venerdì 27 marzo 2026

Askatasuna, dopo lo sgombero Torino fa i conti della militarizzazione Rita Rapisardi

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Askatasuna, dopo lo sgombero Torino fa i conti della militarizzazione

Rita Rapisardi

TORINO La prefettura: dal 31 marzo in vigore sei nuove zone rosse


I numeri della militarizzazione dopo oltre tre mesi li dà il sindacato appartenenti polizia Siap: 2,8 milioni di euro per presidiare il centro sociale Askatasuna dopo lo sgombero del 18 dicembre scorso, avvenuto all’improvviso per decisione del ministro dell’Interno Piantedosi. Lo «spreco», come lo definisce la sigla sindacale, è così definito: «Si tratta di 11.640 giornate/uomo impiegate – spiega il segretario generale provinciale, Pietro Di Lorenzo – 120 agenti sottratti al controllo del territorio». Numeri che secondo Di Lorenzo certificano «un fallimento gestionale amministrativo» dice rivolgendosi al comune di Torino e suggerendo addirittura le soluzioni possibili: riqualificare “celermente” con la confisca dell’immobile e l’abbattimento della struttura, «meglio un’area verde o uno spazio aperto che un simbolo di illegalità».

Ma la questione è più complicata di così e lo sottolinea il sindacato di polizia Silp della Cgil: «L’analisi sostenuta a proposito del destino di Askatasuna presenta una visione parziale e miope – spiega il segretario generale, Nicola Rossiello – Quantificare il costo del presidio senza considerare che quel dispiegamento di forze è la conseguenza diretta di una scelta politica basata esclusivamente sulla repressione e non sul dialogo, è intellettualmente disonesto», spiega Rossiello citando anche le tifoserie calcistiche o altri servizi che costano senza generare valore sociale. «L’idea di una sicurezza militarizzata appartiene a Trump e ai suoi seguaci, è il ministero dell’Interno che decide di spendere milioni di euro per presidiare quel luogo, perché non ha avuto il coraggio di investire quegli stessi fondi in percorsi di rigenerazione urbana e sociale», aggiunge. In effetti si sa com’è finita la storia di Askatasuna: il centro sociale era stato infatti inserito in un percorso per il riconoscimento di bene comune da oltre un anno e mezzo, quando si è deciso di distruggerlo e murarlo, con decine di attività che si svolgevano settimanalmente e che coinvolgevano tutto il quartiere, dai più piccoli agli anziani.

A incolpare della situazione il comune è anche la politica, per mezzo del vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in regione Piemonte, Roberto Ravello, che rivendica: «Il governo ha riportato ordine e legalità. Un intervento necessario, atteso e doveroso. Adesso il comune decida cosa fare e lo faccia in fretta». A rispondergli è Marco Grimaldi, deputato di Avs, originario di Torino. «Noi vogliamo la restituzione dell’immobile alla cittadinanza. È il governo che deve restituirlo alla città che lo ridarà a Vanchiglia», dichiara a il manifesto. «Ribadiamo la nostra opposizione all’atto di forza con cui è stato sgomberato lo spazio di corso Regina 47, militarizzato un intero quartiere e fermato il percorso della città per il pieno riconoscimento di quel luogo come bene comune».

Una visione alternativa che però non sembra interessare al governo. Dall’ufficio della prefettura di Torino è infatti arrivata ieri la comunicazione che dal 31 marzo entreranno in vigore sei nuove zone rosse a vigilanza rafforzata, come previsto dall’ultimo pacchetto di disposizioni sulla gestione dell’ordine pubblico di febbraio: si tratta di Dora Vanchiglia, San Salvario, San Donato, Barriera di Milano, piazza Bengasi, Nizza Millefonti. Sono quelle della movida del centro insieme ad alcune aree verdi e giardini. Uno schema già collaudato lo scorso anno, sempre con le stesse zone.

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