domenica 7 giugno 2026

Lettera alla Procuratrice Di Marco Travaglio

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/06/05/lettera-alla-procuratrice/8409304/?utm_id=97758_v0_s00_e227_tv2_tp1_a1demonfqr6q0r&fbclid=IwY2xjawSPdqhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBlMTZVenBsREplN3hDWkhXc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHmP5i8nPcDnv5jrYs4v5aeXdb41iw0xYKlCrqPoyJSLD_QMdqTwWvhI6rJHi_aem_xVQ2ipTl3Zl5-0_Mr52pqA

Egregia procuratrice generale Francesca Nanni, lei è liberissima di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna sulle sue condanne per reati gravissimi senza che abbia scontato un minuto di pena; di cancellare le pesanti accuse lanciate da una testimone oculare senza neppure ascoltarla, anzi facendola “smentire” dai testimoni della difesa, cioè affidando alla Minetti le indagini sulla Minetti; di rinunciare alla rogatoria in Uruguay perché si tratta di un procedimento amministrativo e poi di prendere per oro colato le “indagini difensive” della coppia (quindi nei procedimenti amministrativi indaga solo la difesa?), anche se basta googlare i nomi giusti o andare a Ibiza e Punta del Este e tendere l’orecchio per conoscere la verità. Tutto questo lei lo può fare perché è nel suo potere insindacabile (nel procedimento amministrativo non esistono gradi di giudizio ed è lei a giudicare se stessa). Ciò che lei non può fare, perché non è nei suoi poteri, è infangare e diffamare con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto che ho l’onore di dirigere, in un comunicato che non ammette contraddittorio, ma permette alla peggior feccia di darci dei falsari come se l’avesse accertato una sentenza definitiva (la famosa presunzione d’innocenza). Dopo i nostri scoop, delle 23 righe del suo parere pro grazia non resta in piedi una virgola sui due punti-cardine: la nuova vita di Santa Nicole (ha continuato quella di prima) e l’esigenza di evitare i servizi sociali per far curare il bimbo negli Usa (poteva farlo in 9 ospedali italiani).

Abbiamo intervistato Graciela, ex massaggiatrice di casa Cipriani, riportando fedelmente ciò che ci ha detto e ha poi ripetuto, terrorizzata dalle possibili conseguenze, a una tv uruguayana, sui festini nel ranch di Cipriani con escort d’importazione selezionate dalla Minetti. In tv ha aggiunto di avere altre cose da riferire per non passare da “complice” di ciò che ha visto e subìto, ma che l’avrebbe fatto solo “alla Procura italiana che presumibilmente mi convocherà”. Cioè a lei, dottoressa Nanni, che invece ha scelto di non ascoltarla. Se l’avesse fatto, avrebbe potuto sapere le “altre cose” e sottoporle alle doverose verifiche. Magari sentire le due ex colleghe che le hanno scritto lodandone il “coraggio” (quindi escludono che stia mentendo). O trovare altri testimoni che i nostri cronisti sul campo continuano a incontrare registrando sempre nuove conferme su quei festini che presto il Fatto racconterà e che la Procura generale ha omesso di cercare, esponendo la Presidenza della Repubblica a nuove figuracce involontarie. Le auguro di lavorare un giorno con la passione, lo scrupolo e il culto della verità che contraddistingue i giornalisti del Fatto. Intanto attendo le sue scuse.

sabato 6 giugno 2026

 

Keith Richards è ancora Keith Richards - Corrado Antonini

https://www.doppiozero.com/keith-richards-e-ancora-keith-richards

Il mondo del rock ce lo presenta da sempre come il ricercato numero uno, l’evaso dal carcere, colui che non bisognerebbe mai invitare al banchetto della cresima. Nel 2016, poche ore dopo l’annuncio del conferimento del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, in rete era apparso un meme che gli attribuiva questa rivendicazione: adesso a me spetta quello per la chimica.

