pronta in tempo: è costata 35 milioni

Mentre i media nazionali si concentrano sul primo caso di doping delle Olimpiadi Milano-Cortina, quelli internazionali puntano il dito contro i ritardi delle opere: secondo carte visionate da agenzie di stampa internazionali, la cabinovia Apollonio Socrepes non verrà ultimata entro l’inizio dell’evento, tanto che le autorità starebbero operandosi per sostituire l’opera con delle navette. L’impianto, giudicato «imprescindibile», era finito sotto i riflettori mesi fa, quando a causa dei lavori il terreno attorno all’opera era ceduto, provocando un cratere di 15 metri di lunghezza. L’opera doveva rappresentare il pilastro della mobilità olimpica, ma lascia ora in eredità alla comunità disagi, polemiche e un conto salato, costringendo a soluzioni tampone che rischiano di mettere a dura prova un sistema viario già al limite.

La gravità della situazione è emersa chiaramente da una lettera inviata dal responsabile operativo dei Giochi, Andrea Francisi, alle autorità locali. Il documento, motivato dalla «mancata messa in funzione della cabinovia», avverte che «il venir meno, a ridosso dell’avvio delle operazioni olimpiche, di tale infrastruttura strategica genera rilevantissime criticità organizzative, con impatti significativi sulla gestione dei flussi, sulla sicurezza e sulla capacità complessiva del sistema». Per cercare di evitare il collasso della viabilità, già fragile in una valle sprovvista di ferrovia, Francisi ha chiesto formalmente la «temporanea chiusura delle scuole secondarie di primo e secondo grado» di Cortina per i giorni 10, 11 e 12 febbraio, date delle gare femminili di sci alpino.

Tale richiesta emergenziale costituisce la prova definitiva di un fallimento annunciato. La società Simico, stazione appaltante incaricata della realizzazione delle opere fisse, aveva più volte rassicurato sulle tempistiche; fino a pochi giorni fa, il commissario straordinario Fabio Massimo Saldini dichiarava che «i lavori della cabinovia Apollonio‑Socrepes di Cortina stanno proseguendo secondo cronoprogramma». Tuttavia, una comunicazione della Simico del 28 gennaio ha costretto la Fondazione Milano Cortina 2026, organizzatore dei Giochi, a prendere atto del ritardo e a correre ai ripari attivando un costoso “Piano B”, basato su navette e una grande area di parcheggio. Il ritardo ha esacerbato le tensioni latenti tra i due enti, portando a uno scontro a viso aperto. La Simico, in una replica piccata, ha cercato di rimpallare le responsabilità, affermando che «la chiarezza dei ruoli e dei compiti è condizione fondamentale per lavorare al meglio», afermando che «Simico è concentrata su dossier specifici (cabinovia Socrepes inclusa) e non è deputata alla programmazione e alla gestione della logistica». All’interno del medesimo comunicato, l’ente ha anche cercato di deviare l’attenzione, osservando che «sono dossier di altri soggetti la scelta dei tedofori, la gestione dei volontari o l’eventuale chiusura delle scuole».

Al netto delle polemiche, la vicenda ha un costo economico preciso. Il valore dell’appalto è infatti lievitato in modo drammatico: dai 22 milioni di euro iniziali, la stima è salita prima a 28 milioni, per poi alzarsi ulteriormente fino a 35 milioni. Si tratta di un aumento del 60%, direttamente collegato alle problematicità tecniche e ambientali del tracciato. Nel frattempo, a pochi giorni dalla prima gara, la cabinovia non ha ancora ottenuto l’omologazione necessaria. Le speranze sono ora ridotte alla possibilità di un via libera in extremis per il supergigante femminile del 12 febbraio, gara che vedrà la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre l’obiettivo più realistico sembra ormai essere il pieno utilizzo dell’impianto solo in occasione delle Paralimpiadi.

