Otto milioni di bimbe e bimbi non vanno a scuola da più di 500 giorni, la metà di quelli divorati dalla guerra. Un istituto su tre è chiuso e un piccolo su due non frequenta le lezioni di maestri senza stipendio da due anni
Solo nella matematica ci sono numeri che sono “intoccabili” e otto milioni non sembra appartenere a questa lista di assolutezza. Eppure nel Sudan, devastato da più di mille giorni di guerra e spaccato ormai a metà, otto milioni di bambini sono per nulla intoccabili e per loro l’unica assolutezza è il fatto che ormai non vanno più a scuola dalla metà dei giorni divorati dalla guerra. New York, con la sua area metropolitana, ha poco più di otto milioni di abitanti, come Baghdad. Questo per dare una proporzione della vastità del dramma di un popolo. Bambini e bambine che hanno visto una scuola su tre chiusa dai militari per trasformarla in una caserma, quasi uno su due è diventato così testimone vivente di una generazione perduta.
Secondo le Ong questi ragazzini hanno trascorso ormai cinquecento giorni fuori dalle aule facendo superare loro un poco invidiabile record delle chiusure scolastiche mondiali: più lunga e devastante persino dei momenti peggiori del Covid. “Può essere banale, ovvio, ma non possiamo nascondere che, oltre alle persone, questa guerra deruba del futuro milioni di questi bambini”, ha detto ai giornalisti che lo hanno incontrato a Khartum il vicedirettore di Save the Children Sudan, Francesco Lavino. E più a lungo un bambino non sta seduto tra i banchi di scuola (lo dimostrano tristemente le statistiche dell’Onu per questo conflitto e per tanti altri) minore è la possibilità che torni. Soprattutto per le bambine, costrette nelle realtà più estreme del gigantesco Paese africano, a sposarsi da piccole e a finire, nel migliore dei casi, come serve per sostenere la famiglia.
Come spesso accade, nella triste storia del Paese dall’occupazione coloniale, alle dittature che si sono succedute e ai golpe, la regione sempre più estrema è quella del Darfur. Nello Stato federale del Darfur settentrionale solo il 3 per cento delle sue 1.100 scuole primarie è ancora aperto; un po’ migliore la situazione è a sud e a ovest di El Fasher dove le scuole aperte raggiungono comunque a fatica la doppia cifra percentuale.
L’altra faccia delle medaglia è poi costituita dagli insegnanti. Dal 15 aprile del 2023, quando la follia si è scatenata tra le Rsf fedeli al massacratore Mohammed Dagalo e il golpista che governava il Paese Abdel Fatah al-Burhan, Sami Abdulbaqi è finito sui giornali locali per le denunce cadute nel silenzio del Continente e del mondo. Il portavoce del Comitato degli insegnanti sudanesi non trova scuse, ma inanella numeri: gli insegnanti non ricevono stipendi da due anni, la svalutazione ha spinto tutti i maestri e professori sotto la soglia di povertà con un salario minimo di 2,50 euro al mese per arrivare ai 25 di un insegnante con 30 anni di esperienza. E molti di questi sono tra i 12 milioni di sfollati in fuga dai combattimenti che hanno spazzato in due un Paese che ha vissuto dodici anni fa la secessione del Sud e ora è dominato a Occidente dai paramilitari delle Rsf e il nord e l’est ancora sotto il controllo dell’esercito fedele al “presidente”.
In tutto questo c’è però un’ “isola”, Taiwala nel Darfur. Lì alcuni volontari, delle Ong che ancora lavorano nella regione controllata dai “ribelli”, hanno visto arrivare le carovane della gente fuggita da el Fasher a ottobre dopo un eterno assedio e la battaglia finale. Lì, sotto alcune delle tende non occupate dai 650mila profughi di ormai quasi due anni di guerra, è nata anche una piccola scuola. Una goccia nel deserto nel cuore dell’Africa. “All’inizio - ha raccontato la norvegese Mathilde Vu che coordina l’iniziativa - molti dei loro disegni raffiguravano sangue, persone assassinate, fucili, cannoni, blindati. Ma dopo una settimana iniziano a tornare pian piano quello che sono: bambini”. Disegnano fiori e scuole.
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