Keith Richards, il rock nella peggiore delle ipotesi, sigaretta pendula, sguardo annebbiato dalle polverine e l’aria di chi se ne strafrega di tutto e di tutti. Le rughe che gli solcano il viso oggi prefiguravano già l’avviso segnaletico quando di anni ne aveva soltanto trenta. Come l’amico e compagno di spartito Mick Jagger, Richards fa ormai parte dell’allegra combriccola degli ultraottantenni del rock. Di Hackney Diamonds, e cioè l’ultimo disco dato alle stampe dagli Stones nell’ottobre del 2023, si può pensare quel che più garba, ma è difficile non strabuzzare gli occhi di fronte al fatto che oggi, primi mesi del 2026, l’età sommata dei tre membri storici rimasti – Jagger, Richards e Ronnie Wood – è di 242 anni, l’equivalente della durata del Regno dei Carolingi.

Anni fa, vedendo il film-documentario Shine a light di Martin Scorsese, cronaca di un concerto tenuto dai Rolling Stones al Beacon Theatre di New York, mi chiesi come fosse possibile che quegli attempati signori fossero ancora così credibili nel ruolo di rock star. Quando gli Stones sono su un palco non v’è motivo di credere che siano nel posto sbagliato o che vi stiano rifilando un che di artificioso o di anacronistico. Nessuno può insinuare che abbiano mai tradito l’autenticità del ruolo, anche quando Richards, le dita deformate dall’artrite, si limita ad accarezzare la chitarra anziché suonarla, sfoggiando un ghigno fra l’allusivo e il divertito che par dire: che io suoni o meno ormai fa lo stesso. Partendo dal presupposto che il patto col diavolo pertiene al solo Robert Johnson, gli Stones rispetto alla maggior parte delle rock band che perdono i capelli e incrementano il girovita, restano ciò che in fondo sono sempre stati: dei bluesman travestiti da rock star. A salvarli dall’obsolescenza o soltanto dal ridicolo è il blues, non i saltelli di Mick Jagger o l’aura da Long John Silver di Keith Richards. Non c’è bluesman che non sia invecchiato con dignità, e la credibilità degli Stones è sempre parsa tale anche in virtù del fatto che il blues innerva la loro musica anche quando non lo suonano: gli Stones sono blues, mai avuto niente a che fare col pop, anche quando gli strizzano l’occhio.

Bandane che avrebbero potuto stare in fronte a Sandokan, anelli col teschio, sgargianti foulard, mise leopardate, eyeliner nero, collanine e orecchini, borchie, farfallini, cravatte allentate, petto nudo oppure sfoggiante pellicce degne di Wanda Osiris, per non dire dell’immancabile Zippo da incendiario, Keith Richards negli anni non si è fatto mancare nulla. È involontariamente diventato un’icona della trasandatezza chic, prototipo del look boho-rock poi sublimato da Steven Tyler degli Aerosmith e da Lenny Kravitz, testimonial di un’incuria che attesta di una marginalità intenzionale oltre che, forse, di una visione del mondo; musa piratesca che ispirò il Jack Sparrow di Johnny Depp, e da decenni l’archetipo della rock star maledetta. Ma passano gli anni e Keith Richards è sempre lì: la cenere della sigaretta perennemente in procinto di cadere sulla moquette, il centomilionesimo riff di chitarra che gli scava in volto l’ennesimo crepaccio, i capelli arruffati e la cintura di sbieco. Ogni tanto le agenzie battono una notizia: Keith Richards che cade da un albero di cocco; Keith Richards che sniffa le ceneri del padre (beh, che altro avrebbe dovuto fare?); Keith Richards che annuncia di aver smesso di bere. Sarà vero? Il fan accoglie queste notizie con un’alzata di spalle e un gesto di sufficienza. Sommersi dalle campagne di sensibilizzazione contro il fumo passivo passiamo in rassegna le copertine dei dischi degli Stones chiedendoci chi mai avrà imboccato la strada sbagliata, se lui, l’eterno bad boy del rock, oppure noi, che avremmo tanto voluto nascondergli il pacchetto di sigarette perché non ci lasciasse anzitempo.