Più in generale, a pochi giorni dall’inizio dei Giochi, i dati sulle opere non sono affatto confortanti. Secondo quanto riporta SIMICO, su 98 interventi complessivi 40 risultano formalmente conclusi, mentre 29 sono in esecuzione, 27 ancora in fase di progettazione e 2 in gara. L’Arena di Santa Giulia – uno dei simboli del caos in atto – è stata inaugurata in extremis a gennaio, ma resta circondata da gru; durante una partita di test si è aperto anche un buco nel ghiaccio, sollevando dubbi tecnici e riserve da parte di nazionali come USA e Canada. I trasporti rappresentano il vero tallone d’Achille: l’aumento di corse Trenord rischia di creare un effetto domino su linee già congestionate e lo stop alle ferie del personale ha innescato tensioni sindacali. Sul fronte stradale, svincoli strategici slittano al 2027; molte varianti e opere infrastrutturali registrano sforamenti di costi e ritardi che potrebbero lasciare eredità problematiche anche oltre i Giochi.

 


Askatasuna era un luogo di aggregazione, dove si svolgevano attività per bambini, progetti di cultura e di servizio alle persone

Askatasuna era un luogo di aggregazione, dove si svolgevano attività per bambini, progetti di cultura e di servizio alle persone. Aveva una funzione sociale. I centri sociali sono laboratori di libertà e creatività. È sbagliato criminalizzare un'esperienza.


Don Luigi Ciotti. 




 


 


 


Torino, il teorema repressivo e il vuoto della politica

 



Dalla propaganda dell’emergenza sicurezza alla criminalizzazione della piazza: cronaca e retroscena di una gestione autoritaria annunciata

Dopo aver gonfiato quanto accaduto a Torino oltre ogni limite – fino a evocare il “terrorismo” – il governo ha fatto ciò che gli riesce meglio: annunciare l’ennesimo, urgentissimo “pacchetto sicurezza”. Il quinto o il sesto, ormai il conto si è perso. Ma questa volta, dopo giorni di titoli roboanti e di allarmi a reti unificate, la macchina si è inceppata. Il governo si è fermato, la maggioranza ha mostrato tutte le sue crepe e la destra, trascinata dalla Lega in una spirale in cui nulla è mai abbastanza repressivo, è uscita da un surreale vertice politico senza risultati concreti. Un vertice nel quale, fatto non secondario, sono stati coinvolti anche i vertici delle forze di polizia: un dettaglio che racconta più di mille analisi sullo stato dei rapporti tra potere politico e apparati di sicurezza.

Sul piano dei fatti, la repressione non si è però fermata. Una dozzina di persone sono state fermate e portate in Questura, rilasciate nel corso delle ore, in alcuni casi con denunce a piede libero. Tre gli arresti: due immediati, con traduzione in carcere a Torino, e un terzo in differita, avvenuto domenica 1 febbraio. Prima ancora del corteo, la Questura aveva già messo in campo un imponente dispositivo preventivo: 747 persone identificate, 236 veicoli controllati, perfino quattro aerei, oltre a 24 fogli di via da uno a tre anni, dieci avvisi orali e sette Daspo urbani. Numeri che raccontano una città trattata come un teatro di operazioni.

Tra gli arrestati c’è il ventiduenne Angelo Francesco Simionato, accusato di lesioni personali e rapina in concorso: sarebbe stato nel gruppo che ha aggredito l’agente, avrebbe sottratto uno scudo e un manganello, ma senza colpire direttamente. Con lui il trentunenne Pietro Desideri e il trentacinquenne Matteo Campaner, accusati di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. L’udienza di convalida si è svolta ieri, con il gip riservato sulla decisione.

Sul tavolo della Procura è arrivata anche una corposa informativa della Digos, consegnata al procuratore capo Giovanni Bombardieri e alla sostituta Chiara Molinari. Non solo la ricostruzione dei tafferugli attraverso video e immagini, ma anche il “contorno”: la ricerca di presunte regie occulte, l’ipotesi di un piano transnazionale – con presenze da Francia e Belgio – per “mettere a ferro e fuoco” la città, causando danni stimati in 164mila euro. È la vecchia e collaudata teoria dell’“eversione di piazza”, il cuore del teorema che da anni viene agitato contro Askatasuna e, più in generale, contro il mondo dei centri sociali.

