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sabato 31 marzo 2012

«Romanzo di una strage», la versione di Sofri «Nel film tesi assurde e gratuite»

Online l'instant book dell'ex leader di Lotta Continua
43 anni-Piazza Fontana, un libro, un film 
Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani. (Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano). Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti. E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di  spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora. Scrivo quando è appena uscito il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage. Ha il proposito ambizioso di ricostruire la vicenda che va da piazza Fontana, 12 dicembre 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, 17 maggio 1972. Al suo centro sta tuttavia la trama umana che lega, nella scelta degli autori, il destino di due uomini, il ferroviere Giuseppe Pinelli e il commissario di polizia Luigi Calabresi. Anzi, di tre uomini, perché la figura di Aldo Moro vi appare anch’essa legata. È una scelta che comporta una netta forzatura, ma è la meno discutibile, quella più umanamente suggestiva, e più connessa alla parola “Romanzo”. Romanzo di una strage cita, variandolo, il titolo che Pier Paolo Pasolini diede a uno dei suoi articoli più famosi, “Il romanzo delle stragi”, quando lo incluse negli Scritti corsari. Il Corriere della Sera lo aveva pubblicato il 14 novembre 1974 intitolandolo “Che cos’è questo golpe”. Si apriva proclamando: «Io so...». Pasolini vi rovesciava l’accezione comune di romanzo: «Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti». Del film, a me interessa qui l’attinenza con la realtà. Un film di tale impegno, perfino indipendentemente dalla sua qualità, è destinato a far testo sulla vicenda che racconta. Per questo ne scrivo. E anche perché il film si dichiara “liberamente ispirato” a un libro nel quale i “riferimenti a fatti e persone reali” sono spaventosamente “inesatti”. Gli autori hanno voluto segnare una distanza dalle tesi particolari del libro, e del resto il film se ne è discostato su punti essenziali. Il libro sostiene che Valpreda andò a deporre una bomba, benché nelle sue intenzioni solo dimostrativa, nella banca di piazza Fontana. Che Pinelli era a parte di un progetto di attentati simultanei, benché nelle intenzioni solo dimostrativi, e intervenne quel pomeriggio nel loro svolgimento. Che Calabresi era nel suo ufficio quando Pinelli ne fu defenestrato, e forse fu lui a “metterlo nell’angolo con impeto”. Il film ha ripudiato queste opinioni. Tuttavia in una scena finale – la più arbitraria, ai miei occhi: quella del dialogo fra Calabresi e il capo degli Affari Riservati, D’Amato – il film ha mantenuto la tesi principale sulla quale il libro è costruito, secondo cui nella strage della Banca Nazionale dell’Agricoltura, e negli altri attentati che la accompagnarono e la precedettero, si attuò una strategia della estrema destra eversiva e degli apparati segreti italiani e stranieri consistente nel “raddoppiare” tutto: due bombe, due borse a contenerle, due attentatori. Uno anarchico, l’altro fascista. Uno intenzionato a fare il botto, l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste. Il libro uscì nel 2009, si intitola Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie), l’autore è Paolo Cucchiarelli. Offriva “finalmente la verità sulla strage”. Nella riedizione del 2012 viene promosso come “il libro che ha ispirato il film”. Alla luce del film finito (ha avuto infatti una lavorazione travagliata) la fascetta pubblicitaria sulla ristampa dovrebbe dire piuttosto: “Il libro che non ha ispirato il film” – salvo quel tic del Raddoppio universale. Quando il libro uscì, era così pieno di errori di fatto e di interpretazioni oltraggiose che preferii ignorarlo, benché una gran pagina sul Corriere della Sera ne lanciasse sconsideratamente la rivelazione: «Due borse, due bombe...». Ho cambiato idea. Dopo il lancio del film, persone stimabili e autorevoli, ma ignare, sono state indotte a raccomandare le scoperte del libro. Intanto, procedendo nello smascheramento del Raddoppio Universale, Cucchiarelli lo andava già estendendo alla strage di piazza della Loggia a Brescia, 1974: «Un fascicolo è aperto a Milano e si sta scandagliando l’ipotesi della doppia bomba anche a Brescia». Questo libriccino dunque non fornisce una ricapitolazione né un’interpretazione complessiva – abbastanza assodata, del resto – della sterminata materia della “strage di Stato”. Vuole invece confutare una tesi dissennata che diventa pigramente, nel medio evo della fiction, la nuova vulgata su Piazza Fontana. La “bomba doppia”: un’assurdità bevuta con naturalezza. Nel film, raccontata come una favola dal poco fiabesco capo degli Affari Riservati D’Amato, la tesi suona, oltre che cervellotica, posticcia, e non ne inficia la narrazione. Nel libro è una onnivora superstizione. Dichiaro due mie limitazioni particolari. Della prima è superfluo che avverta: sono stato a mio modo coinvolto negli avvenimenti di cui si tratta, sono stato condannato, come l’ultima scritta del film ricorda, per l’omicidio di Calabresi. Dunque nel confronto fra testimoni e studiosi sto piuttosto dalla parte dei primi, e tendo a concedere al contesto più che non faccia chi, venendo dopo, può più leggermente ignorarlo. Si è discusso del modo in cui è presentata nel film la feroce campagna di Lotta Continua contro Calabresi. Io ne ho detto tutto quello che dovevo dirne, da ultimo nel mio La notte che Pinelli (Sellerio, 2009). Qui non ci tornerò. La seconda limitazione è praticamente influente: ho studiato meglio che ho potuto la documentazione che riguarda la vicissitudine di Giuseppe Pinelli, e ho maneggiato la prima documentazione sulla strage nella parte pertinente con quella vicenda. Sul resto, ovvero il milione (sul serio: come Marco Polo) di fogli, atti e testimonianze varie riguardanti l’estenuante sequela successiva di indagini e processi per la strage, sono appena un lettore medio, e mi guarderò dal simulare una competenza che non ho. Vedo che Marco Tullio Giordana, regista del film, si è trovato anche lui in modo diversissimo dal mio, s’intende – nella duplice veste di testimone e di “storico”. Ha dichiarato un investimento autobiografico forte fino al pianto: «Il fatto è che io Calabresi l’ho conosciuto. Quando da studente ho occupato il mio liceo, il Berchet. È arrivato questo signore serissimo, gentile ed elegante, circondato da sbirri minacciosi, che non aveva l’aria del poliziotto e ci dava del lei, ci trattava come figli. A me fece una specie di paternale: ma come, lei, figlio di una vedova e con quattro fratelli, che grazie ai sacrifici di sua madre ha la possibilità di studiare, si mette a occupare! Uscii dall’interrogatorio con le lacrime agli occhi». Giordana spiega che aveva sempre desiderato raccontare questa storia e sempre rinviato, fino a che: «Un giorno ho letto che gli studenti dei licei milanesi credevano in maggioranza che le bombe le avessero messe le Brigate Rosse». Una notizia come questa mi aveva spinto a scrivere su Pinelli. Un sondaggio condotto nel 2006 fra mille studenti delle medie superiori di Milano appurava che gli studenti che dicevano di aver sentito parlare della “strage di Stato” erano il 58 per cento. Il 42 per cento la attribuiva alle Brigate Rosse, il 39 alla mafia, il 22 agli anarchici, il 18,6 ai fascisti, il 4,3 ai servizi segreti. Almeno queste percentuali ora cambieranno. Qui mi occuperò di un certo numero di fatti, dei loro documenti, dei loro travisamenti. E degli sconfinamenti dai fatti alle illazioni e alle insinuazioni. Il mio libro su Pinelli è propriamente l’antefatto delle osservazioni qui avanzate. Poiché non posso attribuirne la conoscenza a lettrici e lettori, ne allego in appendice le pagine che trattavano minuziosamente l’alibi di Pinelli, che anche qui mi sta specialmente a cuore. In fondo troverete anche una cronologia, e un sommario indice dei personaggi ricorrenti.                          Scaricabile da qui

