giovedì 19 febbraio 2026

Dentro al Cpr di Torino tra violenze e solitudine

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L'ISPEZIONE DELLE CONSIGLIERE REGIONALI Alice Ravinale (Avs): «Abbiamo visto tantissimi atti di autolesionismo, persone ingoiano oggetti, come pile o accendini, a volte bevono i detersivi»


«Tantissimi atti di autolesionismo, persone che si fanno male agli arti, contusioni ai piedi, ingoiano oggetti, come pile o accendini, a volte bevono i detersivi», racconta Alice Ravinale, consigliera regionale Piemonte Avs, alla sua quarta ispezione da quando ha riaperto il Cpr di Torino a marzo scorso, dopo che era stato chiuso per due anni, danneggiato dopo le proteste di chi era rinchiuso.

Insieme a lei c’erano Valentina Cera e Giulia Marro, anche loro consigliere, e hanno potuto constatare una situazione critica proprio per la fragilità di chi è dentro: «Abbiamo trovato parecchi ragazzi molto giovani, tutti con la stessa storia, minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia, seguiti da comunità e poi spesso passano per il carcere e finiscono lì dentro», racconta Ravinale, «L’assurdità è che dal carcere non ti rinnovano i documenti, è impossibile avviare le procedure, poi escono e vengono trasferiti in Cpr». Poi ci sono anche coloro che vivono in Italia e hanno famiglia.

Al momento sono rinchiuse 69 persone, mentre la capienza è di circa 70 persone, molte aree sono ancora inagibili dopo gli incendi. Nove di queste sono marocchine, «quando non è possibile procedere ai rimpatri verso quel paese, molta gente rimane dentro inutilmente, trattenuti per sport», aggiunge Ravinale. «Un trattamento inumano e un alto costo». A confermarlo c’è un dato: da quando ha riaperto il cpr di corso Brunelleschi ha visto transitare 680 persone, solo 84 sono state rimpatriate. «Rimettiamo in strada persone completamente traumatizzate».

Uscire da un Cpr vuol dire aver addosso i traumi di una detenzione che chi è dentro vive con incredulità e ingiustizia. «Ma perché siamo qua e siamo trattati come animali?», chiedono dentro: un sistema di detenzione amministrativa che vive nel limbo, con pochissime regole chiare e tempi che è difficile stabilire, anche per gli avvocati che seguono questi casi dall’esterno.

La maggior parte degli “ospiti”, come vengono chiamati nel gergo dei centri, sono lì da un mese o due, una persona è invece presente da agosto. Hanno per lo più origini nordafricane, ma ci sono anche sudamericani, in particolare peruviani, il più giovane privato di libertà ha 18 anni.

Secondo le consigliere la gestione del Cpr, che da quando ha riaperto è passata a Sanitalia, sembra essere migliore di quella precedente, anche se per chi è rinchiuso non esiste altra quotidianità se non quella di stare nella propria cella, senza nessun tipo di attività. «Certo, il problema rimane lo stesso, cioè che non dovrebbero esistere queste strutture», continua Ravinale.

Soprattutto è nell’area medica che diventa tutto più critico: gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno, ma sono percepiti come atti per essere liberati, ed è costante l’utilizzo di farmaci per calmare le persone all’interno, anche se non sono stati forniti dati sui quantitativi utilizzati. «Ho visto alcune persone molto rallentate – conclude Ravinale – per certo ci hanno confermato che quasi tutti utilizzano farmaci».

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