Dire del volto scavato di Keith Richards senza almeno accennare alle labbra di Mick Jagger lascerebbe però nell’incompiutezza. Ogni medaglia ha due facce, e ogni ciurma, come insegnano i gruppi di rock, ha il suo yin e il suo yang. Le tumide labbra di Jagger nel corso degli anni si sono assottigliate, perdendo molta della loro adolescenziale predisposizione al bacio, ma non possiamo dimenticare che quelle labbra a suo tempo dischiusero una lingua indecente che finì esibita ovunque, su accendini, tappetini del mouse, lunotti posteriori delle macchine, cappellini, portachiavi, magliette, maglioni, spille, poster, sfondi di computer e chi più ne ha più ne metta. Uno sberleffo fattosi logo, un marchio di fabbrica (™) capace di rappresentare come meglio non si poteva l’essenza e lo spirito della band. Più che di musica quelle labbra e quella lingua potrebbero raccontare una storia del costume e del merchandising. Si presentarono da subito come un richiamo alla dissidenza, un avamposto di ribellione, un emblema di anti-conformismo diretto e facile da decifrare; oggi, per gli irrudicibili o i semplici ritardatari, quelle labbra e quella lingua mantengono forse in vita l’illusione di non aver perso per sempre la propria giovinezza. A pensarci bene non c’è gesto più infantile e leggibile che mostrare la lingua: un bambino di fronte alla minestra o un adolescente davanti all’autorità; mangiatela voi questa roba. L’equivalente del bleah! nei Peanuts, e guarda caso la prima volta che Charles Schulz affidò l’espressione bleah! ai suoi personaggi fu nel 1965, poche settimane prima della pubblicazione di (I can’t get no) Satisfaction degli Stones.

Prima di venire a sua volta immortalato come brand della controcultura, Keith Richards ha avuto il merito di profilarsi come il miglior chitarrista non virtuoso del rock. La sua chitarra è sempre stata al servizio delle canzoni e, prima ancora, della band. Richards non ha mai incarnato la figura del guitar hero comunemente inteso, gente come Jimmy Page o Eric Clapton (Clapton is God, si leggeva sui muri di Londra a metà anni ‘60), Ritchie Blackmore o Jeff Beck, per non parlare di Jimi Hendrix. Proprio come John Lennon o George Harrison, Ray Davies e il fratello Dave dei Kinks, Hilton Valentine degli Animals, Chris Dreja degli Yardbirds o Steve Marriott degli Small Faces, la chitarra di Keith Richards ha sempre assolto una funzione meno pirotecnica, essenziale però alla quadratura del sound degli Stones. Quale? Condensato in una formula: riff, andamento e ritmo. Che questo fosse dovuto a un limite tecnico o al carattere schivo, poco importa. Ciò che conta è che Keith Richards è quasi sempre stato, al pari di tutti gli altri membri dei Rolling Stones, un membro dei Rolling Stones e basta, nonché l’autore, in doppia firma con Jagger, di tutti i loro successi. Il riff di (I can’t get no) Satisfaction, elementare come pochi, ha determinato la musica degli anni ‘60 più di tanti virtuosismi che avevano come scopo principale quello di sbalordire. Nel tempo Richards ha perso la timidezza e la durezza dei modi; la sua maschera di tossica introversione si è ammorbidita con l’età. Adesso è un anziano signore che non fa che scherzare, forse stupito di come il titolo di principe degli strafatti abbia acquisito nel tempo una nobiltà più presentabile, fregiandolo di una pertinenza estetica se non proprio di una rettitudine morale. Da scellerato del sottosuolo a monarca da copertina, da patriarca degli abissi a feticcio di una trasgressione sostenibile, apparentemente priva di conseguenze – o quantomeno non tale da impedirgli di diventare nonno. Chi l’avrebbe mai detto a metà degli anni ’70?