giovedì 12 dicembre 2013

La verità su Piazza Fontana


http://www.focus.it/cultura/storia/La_verita_su_Piazza_Fontana_C12.aspx

Il 12 dicembre 1969, esattamente 44 anni fa, una bomba esplode alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, provocando 17 morti e 88 feriti. 10 anni di processi, depistaggi, condanne e assoluzioni. Ma cosa è successo veramente. La ricostruzione di Guido Salvini, il giudice che ha condotto l’ultima istruttoria in ordine di tempo, in un articolo tratto da Focus Storia.

Il 12 dicembre 1969, esattamente 37 anni fa [44 anni nel 2013], iniziò per l’Italia una sorta di oscuro, lento, ma comunque micidiale “11 Settembre”. Incominciava cioè la “strategia della tensione”. Come si tende a fare con i brutti ricordi, si parla poco di quei fatti. A volte si preferisce ritenerli enigmatici, misteri irrisolvibili. Ma la strategia della tensione, fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali, appartiene alla nostra storia recente. E la conoscenza storica, come si sa, può aiutare a non essere più vittime di certe logiche politiche e di potere. 
Tutto ebbe inizio il 12 dicembre 1969, con le bombe all’Altare della Patria e nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro a Roma, con alcuni feriti. E, in contemporanea, con la terribile bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, che provocò 17 morti e 88 feriti. E che ebbe anche l’effetto di mutare l’ottimismo di molti giovani di allora in sfiducia verso le istituzioni del loro Paese. 

Su questa strage sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. «Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia» afferma il giudice milanese Guido Salvini. Il giudice Salvini ha condotto l’ultima istruttoria in ordine di tempo su Piazza Fontana, durata dal 1989 al 1997, sulla base della quale si sono avute la condanna degli imputati in primo grado (30 giugno 2001) e la loro assoluzione in appello (12 marzo 2004) con conferma dell’assoluzione in Cassazione (3 maggio 2005). 

Giudice Salvini, nonostante non si sia arrivati alla definitiva condanna processuale di singole persone, Lei continua a essere un testimone della memoria storica su quei fatti. In che cosa consiste oggi questa memoria? 
Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani. 
L’on. Rumor fra l’altro non se la sentì di annunciare lo stato di emergenza. Il golpe venne rimandato di un anno, ma i referenti politico-militari favorevoli alla svolta autoritaria, preoccupati per le reazioni della società civile, scaricarono all’ultimo momento i nazifascisti. I quali continuarono per conto loro a compiere attentati. Cercarono anche di uccidere Mariano Rumor, con la bomba davanti alla Questura di Milano (4 morti e 45 feriti), del 17 maggio 1973, reclutando il terrorista Gianfranco Bertoli. 

