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LA LEGGE DEL MALE Il governo manda la Sea Watch 5 a Marina Carrara, l’ong: «È tortura, disobbediamo»
Diciassette persone partite dalla Libia sono annegate, travolte dalle onde a nord est di Tripoli. Sul barcone erano in 62, i sopravvissuti sono stati riportati indietro dalla sedicente «guardia costiera». Che ha rifiutato di mettersi alla ricerca di una seconda imbarcazione in difficoltà, sostenendo di non avere abbastanza mezzi a disposizione. A bordo c’erano 38 persone. «È molto difficile che siano ancora vive», dicono da Alarm Phone, il centralino che diffonde le richieste di aiuto dei migranti in pericolo. Ap aveva ricevuto i due sos, insieme a quelli di altri casi ancora aperti mentre in mare è arrivata la tempesta, e chiesto l’intervento delle autorità competenti tra domenica e lunedì. Alla fine ieri ha dato notizia della nuova strage.
Oltre 100 persone che viaggiavano su due diverse barche sono invece divise tra la piattaforma Miskar, che estrae gas davanti alle coste tunisine di Gabés, e il mercantile Maridive. Anche loro avevano lanciato l’allarme attraverso Ap nei giorni scorsi. «Stiamo facendo pressioni sulle autorità affinché si muovano, ma ancora non abbiamo riscontri», aveva spiegato ieri Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch.
Ieri l’ong ha presentato un ricorso d’urgenza al tribunale di Palermo per lo sbarco dei minori a bordo della sua nave. Domenica ha salvato 93 persone in due interventi. Particolarmente complicato il secondo, con naufraghi in grave stato di ipotermia, alcuni affetti da disabilità e malattie croniche. Per nove di loro le autorità italiane hanno autorizzato lo sbarco d’emergenza a Lampedusa. Per tutte le altre hanno indicato il porto di Marina di Carrara, poco sotto La Spezia, a oltre 1.100 chilometri di navigazione. Con il mare in tempesta, ieri sera la decisione: «Basta così. Non sottoporremo le 57 persone ancora a bordo a un viaggio di altri 1.100 chilometri per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani».
L’ong si era appellata ai giudici siciliani, almeno per i naufraghi più giovani: il tribunale di Palermo aveva ordinato lo sbarco immediato di 20 minori non accompagnati e tre bambini con le famiglie. La Sea Watch 5 si era poi portata a ridosso delle coste siciliane per cercare riparo. Tutti avevano vissuto una notte difficile, tra vento e onde. Il capitano sarebbe voluto entrare in porto, invece dalla guardia costiera era giunto l’ok solo per il trasbordo al largo, davanti a Mazara del Vallo. «Con questa prassi si creano inutili pericoli – aveva spiegato Linardi – Sta accadendo qualcosa di gravissimo: il governo ignora la presenza di persone in pericolo in mare aperto e sulla Miskar, mentre costringe quelle salvate da Sea Watch a una traversata assimilabile a un trattamento disumano e degradante. Imporre altri quattro giorni di navigazione con questo tempo a persone così vulnerabili è pura disumanità». Alla fine la decisione di disobbedire.
Intanto ieri sono arrivati a Civitavecchia i 123 migranti soccorsi da Emergency con la Life support in tre diverse operazioni tra il 13 e 14 marzo. «Un ragazzo del Sud Sudan ci ha raccontato di aver dovuto interrompere gli studi a causa della guerra e di uccisioni di massa. Il suo desiderio più grande è riprendere gli studi, a lui e a tutti i naufraghi auguro di trovare la protezione che meritano e di riuscire a realizzare le loro aspirazioni», ha raccontato Annachiara Burgio, mediatrice culturale a bordo della nave. Oggi è attesa a Vibo Valentia la Aita Mari con 32 persone. Dall’inizio del 2026 sono sbarcate in Italia circa 5.500 persone. Un numero basso, mentre altissimo è quello dei morti nel Mediterraneo centrale nei primi due mesi e mezzo dell’anno: circa 600, contando solo quelli confermati.
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