di Carmine R. Guarino, Massimo Pisa
Interrogati oggi i quattro colleghi dell’agente che sparò durante un controllo a Milano. L’ipotesi: uno di loro mise la pistola accanto alla vittima. I soccorsi chiamati dopo 23 minuti
Tanti interrogativi e un indicibile sospetto che finora ha trovato solo conferme. Dubbi che diventano pesanti ombre su una storia che appariva semplice: il controllo nel boschetto dei tossici di via Impastato, la sera del 26 gennaio, la pistola (finta) nelle mani di Abderrahim Mansouri, l’assistente capo Carmelo Cinturrino che impugna la sua Beretta e centra il 28enne marocchino — appartenente alla famiglia dei signori dello spaccio della zona — da trenta metri. Un solo colpo al capo. Letale. Per legittima difesa putativa.
Gli accertamenti della sezione Omicidi della Squadra mobile e del pm Giovanni Tarzia sembravano una pura formalità. E invece, verbale dopo verbale, tabulato su tabulato, si sono aperti squarci in quella versione. Diventati quesiti investigativi. Cosa hanno fatto i poliziotti nei 23 minuti passati tra lo sparo fatale e la chiamata per dare l’allarme? Dov’è andato uno dei sei poliziotti del commissariato Mecenate di pattuglia quella sera? La vittima e l’assistente capo, ora indagato per omicidio, si conoscevano? E soprattutto, il quesito più importante di tutti: Mansouri aveva davvero la pistola scacciacani in mano, come ribadito anche dagli altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento?
Le prime decisive risposte potrebbero arrivare oggi, quando gli inquirenti interrogheranno i quattro colleghi di Cinturrino, assistiti dai loro legali, per rispondere all’accusa di averlo coperto e a quella, non meno grave, di omissione di soccorso per quel buco temporale prima di allertare il numero unico di emergenza, con Mansouri agonizzante: morì, infatti, dopo l’arrivo dei sanitari. In questo lasso di tempo uno degli agenti, il più vicino all’assistente capo quando ha aperto il fuoco, si sarebbe allontanato dal boschetto a mani vuote per poi tornare diversi minuti dopo: il sospetto, terribile, è che abbia recuperato la finta Beretta per poi depositarla lì sul prato.
Sull’arma giocattolo, già analizzata, non sono state trovate impronte della vittima. Debora Piazza e Marco Romagnoli, i legali della famiglia Mansouri, vanno oltre: «Non solo non l’ha puntata contro, non ce l’aveva». E del resto, quello della posizione della finta Beretta era stato un punto su cui gli specialisti della Omicidi avevano insistito la sera stessa del 26 gennaio. «Era a faccia in su sdraiato a terra con la pistola a quindici centimetri dalla mano — aveva spiegato Cinturrino a verbale in Questura — probabilmente ho sentito l’esigenza di allontanare l’arma perché era ancora nella sua disponibilità. Mi sembra di averlo fatto con la mano. Quando sono arrivati i sanitari con tutti i colleghi ho chiesto di fare delle foto». Resta un altro scoglio logico insoluto: perché puntare un’arma giocattolo contro un poliziotto che si è già qualificato, andando incontro a una sicura reazione?
Gli inquirenti sono riusciti a datare con estrema precisione il momento dello sparo letale: per questo non c’è dubbio che l’allarme sia stato dato decisamente in ritardo. «Abbiamo dato la comunicazione e la centrale operativa mi ha detto di chiamare il 118 dal posto», aveva ricostruito l’assistente capo, raccontando una procedura che suonava quantomeno anomala alle orecchie dei suoi colleghi: di solito è proprio la centrale operativa a inviare i soccorsi, soprattutto in caso di pericolo imminente per ferita da arma da fuoco.
Da approfondire pure la natura della presenza di Cinturrino al boschetto. L’indagato aveva raccontato di aver saputo via radio dell’arresto di un pusher bengalese da parte dei colleghi e di essere partito da solo da piazzale Corvetto, a tre chilometri da lì, poi di aver poi visto in lontananza «due ombre». Compreso Abderrahim Mansouri. «L’ho riconosciuto subito», aveva tenuto a precisare. Ora gli inquirenti stanno cercando di ricostruire se, oltre alla canonica memoria dell’investigatore su un pusher più volte arrestato in zona, ci fosse altro. E stanno scavando sull’intera attività di Cinturrino, a partire dall’arresto per droga del 7 maggio 2024 per cui l’assistente capo è indagato per falso, per presunte anomalie nel verbale.
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