Perché non si è arrivati ad avere sufficienti prove sulle responsabilità personali nell’attentato di piazza Fontana? 
L’assoluzione definitiva è stata pronunciata con una formula che giudica incompleto ma non privo di valore l'insieme delle prove raccolte. Sono esistiti in questa vicenda pesanti depistaggi da parte del mondo politico e dei servizi segreti del tempo. Però non è del tutto esatto che responsabilità personali non siano state comunque accertate nelle sentenze. Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani. 
Digilio ha parlato a lungo delle attività eversive e della disponibilità di esplosivo del gruppo ordinovista di Venezia,di cui faceva parte Delfo Zorzi, assolto poi per la strage in pratica per incompletezza delle prove nei suoi confronti, in quanto la Corte non ha ritenuto sufficienti i riscontri di colpevolezza raggiunti. Né sono bastate le rivelazioni di Martino Siciliano che aveva partecipato agli attentati preparatori del 12 dicembre insieme a quel gruppo, con lo scopo di creare disordine e far ricadere le accuse su elementi di sinistra. 
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione. 

Ci può spiegare meglio? Intende dire che Freda… 
Sì, se Freda e Ventura fossero stati giudicati con gli elementi d’indagine arrivati purtroppo troppo tardi, quando loro non erano più processabili, sarebbero stati, come scrive la Cassazione, condannati. 

Può fare un esempio? 
L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre. 
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato. 
E c’è di più: il senatore democristiano Paolo Emilio Taviani, in una sofferta testimonianza resa poco prima di morire e purtroppo non acquisita dalle Corti milanesi, ha raccontato di aver appreso che un agente del Sid, l'avvocato romano Matteo Fusco, il pomeriggio del 12 dicembre del 1969 era in procinto di partire da Fiumicino alla volta di Milano in quanto incaricato, seppure tardivamente, di impedire gli attentati che stavano per avere conseguenze più gravi di quelle previste. Tale "missione" non riuscita, confermata dalla testimonianza della figlia ancora vivente dell'avvocato Fusco, che aveva ben presente il rammarico del padre negli anni per non avere potuto evitare la strage, indica ancora una volta che la campagna di terrore non fu solo il parto di un gruppetto di fanatici, ma che a Roma almeno una parte degli apparati istituzionali era a conoscenza della preparazione degli attentati e cercò solo all'ultimo momento di ridurne gli effetti. Dopo l’esito tragico, si adoperarono per calare una cortina fumogena sulle responsabilità a livello più alto. 

La frammentazione delle prove nei tanti processi ha favorito questa cortina fumogena? 
Indubbiamente. Ma la ricostruzione dell'accusa, senza effetti, ripeto, su persone non più processabili, è che il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all'Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage. 
Entrambi gli obiettivi,le banche e l'Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra. 

Tre giorni dopo la strage però un anarchico, Giuseppe Pinelli, volò dal quarto piano della 
Questura di Milano. Un altro anarchico, Pietro Valpreda, fu incarcerato e indicato come il “mostro” nelle prime pagine dei quotidiani e nei telegiornali. Quando non si pensava nemmeno lontanamente a Internet e sistemi tipo Wikipedia, un gruppo di giovani, in soli sei mesi, scambiandosi informazioni, mise in piedi una controinchiesta collettiva, raccolta in un famoso libro “ La strage di Stato”. Che valore ebbe questo loro impegno per le indagini giudiziarie successive? 
Fu davvero profetico e quasi propedeutico rispetto agli accertamenti giudiziari avvenuti dopo. Soprattutto, ebbe il merito di smontare rapidamente la pista anarchica fabbricata apposta da infiltrati di Ordine nuovo, di Avanguardia nazionale e dei servizi segreti, per depistare le indagini e mettere sotto accusa di fronte all’opinione pubblica gli anarchici e, per estensione, gli studenti contestatori e le forze di sinistra impegnate nelle lotte sindacali di quel periodo, preparando così il clima per la svolta autoritaria. Che non ci fu, anche perchè la grande stampa, dopo un po’, fece suoi molti temi di quel libro inchiesta. 

Quali conclusioni si devono trarre oggi da questa storia? 
La strage di Piazza Fontana non è un mistero senza mandanti, un evento attribuibile a chiunque magari per pura speculazione politica. La strage fu opera della destra eversiva, anello finale di una serie di cerchi concentrici uniti (come disse nel 1995, alla Commissione Parlamentare Stragi, Corrado Guerzoni, stretto collaboratore di Aldo Moro) se non proprio da un progetto, da un clima comune. Nei cerchi più esterni c’erano forze che contavano di divenire i “beneficiari” politici di simili tragici eventi. Completando la metafora, i cerchi più esterni, appartenenti anche alle Istituzioni di allora, diventarono subito una struttura addetta a coprire l’anello finale, cioè gli esecutori della strage quando il “beneficio” risultò impossibile poichè quanto avvenuto aveva provocato nel Paese una risposta ben diversa da quella immaginata: non di sola paura, ma di giustizia e di mobilitazione contro piani antidemocratici. 
Per questo non dobbiamo vivere l’anniversario del 12 dicembre solo con amarezza, o addirittura rimuovendolo, ma trarne un insegnamento utile, sopratutto per le giovani generazioni. La memoria serve anche a ridurre il rischio che simili trame a danno delle istituzioni e simili sofferenze in danno dei cittadini possano nel futuro ripetersi.