Ma ridurre Torino al solo pestaggio dell’agente, diventato l’unica notizia degna di apertura, significa compiere un’operazione di rimozione deliberata. Decine di video e testimonianze raccontano infatti un’altra storia: quella delle violenze esercitate dalle forze dell’ordine sui manifestanti. Fotografɜ manganellatɜ, giovani inseguiti fino in ospedale, lacrimogeni sparati ad altezza uomo, cariche improvvise e cacce solitarie all’uomo. «Sembrava il G8 di Genova», dicono in molti.

Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato uno dei simboli di quella giornata. Scende in piazza pacificamente, finisce in mezzo a una carica, resta ferito e viene lasciato a lungo sul ciglio della strada. Federico Guarino, fotografo, viene buttato a terra e manganellato mentre urla “stampa”, nonostante la macchina fotografica e il flash. Cinque giorni di prognosi, nessun nome degli agenti. Francesco Anselmi, dell’agenzia Contrasto, racconta di aver ricevuto un lacrimogeno all’inguine: «Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica ormai sdoganata».

Lacrimogeni finiscono sui balconi, contro le finestre dei residenti, uno colpisce persino un passeggino. Camionette lanciate a tutta velocità, manovre azzardate, scene che sembrano cercare l’incidente più che evitarlo. Nei video si vedono manifestanti colpiti mentre scappano, trascinati a terra, manganellati in gruppo. Sei persone fermate “a caso” raccontano di essere rimaste in Questura fino a notte fonda. Una turista francese con un braccio rotto viene allontanata in fretta: forse, così, non denuncerà.

Una quarantina di persone ricorre alle cure mediche, molte altre evitano il pronto soccorso per paura di denunce. Arianna, 19 anni, sviene per i lacrimogeni, ha convulsioni, finisce in ospedale. Anche lì arrivano i poliziotti, chiedono documenti, fotografano, allontanano un minorenne. Al Gradenigo agenti in borghese entrano nelle aree sanitarie, sequestrano di fatto un telefono, chiedono ai medici di ritardare le dimissioni. Pratiche che riportano alla memoria Genova 2001.

Eppure, per il governo, questa è solo l’occasione per un’altra stretta repressiva. Guai però a dire che sarebbero stati gli “antagonisti” a offrire l’alibi: la cronologia smentisce questa favola. Da tre anni e mezzo l’esecutivo Meloni governa agitando l’emergenza sicurezza, preparando pacchetti repressivi ben prima di Torino. Non sanno governare, ma comunicare sì. E mentre la politica si arena, la repressione avanza, lasciando dietro di sé una città ferita e una democrazia sempre più sottile.

«Picchiati e scherniti». Torino, i racconti di chi era in piazza

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«Picchiati e scherniti». Torino, i racconti di chi era in piazza

Rita Rapisardi


FUORI I VIOLENTI Fotografi manganellati e identificati, giovani raggiunti dagli agenti fino in ospedale. «Sembrava il G8 di Genova nel 2001»

 

lunedì 2 febbraio 2026

Tutto quel che c’è di sbagliato nelle parole di Meloni e della destra sugli scontri di Torino

Tutto quel che c’è di sbagliato nelle parole di Meloni e della destra sugli scontri di Torino


Non ha espresso solidarietà ai manifestanti pacifici aggrediti, ha parlato solo a un pezzo di Paese, ha distribuito responsabilità degli scontri ai partiti di opposizione: difficile rispondere peggio di così. E il motivo di questa risposta è molto semplice.

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A cura di Francesco Cancellato


Rimettiamo un attimo le cose in ordine, per cortesia.