Reiterare i cliché su Keith Richards – faccia da bucaniere, fuorilegge torturato, totem del rock eccetera, quanto esposto fin qui, in sostanza – può sembrare un esercizio scontato e privo di interesse, la maledetta leva su cui chiunque scrive di Richards s’appoggia per dare pepe al racconto, spesso minimizzando o dimenticando i meriti del musicista: l’intensità del fraseggio, la capacità di circostanziare emotivamente una canzone in modo viscerale ma al tempo stesso misurato, delineandone insieme il perimetro e il nucleo pulsante, lasciando semmai a Jagger il compito di turbare l’equilibrio dell’ascoltatore; il fatto è che la maschera di Keith Richards e tutto quanto gli è fiorito intorno sono la rappresentazione del rock nella migliore delle ipotesi. “Credo che in un certo senso la tua personalità, la tua immagine, come veniva chiamata una volta, sia come una palla al piede” scriveva Richards in Life, la sua autobiografia. È sicuramente vero, ed è altrettanto vero che non deve essere stato facile controllare o soltanto tollerare la proiezione di quella parte di sé nel mondo. “L'immagine è come una lunga ombra”, scriveva anche. Difficile dargli torto, a maggior ragione se indugiare nei pressi di quell’ombra è quanto facciamo da sempre, consapevoli del cliché ma incapaci di sottrarcene.

Keith Richards, oltre all’impegno con i Rolling Stones, ha avuto anche il merito di registrare dei dischi a suo nome. Il primo, pubblicato nel 1989, Talk is cheap, non ha nulla da invidiare ai migliori lavori degli Stones, un disco che dà la misura di come l’originalità della band, giustamente celebrata come l’esito di uno sforzo collettivo, fu tale anche perché dietro quel lavoro v’erano delle personalità e un talento individuale messi al servizio del gruppo. Appena due anni fa, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Keith Richards ha reso omaggio a Lou Reed nel giorno del suo compleanno, interpretando I’m waiting for the man (poi uno se la va anche a cercare, hai voglia a deplorare il perpetuarsi di una certa immagine di sé nel mondo, ma se c’è qualcuno che ancora oggi immagineremmo a cantare di un tale in piedi in un vicolo, ventisei dollari in mano, in attesa dello spacciatore, quello è proprio Keith Richards).

Questo è un articolo che si sarebbe potuto scrivere negli anni ’80 o negli anni ’90 nel Novecento, un secolo fa. Non ci dice nulla che già non sapevamo. Keith Richards è ancora Keith Richards, e lo sarà probabilmente per sempre: un personaggio di Jacovitti che suona la chitarra. Se poi a un alieno in visita un giorno venisse il capriccio di capire il rock, accanto all’inquadratura stretta del bacino di Elvis o agli strilli delle ragazzine di fronte a John, Paul, George e Ringo, si dovrà per forza presentare anche una fotografia di Keith Richards. Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna attenuante. La sua faccia e un riff sgangherato basteranno a convincere l’extraterrestre che il genere umano non era poi tutto da buttare.

The Rolling Stones, Sympathy for the devil

 

venerdì 5 giugno 2026

La poesia nell’era dell’intelligenza artificiale di Silvia Polidori

La poesia composta dall’uomo ha ancora ragione di esistere nell’era dell’intelligenza artificiale (IA)? Adesso che gli algoritmi possono produrre versi e rime in tempo reale, con risultati brillanti, che valore ha per l’uomo la poesia? Il presente saggio si propone di rispondere a questi interrogativi attraverso un’indagine sulla poesia come prodotto e come atto di creatività umana. A partire da un excursus filosofico sull’uomo, passando per le norme internazionali che regolano l’IA, mette a confronto il prodotto umano con quello della macchina. Conclude sostenendo la necessità della poesia come espressione dell’identità umana e del piacere dell’esistenza!

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La poésie humaine a-t-elle encore sa raison d’être à l’ère de l’intelligence artificielle (IA) ? Maintenant que les algorithmes peuvent produire des vers et des rimes en temps réel, avec des résultats remarquables, quelle valeur la poésie a-t-elle pour les humains ? Cet essai vise à répondre à ces questions en explorant la poésie comme produit et acte de créativité humaine. Partant d’une digression philosophique sur l’humanité et examinant les normes internationales régissant l’IA, il compare les créations humaines et celles créées par des machines. Il conclut en défendant la nécessité de la poésie comme expression de l’identité humaine et du plaisir d’exister !