Articolo originale tratto da Focus Storia (2006)

giovedì 12 dicembre 2024

Piazza Fontana e le stragi fasciste che la Destra finge di dimenticare di Lorenza Ghidini

https://www.radiopopolare.it/piazza-fontana-e-le-stragi-che-per-la-destra-non-hanno-colore-politico/

Nell’operazione di pacificazione – così la chiamano – che la Destra vuole portare a termine utilizzando le vittime della violenza politica di destra e di sinistra, le Stragi sono il grande rimosso.

Fin dal giorno in cui Giorgia Meloni si presentò alle Camere per avere la fiducia, dopo aver vinto le elezioni. Parlò dei “ragazzi innocenti uccisi a colpi di chiave inglese in nome dell’antifascismo militante” ma non disse nulla sulle Stragi, tutte ma proprio tutte di matrice neofascista. Pochi giorni dopo Ignazio La Russa, che si insediava alla Presidenza del Senato, ricordò Fausto e Iaio, due che fanno sempre comodo perché erano di sinistra ma i processi non ce l’hanno fatta a provare le responsabilità dei Nar. Anche in quella occasione, Stragi non pervenute. Nel 2023, ricordando la bomba di Bologna il 2 agosto, lo stesso La Russa parlò di “matrice neofascista secondo la verità giudiziaria”, sottolineando con la voce quell’aggettivo: giudiziaria. Quest’anno invece il ministro Salvini per ricordare la Strage della stazione ha scritto: “Un dramma che non deve accadere mai più”, come se queste cose accadessero da sole, non c’era una riga sulle responsabilità.

Piazza Fontana non ha avuto i suoi colpevoli, o almeno non ha avuto le condanne che i familiari delle vittime e tutti i democratici aspettavano. La sentenza di Cassazione del 2005 fa nomi e cognomi, Franco Freda e Giovanni Ventura, ma conclude amaramente che furono processati e assolti troppo presto, o meglio prima che emergessero le prove schiaccianti a loro carico.

E così anche la Strage di Piazza Fontana oggi nella narrazione di chi ci governa sarà un “evento tragico” nella storia d’ Italia, senza colore politico. Se non altro, hanno ancora il pudore di non mandare nessuno, oggi, alle celebrazioni in quella piazza.

martedì 12 dicembre 2023

Militanza Grafica - Quel maledetto 12 Dicembre 1969: portarono la tensione in una valigia di morte

https://www.militanzagrafica.it/e-portarono-la-tensione-a-piazza-fontana-in-una-valigetta-di-morte/



Il #12Dicembre 1969 portarono in Piazza Fontana a Milano, la tensione dentro una valigetta piena di morte. Alle ore 16:37, mentre si stavano terminando le ultimissime operazioni giornaliere, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano esplose una bomba nascosta dentro ad una valigetta. Morirono 16 persone, 88 furono i feriti.

Comincia da qui la cosiddetta “Strategia della tensione” volta a controllare mediante le morti e le stragi la popolazione, stretta attorno al concetto di paura e di morte. Le conseguenze di questo attentato furono devastanti. Morti innocenti come Pinelli, repressione senza alcun senso pur di colpevolizzare l’avversario politico. L’ultimo processo avvenuto nei primissimi anni 2000 vide condannato Delfo Zorzi, come esecutore, Carlo Maria Maggi, come organizzatore già condannato anni dopo in via definitiva all’ergastolo per la strage di Piazza Loggia a Brescia, Giancarlo Rognoni come basista, Stefano Tringali fu condannato a tre anni per favoreggiamento. Altri riuscirono immediatamente a sfuggire alle sentenze: Carlo Digilio ottenne la prescrizione del reato per una serie di attenuanti.

Ma nel 2004 arriva “l’incredibile”: la Cassazione assolve i tre imputati, ridusse le pene e gli ergastoli cancellati. Al termine delle procedure processuali, nello sgomento più assoluto, le famiglie delle vittime furono pure costrette a pagare le spese processuali. Pur assolvendo, pur cancellando, pur dicendo che nessuno è Stato, la Cassazione nelle motivazioni cita testualmente che “tuttavia la strage di Piazza Fontana fu realizzata da una cellula di Ordine Nuovo, capitanata da Freda e Ventura ma essi non sono più processabili perché assolti in via definitiva da un’altra inchiesta conclusa nel 1987.

Il sipario si chiude, con nessun condannato. Nessuno è Stato.

Le vittime: Giovanni Arnoldi (42) Giulio China (57) Eugenio Corsini (71) Pietro Dendena (45) Carlo Gaiani (56) Calogero Galatioto (71) Carlo Garavaglia (67) Paolo Gerli (77) Luigi Meloni (57) Vittorio Mocchi (33) Gerolamo Papetti (79) Mario Pasi (50) Carlo Perego (74) Oreste Sangalli (49) Angelo Scaglia (61) Carlo Silva (71) Attilio Valè (52).

mercoledì 11 dicembre 2019

Paolo Morando - Prima di Piazza Fontana. La prova generale


Una piccola storia ignobile della giustizia italiana, subito cancellata e rimossa. La prova generale della strategia della tensione. A cinquant’anni dai fatti, un libro-inchiesta, degno erede dei lavori di Corrado Stajano e di Camilla Cederna, rivela le verità nascoste di uno dei momenti chiave della storia repubblicana.