Primo: a Torino non c’è stata solo la brutale aggressione a un poliziotto. Ci sono stati scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine in cui sono rimaste coinvolte un sacco di persone, tra cui diversi poliziotti, numerosi manifestanti e pure gente che era lì a lavorare, come i giornalisti Rai colpiti da manifestanti e fotografi colpiti da poliziotti.


Secondo: Meloni e il governo hanno espresso solidarietà SOLO al poliziotto aggredito dai manifestanti, quello la cui aggressione è stata immortalata da un video diventato virale. Al contrario, hanno deciso scientemente di non esprimere solidarietà e vicinanza a tutte le persone aggredite dalle forze dell’ordine, nonostante anche le aggressioni nei loro confronti siano state testimoniate con diversi video.


Terzo:  nel chiedere giustizia per il poliziotto aggredito, Giorgia Meloni ha compiuto un indebita invasione di campo nei confronti della magistratura inquirente e giudicante, decidendo arbitrariamente quale fosse il capo di imputazione dei manifestanti e chiedendo giustizia esemplare per gli aggressori del poliziotto. Per i manifestanti e fotografi aggrediti non ha chiesto giustizia, e per i poliziotti che li hanno aggrediti non ha chiesto pene esemplari.


Quarto: prima che parlasse Meloni il ministro dell’interno Matteo Piantedosi e i giornali della destra hanno accusato i partiti di sinistra di offrire  "coperture politiche ben identificabili” a movimenti antagonisti che "rappresentano l'autentico pericolo per la convivenza civile e per la nostra democrazia": non ci risulta abbiamo fatto lo stesso quando i neofascisti di Forza Nuova hanno assaltato e devastato la sede della Cgil, o quando i militanti di Casaggì hanno aggredito studenti di sinistra a Firenze, o quando i movimenti per la remigrazione hanno organizzato ronde punitive anti migranti. Allo stesso modo nessuno di loro hanno accusato Trump di essere una "copertura politica ben identificabile" dell'attacco al Campidoglio del 2021 o delle violenze dell'ICE a Minneapolis.


Quinto: Meloni ha parlato dei fatti di Torino da leader di partito, non da capo di governo. Ha parlato di "Italia giusta" che sta "sempre" a fianco delle forze dell'ordine.  E poi ha strumentalizzato l’aggressione al poliziotto per attaccare i magistrati a meno di due mesi dal referendum sulla giustizia e per far passare il nuovo decreto sicurezza senza che nessuno fiati, primo fra tutti il Quirinale.


Sesto:mentre Meloni e Piantedosi hanno rivendicato la bontà della scelta di chiudere il secondo spazio autogestito di estrema sinistra o anarchico, i fascisti di Casa Pound continuano a occupare il loro palazzo illegalmente e sono stati invitati in Parlamento dalla Lega a presentare la loro proposta di legge sulla remigrazione.


Settimo (che poi è la somma dei primi sei): a Torino è andato in scena il primo vero tentativo di questa maggioranza di usare un momento di forte tensione politica per dipingere le opposizioni e i giudici come una minaccia per la sicurezza e la democrazia, e il governo si è arrogato il diritto di combattere e depotenziare entrambe. Non preoccupatevi: se anche a questo giro non ci riusciranno, è solo il primo. Ne arriveranno altri, fidatevi.

 

https://www.fanpage.it/politica/tutto-quel-che-ce-di-sbagliato-nelle-parole-di-meloni-e-della-destra-sugli-scontri-di-torino/

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

https://mediterranearescue.org/it/news/potrebbero-essere-1000-le-persone-disperse-in-mare-durante-il-ciclone-harry


Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry


Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle Autorità di Malta e Italia.

«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che rilancia le nuove testimonianze e i nuovi elementi raccolti negli ultimi giorni dai Refugees in Libia e Tunisia.

Che cosa sappiamo finora dai canali ufficiali?

Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.

Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell'Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini ( https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/ ) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un'imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L'imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.

Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare.

Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?

«Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans - il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni».

Reggae Radio Station 1 febbraio 2026

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