Francesca Albanese ancora senza via d’uscita dalle sanzioni Usa: “Sono sola, neanche Banca Etica mi ha aperto il conto”. Replica del direttore generale: “Rischiavamo multa da 1 miliardo e chiusura”
di Riccardo Antoniucci - Il Fatto Quotidiano
Durante un webinar organizzato dai "dipendenti di Banca d'Italia per la Palestina" si è aperto un dibattito sui limiti di quello che la finanza etica istituzionale può fare nei casi estremi come quello della relatrice Onu, messa sulla lsita nera dall'amministrazione Trump per le sue denuncie
È stato il teatro di un dibattito acceso e inatteso, il webinar sulla finanza etica nel contesto di guerra e dopo Gaza. L’evento era organizzato dal gruppo dei “dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina”, nato sull’ondata delle mobilitazioni dell’anno scorso contro il genocidio dei palestinesi nella Striscia (a moderare Duccio Facchini di Altreconomia). Tra i relatori c’erano Francesca Albanese e il direttore generale di Banca Etica Nazzareno Gabrielli. Il dibattito, che si è aperto con la lettura dell’articolo 11 della Costituzione e un intervento dell’economista Pier Giorgio Ardeni, si è presto concentrato sulle difficoltà economiche che la relatrice speciale Onu per i territori palestinesi è costretta ad affrontare da quando gli Stati Uniti hanno deciso di applicare sanzioni contro di lei, l’anno scorso.
Difficoltà che comprendono l’impossibilità di aprire un conto corrente, neanche con Banca Etica. “La finanza etica è etica fino a un certo punto, perché opera all’interno di questo sistema e con grossi vincoli, il mio caso ne è la prova”, ha detto Albanese. Il suo interlocutore era Gabrielli, che ha ricordato come l’anno scorso l’ istituto ha tentato di aprire un conto corrente per Albanese, ma si è fermato dopo aver verificato che le sanzioni Usa (nello specifico, il fatto che il nome di Franesca Albanese figuri ora nella lista Ofac) comportano una multa da 1 miliardo di euro per gli istituti che le violano. “Sono passato dalla felicità di venire scelto da Albanese alla frustrazione di essermi reso conto che il provvedimento Usa aveva ripercussioni giuridiche così forti che non abbiamo potuto aprirle un conto corrente”. “Avrei potuto fare causa a Banca Etica, non l’ho fatto per quello che sono”, ha chiarito Albanese.
“Gli operatori finanziari non hanno alternativa”, si è giustificato Gabrielli. “Solo le istituzioni politiche possono intervenire: abbiamo scritto con i nostri partner di finanza etica europei e mondiali, ma l’iniziativa è rimasta lettera morta”. Pur criticando l’uso politico delle sanzioni anti-riciclaggio, Banca Etica deve operare in un sistema di regole, e quella sanzione sarebbe costata la chiusura: “Dobbiamo pensare ai nostri 130 mila clienti, tra cui ci sono ong che lavorano in Palestina. La sfida vera è riuscire a fare banca dentro il sistema, evidenziando anche gli atteggiamenti criminali delle istituzioni, in alcuni casi”.
Tutto ciò, però, dal punto di vista (politico e personale) di Albanese non è abbastanza: è un dato di fatto che nel suo caso gli strumenti della finanza etica “che per forza di cose deve operare nel sistema”, come ha sottolineato Gabrielli, non è stato in grado di fornirle assistenza finanziaria. “Il mio caso ha dimostrato chiaramente che la finanza etica ha dei limiti. In fin dei conti, nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite”, ha spiegato. “Per questo ora mia figlia di 13 anni, cittadina americana, si trova a fare causa al presidente Donald Trump”: per cercare una via d’uscita dal buco nero finanziario. “La verità è che il mio Paese mi ha lasciato sola”, ha aggiunto amara Albanese.
E non solo il governo Meloni, che si è anzi unito alla (fallita) iniziativa francese per chiedere le dimissioni della relatrice speciale onu a seguito di una campagna diffamatoria lanciata da gruppi filo-Netanyahu.
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