Milano, 25 aprile 1969: due ordigni scoppiano alla Fiera campionaria e all'Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni della Stazione centrale, provocando una ventina di feriti. È il primo atto della campagna di attentati che pochi mesi dopo porterà a Piazza Fontana. L'Ufficio politico della questura, fin dalle prime ore, punta verso gli anarchici. A condurre le indagini sono il commissario Luigi Calabresi e i suoi uomini, gli stessi che si troveranno nel suo ufficio la notte della morte di Giuseppe Pinelli, nome che nell'inchiesta spunterà di continuo, come quello di Pietro Valpreda, che già qui si profila come futuro capro espiatorio. Nel giro di pochi giorni vengono arrestati tre giovani (e altrettanti nelle settimane successive) e una coppia di noti anarchici milanesi, amici dell'editore Giangiacomo Feltrinelli, che pure verrà rinviato a giudizio assieme alla moglie. Due anni dopo, con un colpo di scena dietro l'altro, il processo chiarirà le dimensioni della macchinazione anti-anarchica innescata da quegli attentati. Una vicenda determinante per comprendere fino in fondo i misteri di Piazza Fontana.

mercoledì 12 dicembre 2018

quel giorno...

...ero sulla mitica A che poi diventò 50, quanti viaggi su quell'autobus che comodamente mi portava al liceo e più avanti anche all'università e se dovevo comprarmi qualche nuovo vinile sempre con quella mi recavo dal mitico Buscemi, prezzi più bassi del reame per dischi d'importazione che solo in quattro gatti acquistavamo, troppo indietro per la musica questo feudo americano.
Stavo andando a comprare un bastone da okey, non ricordo di aver sentito rumore ma alla fermata laterale alla piazza vidi crollare i vetri del palazzo di fronte.
Poche fermate più avanti scesi ed entrai nel negozio e scelsi l'attrezzo sportivo.
Tornando sentivo le sirene delle ambulanze e sempre su quella linea saliva la gente e le notizie di una caldaia esplosa e di morti si diffondevano con l'imprecisione caratteristica dei primi momenti senza certezze... oggi certezze invece ne abbiamo a tonnellate... 
Arrivato a casa i telegiornali parlavano di una bomba, ovviamente sapevano già tutto, anarchici!
Il regime confezionava già pacchetti tutto compreso e nascondeva per bene fascisti e servizi segreti deviati, golpisti borghesi e massoni piduisti, la strategia della tensione tenne sequestrate le nostre vite per anni ed ancora oggi senza chiarezza avanza lo schiavismo ed il fascismo ben radicato in un paese morto.
Piazza Fontana, 17 morti 88 feriti

RICOSTRUZIONE DI GUIDO SALVINI, IL GIUDICE CHE HA CONDOTTO L’ULTIMA ISTRUTTORIA IN ORDINE DI TEMPO, IN UN ARTICOLO TRATTO DA FOCUS STORIA.

https://www.focus.it/cultura/storia/la-verita-su-piazza-fontana

da questo blog

https://reaggaepsyc.blogspot.com/search/label/Piazza%20Fontana

domenica 12 dicembre 2010

Piazza Fontana





ero un ragazzino e passavo di la sulla A e proprio fiancheggiando la piazza alla fermata crollarono i vetri del palazzo, al ritorno dopo essere stato a comprare un bastone da okey, sempre su quella linea saliva la gente e le notizie di una caldaia esplosa e di morti si diffondevano con l'imprecisione caratteristica dei primi momenti senza certezze... oggi certezze invece ne abbiamo a tonnellate... 

giovedì 25 febbraio 2010

Rock & servizi segreti. Musicisti sotto tiro: da Pete Seeger a Fabrizio De André

rock3.jpgUn'indagine sui retroscena del rapporto tra musica giovanile e politica. I casi di Pete Seeger, Joan Baez, Phil Ochs, Frank Zappa, Jim Morrison, John Sinclair, John Lennon, Fabrizio De André

Ai tempi della guerra del Vietnam e dei conflitti razziali la musica giovanile si è trasformata, grazie all'impegno di alcuni artisti d'avanguardia, in veicolo di contestazione del sistema. Gli agenti dell'FBI hanno pedinato i musicisti dell'ala radicale e spesso lo spionaggio si è trasformato in provocazione, talvolta con esiti tragici. Oggi, grazie al Freedom of Information Act che consente l'accesso alle fonti di polizia, dagli archivi dell'FBI e della CIA emergono la pervasività e il cinismo delle operazioni condotte contro John Lennon, Jim Morrison, Frank Zappa e tanti altri musicisti, con arbitrarie intromissioni nella vita privata e insidiose offensive per danneggiarli sul piano artistico. Anche in Italia la polizia ha fatto spiare alcuni musicisti, come testimonia il caso di Fabrizio De André, cui il libro dedica il capitolo conclusivo.