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Does human poetry still have a reason to exist in the age of artificial intelligence (AI)? Now that algorithms can produce verses and rhymes in real time, with brilliant results, what value does poetry have for humans? This essay aims to answer these questions through an investigation of poetry as a product and an act of human creativity. Beginning with a philosophical excursus on humanity and examining the international norms governing AI, it compares human and machine-made creations. It concludes by arguing for the necessity of poetry as an expression of human identity and the pleasure of existence!


Silvia Polidori è nata a L’Aquila, è avvocato e lavora per il Parlamento europeo. Scrive poesie da quando era bambina. Abita a contatto con la natura ed ama andare a cavallo. Predilige la multiculturalità, in cui trova ispirazione e valori. È membro della Federazione Unitaria italiana scrittori, della Société des poètes et artistes de France (Francia), dell’Académie ‘Arts-Sciences-Lettres’ (Francia), dell’Association Royale des Ecrivains et artistes de Wallonie Bruxelles (Belgio) e dell’Association des écrivains belges de langue française (Belgio). Le sue sillogi poetiche ‘Sulla cresta dell’onda’, ‘Il soffio del vento’, ‘Le avventure di SUN’ e ‘Le avventure di Gatto SUPER’ sono in tre e quattro lingue (italiano, francese, inglese e neerlandese), con traduzioni della stessa autrice nelle prime tre lingue. Le stesse opere sono accompagnate da suoi disegni e foto. Per queste sillogi, l’autrice ha ricevuto riconoscimenti in vari premi letterari internazionali in Italia, Francia e Svizzera, tra cui i Premi ‘Michelangelo Buonarroti’, ‘Giglio Blu di Firenze’, ‘Penne Festival delle Arti’, ‘Versi di Pace’, ‘Principe Boncompagni Ludovisi’, ‘Isola d’Elba’, ‘Vitruvio’, ‘Città del Galateo’, ‘Caffè delle arti’, ‘Maria Cumani Quasimodo’, ‘Città di Montevarchi’, ‘Molteplici Visioni d’Amore, ‘Cortona Città del Mondo’, il Premio mondiale ‘Castellammare di Stabia’, il Premio intercontinentale di arte letteraria ‘Le Nove Muse’, ‘Astrolabio – Sono nata per amare’, ‘Il canto di Dafne’, il ‘Campionato italiano della poesia’, ‘Cygnus Aureus’, ‘Switzerland Literary Prize’ (Premio arte e cultura), Grand Prix du Jury du ‘Concours Littéraire International de la Société des Poètes et Artistes de France 2023’ ed una medaglia dalla ‘Société académique Arts-Sciences-Lettres’ (Francia). Le sue poesie sono state pubblicate su varie riviste internazionali d’arte e poesia, nelle lingue italiana, francese, spagnola, serba e romena. L’autrice ha presentato le sue opere in numerosi eventi in Italia e all’estero, incluso il Salone del Libro di Torino, quello di Napoli, di Bruxelles, di Tournai e del Perù. Numerose sono state le letture di poesie in luoghi naturali ameni (al tramonto sulla spiaggia del Mare del Mare del Nord di Knokke-Heist (Belgio), sul Golfo di Sorrento Etc.), in librerie e teatri, accompagnate da musica dal vivo. L’autrice ama divulgare la poesia negli asili e nelle scuole, anche accompagnata dai suoi ‘fedeli assistenti a quattro zampe’, il cane SUN e Gatto SUPER, ispiratori dei relativi libri. Le sue sillogi sono state acquisite dalla Biblioteca del Parlamento europeo. L’autrice ama il connubio con altre arti, come la musica, la pittura, la scultura e persino la gastronomia (la sua ‘Cresta dell’onda’ è stata riprodotta in scultura di cioccolato e in praline dal gusto e forma di onde del mare, dal più giovane Maestro cioccolatiere del Belgio!).

 

Too Busy Riddim