L'autore - Mimmo Franzinelli, studioso dell'Italia del Novecento, si è occupato dell'epurazione (L'amnistiaTogliatti, Mondadori, 2006) e della strategia della tensione (La sottile linea nera.Neofascismo e servizi segreti da piazza Fontana a piazza della Loggia, Rizzoli, 2008). Per le nostre edizioni ha pubblicato I tentacoli dell'Ovra (1999, Premio Viareggio 2000), sui servizi segreti del regime, e ha curato scritti inediti di Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e Leopoldo Gasparotto. Ha affiancato alla ricerca storiografica l'interesse per la musica, testimoniato dalle monografie Le canzoni del diavolo (Centro internazionale della grafica,1993), Phil Ochs (Stampa Alternativa, 1995), Rock music: gli anni '60 e Rock music 2: dal Progressive al Punk (Oscar Mondadori, 2005 e 2007).

http://www.affaritaliani.it/entertainment/rock_servizi_segreti250210.html

mercoledì 11 dicembre 2019

Clara Mazzanti - Venga con noi. Dagli attentati del '69 a piazza Fontana

Aprile 1969, Clara Mazzanti viene prelevata dalla sua casa, portata all'Ufficio Politico della Questura di Milano e interrogata dal Commissario Calabresi e dalla sua squadra. Novembre 1969, viene arrestata e rinchiusa nel carcere milanese di San Vittore con il suo compagno, Giuseppe Norscia. L'illusione che si fosse trattato di un equivoco si dissolve velocemente. Viene processata per strage come possibile esecutrice di uno degli attentati dinamitardi avvenuti nel 1969. Il processo vede incriminati, Norscia, gli anarchici Tito Pulsinelli, Paolo Braschi, Paolo Faccioli e Angelo Pietro Della Savia; Giangiacomo Feltrinelli e la moglie Sibilla Melega sono accusati di falsa testimonianza. I personaggi sono tanti, il giudice Antonio Amati, Antonino Scopelliti, pubblico ministero, Enzo Tortora e tanti altri. Nella sezione femminile del carcere di San Vittore Clara prende gradualmente coscienza delle dinamiche e della condizione delle detenute, documentando un'epoca che precede le prime vere cronache sulle donne carcerate e ci rende partecipi, oltre che del suo calvario, di uno spaccato della società e dei costumi dell'Italia degli anni '50 e '60.

venerdì 8 marzo 2019

La lunga durata del razzismo italiano e l'accelerazione verso il baratro

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-lunga-durata-del-razzismo-italiano/

di Annamaria Rivera 

È del tutto evidente che, con il governo fascio-stellato, abbia raggiunto il culmine la dialettica perversa fra razzismo istituzionale e razzismo "popolare", della quale scrivo da molti anni. E ciò non solo a causa di una produzione legislativa essa stessa d'impronta apertamente sicuritaria e discriminatoria, la quale non fa che titillare, legittimare, alimentare il senso comune intollerante e i diffusi sentimenti di ostilità verso gli altri. Ma anche grazie al ricorso a una strategia propagandistica, ben congegnata e ben pagata, che è divenuta ormai, come nei regimi totalitari, strumento di governo e, al tempo stesso, di manipolazione delle masse: le due dimensioni vanno facendosi sempre più intercambiabili o addirittura coincidenti, insieme con la costante violazione del principio democratico della separazione dei poteri. 

E' anche a causa di questa dialettica che gli atti di razzismo "spontaneo", per così dire, vanno moltiplicandosi secondo il ben noto meccanismo per cui frustrazione, risentimento e rancore (non poche volte effetto delle condizioni sociali vissute) sono indirizzati verso il capro espiatorio di turno, di solito il più disprezzato, vulnerabile ealterizzato. 

Nondimeno la china intrapresa, pericolosa per la sopravvivenza della stessa democrazia, è anche l'esito, oggi spinto all'estremo, dell'operato di governi passati, non solo dei più recenti e non solo di centro-destra. Ricordo che fu nel corso del primo governo Prodi che, il 28 marzo del 1997, si consumò la strage di un centinaio di profughi albanesi dellaKatër i Radës, in gran parte donne e bambini, tutti/e in fuga dalla guerra civile. Com'è noto, la piccola motovedetta, strapiena di profughi/e, fu speronata nel canale d'Otranto dalla corvetta Sibilla della Marina militare che, per ordini superiori, doveva impedirne l'approdo. Il governo, infatti, col ruolo decisivo di Giorgio Napolitano, aveva decretato, d'accordo con l'Albania, un blocco navale costituito da una barriera di navi da guerra: severamente criticato dall'unhcr come illegale. 

Durante il medesimo governo Prodi fu approvata la legge detta Turco-Napolitano, la n. 40 del 6 marzo 1998, la quale, fra l'altro, per la prima volta istituiva, con i Centri di permanenza temporanea e assistenza, la detenzione amministrativa quale strumentoordinario e non convalidato dall’autorità giudiziaria: riservata a persone immigrate "irregolari", sottoposte a provvedimenti di espulsione o di rimpatrio coatto. Appena inaugurati, i cpta (di solito detti cpt) provocarono ben otto morti, tanta era l'assistenzadi cui godevano le persone "trattenute". 

Non per caso fu a quel tempo che coniammo la formula di razzismo democratico. Anch'esso contribuì al dilagare, nel corso degli anni Novanta, del razzismo contro gli albanesi: descritti da non pochi giornali, anche "democratici", per l'appunto, come barbari invasori del sacro suolo italico. Soprattutto nella seconda metà di quel decennio ogni fatto di cronaca nera veniva ricondotto, arbitrariamente, a un colpevole albanese del tutto immaginario; e quello di “albanese” era divenuto un insulto consueto che si scambiavano perfino i bambini. 

Un ventennio dopo la Turco-Napolitano, è stato ugualmente un governo detto di centro-sinistra a varare le due leggi dell'aprile 2017, entrambe accomunate da un'ideologia sicuritaria e repressiva: la 46, detta Minniti-Orlando ("Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale") e la 48, detta Minniti ("Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città"). Sono questi due provvedimenti legislativi ad aver costituito il modello per la legge n. 132, del 1 dicembre 2018, che, fermamente voluta da Salvini, sovrappone, e non per caso, i temi della sicurezza e dell'immigrazione, esasperando il carattere repressivo-razzista-sicuritario, a tal punto da configurarsi come nettamente anticostituzionale, secondo il parere di non pochi giuristi. 

Ed è nel corso dello stesso governo Gentiloni che, soprattutto per volontà del ministro dell'Interno, vengono stretti accordi con le bande criminali libiche e s'inaugura “Deserto rosso”, operazione militare in Niger, finalizzata a bloccare l’afflusso dei profughi dal Sud verso le coste della Libia. Durante quella stessa legislatura s'intensifica il processo di delegittimazione, anche governativa, delle ong: il Codice di condotta adottato da Minniti, con le sue contromisure e sanzioni, di fatto ha impedito loro le operazioni di ricerca e soccorso: passate formalmente alla famigerata Guardia costiera libica. 

Quanto alle aggressioni razziste, fino all'omicidio e alla strage, contro persone immigrate, rifugiate e/o alterizzate, esse costellano inesorabilmente almeno l'ultimo quarantennio della storia italiana. Era la notte fra il 21 e il 22 maggio del 1979 quando a Roma Ahmed Ali Giama, cittadino somalo di trentacinque anni – ex studente in legge presso l'Università di Kiev, poi rifugiato politico fuggito dalla feroce dittatura di Mohammed Siad Barre – veniva bruciato vivo da quattro giovani italiani, mentre dormiva sotto il portico di via della Pace, nei pressi di piazza Navona. Nonostante le testimonianze dettagliate di sette persone, uscite da un ristorante vicino, i quattro saranno assolti in Cassazione. 

Per citare un altro caso agghiacciante, il 9 luglio 1985, a Udine, il sedicenne Giacomo Valent fu ucciso con sessantatre coltellate da due suoi compagni di liceo, di quattordici e sedici anni, apertamente neonazisti. Figlio di un funzionario d'ambasciata e di una principessa somala, Giacomo veniva costantemente dileggiato come "sporco negro" per i capelli ricci e il colore ambrato della pelle, forse anche per le sue idee di sinistra. 

Più noto è l'omicidio di Jerry Masslo, profugo politico sudafricano, costretto, per sopravvivere, a lavorare in condizioni quasi-schiavili alla raccolta di pomodori nelle campagne di Villa Literno. A questo assassinio, compiuto il 20 settembre 1989 da una banda di giovani rapinatori, per di più razzisti, seguì il primo sciopero di migranti contro il caporalato e una manifestazione nazionale che vide la partecipazione di almeno duecentomila persone e inaugurò il movimento antirazzista italiano. 

Se poi volessimo riportare l'antica e costante sequela di violenze antizigane, fino al pogrom, il repertorio sarebbe tanto lungo da richiedere un gran numero di pagine. Secondo i sondaggi del Pew Research Centre, riguardanti i sette paesi europei più popolosi, anno dopo anno l'Italia risulta al primo posto per ostilità antizigana. Fra i numerosi casi di aggressioni e violenze, cito il rogo dell'insediamento rom della Continassa (Torino, 10 dicembre 2011), in quanto rappresentativo delle complicità della "sinistra" (si fa per dire). Dopo la diffusione della falsa notizia di un'adolescente stuprata da due rom, si organizzò un corteo, che sfociò nel pogrom. Al corteo partecipò anche Paola Bragantini, allora segretaria provinciale del Partito democratico, che più tardi sarebbe stata eletta deputata (forse per questo merito?). 

Questi pochi esempi dovrebbero essere sufficienti a mostrare la lunga durata del neorazzismo italiano. Eppure – come osservavo più di un decennio fa (Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo, Dedalo 2008) – rispetto a questioni riguardanti immigrazione e razzismo, a prevalere è spesso l’illusione o la menzogna della “prima volta”. Quest'attitudine non solo caratterizza parte cospicua dell'informazione e della politica, ma finisce pure per influenzare l’atteggiamento e il discorso delle minoranze attive. Anche l'esodo ingente di voti di sinistra verso il M5s è, fra le altre cose, l'esito di una certa smemoratezza. 

E a tal proposito: più volte ho documentato il contributo, tempestivo e costante, offerto all'ideologia razzista dal maître à penser dei pentastellati: basta citare il lungo passo dalMein Kampf di Hitler sui "giullari del parlamentarismo", pubblicato da Grillo nel suo blog l'11 febbraio del 2006, con tanto di ritratto del Führer e relativa svastica (poi cancellati). Approdo coerente di questo orientamento è la sua ri-affermazione recente (subito dopo la manifestazione nazionale antirazzista a Milano, del 2 marzo scorso) a proposito del razzismo quale fenomeno "esclusivamente mediatico", che riecheggia un'analoga asserzione di Salvini: "L'allarme 'razzismo' è un'invenzione della sinistra" (28 luglio 2018). 

Al contrario di ciò che affermano i due giullari dell'anti-parlamentarismo, oggi assistiamo all'intensificazione progressiva del già citato circolo vizioso del razzismo. Dacché si è insediato il governo fascio-stellato, le aggressioni verbali e fisiche di stampo razzista vanno moltiplicandosi allo stesso ritmo della propaganda governativa: le une e l'altra sempre più libere da freni inibitori. Che tra le vittime di attacchi violenti vi siano anche dei bambini dovrebbe allarmare chiunque. 

E dovrebbero inquietare i contemporanei sussulti di antiebraismo verbale e fattuale. L'episodio romano delle pietre d'inciampo, dedicate a vittime della Shoah, divelte e rubate la notte fra il 9 e il 10 dicembre scorsi, è anche la spia di un'inclinazione che attraversa il governo fascio-stellato. L'indulgenza verso gruppi neofascisti e neonazisti, gli ossessivi riferimenti polemici a George Soros da parte di Salvini, la recente partecipazione di Lorenzo Fontana, ministro leghista della famiglia, a un convegno insieme col fior fiore del "pensiero" antisemita: tutto ciò, coniugato con un machismo ben rappresentato dal ddl Pillon e dal progetto di apertura delle "case chiuse" – per non dire della legge sulla legittima difesa – contribuisce al rischio di uno scenario classicamente fascista.

(7 marzo 2019)


mercoledì 11 febbraio 2026

Askatasuna, sgombero e manganelli: la sicurezza “bipartisan” che fa il gioco del governo

https://www.osservatoriorepressione.info/askatasuna-sgombero-e-manganelli-la-sicurezza-bipartisan-che-fa-il-gioco-del-governo/

di Turi Palidda*

Le polizie del governo neofascista fra brutalità, “gioco del disordine” e divisione fra “sovversivi” e pacifici grazie all’assist del sindaco PD

Per cercare di capire al meglio i fatti del 31 gennaio scorso a Torino è innanzitutto indispensabile osservare che il governo Meloni e il suo ministro dell’interno hanno agito lo sgombero brutale della sede dell’Askatasuna grazie all’assist del sindaco Lo Russo che ha scelto di assecondare l’obiettivo della criminalizzazione di questo centro sociale come atto esemplare per avviare la nuova fase del disegno neofascista. Senza questo tradimento del sindaco PD è probabile che tale azione avrebbe suscitato un’immediata reazione della maggioranza della città. Ma ecco che la destra PD, seguendo il noto orientamento reazionario dei Violante, Minniti ma anche Veltroni, Del Rio e altri, ha creduto di poter dimostrare di competere con il sicuritarismo reazionario del governo e con la criminalizzazione dei movimenti compresa quella dei Pro-Palestinesi, i NOTAV e in genere tutte le mobilitazioni contro le scelte di questo governo. La sicurezza di questa ex-sinistra, infatti, non si discosta gran che da quella reazionaria e inoltre reclama più polizia e la “chirurgia poliziesca” per la contrapposizione fra “sovversivi” e pacifici (una contrapposizione che ricorda quella fra “classi laboriose” e “classi pericolose” in voga già nel XIX secolo -vedi Chevalier et Foucault). Ed è emblematico che in questa concezione della sicurezza non ci sia menzione delle insicurezze ignorate di cui è vittima la maggioranza della popolazione (supersfruttamento violento dal caporalato grazie anche alla indifferenza o persino la complicità di buona parte delle polizie, morti sul lavoro e malattie oncologiche dovute a contaminazioni tossiche diffuse grazie alla “sacra” produttività a tutti i costi, secondo il credo liberista sposato anche dall’ex-sinistra).

Il sindaco Lo Russo rimprovera al ministro Piantedosi di non seguire il paradigma sicuritario dell’ex-sinistra e quindi ignora totalmente le brutalità e la effettiva devastazione che le polizie hanno realizzato durante lo sgombero del centro sociale e la militarizzazione totale del quartiere Vanchiglia sino all’obbligo per i residenti di esibire i documenti per l’accesso a tutta l’area istituita come zona rossa con grate alte 3 metri (vedi Osservatorio Repressione). E non a caso questo esimio sindaco ignora totalmente le molte brutalità delle polizie durante la manifestazione di fine gennaio. La complementarietà di fatto fra l’ex-sinistra e il governo neofascista permette al ministro Piantedosi di affermare che i violenti hanno potuto provocare “devastazione” grazie alla copertura dei pacifici.

Decine di frammenti di video hanno mostrato lo svolgimento della manifestazione del 31 gennaio (vedi la diretta Live Torino): l’assetto del dispositivo poliziesco era imponente e abbastanza diffuso da permettere a tanti operatori delle polizie di massacrare di botte manifestanti isolati, assolutamente pacifici e persino fotoreporter (fra altri vedi qui e qui ;  e soprattutto il Dossier: il vero volto del governo nella gestione dell’ordine). Almeno 45 i manifestanti feriti dalle polizie.

Ma a ben guardare la sequenza della diretta Live Torino si può osservare che di fatto le polizie “giocano il disordine”, usando migliaia di lanci di lacrimogeni spesso sparati ad altezza dei manifestanti, idranti, barriere ecc. Ma non attaccano il corteo né i cosiddetti militanti “antagonisti” o “radicalizzati” che a loro volta non attaccano mai le polizie e si limitano a scagliare qualche pietra o delle sedie di plastica, razzetti da fuochi d’artificio per poi allontanarsi dallo schieramento delle polizie.

E’ peraltro alquanto ridicolo parlare di black bloc; quelli conosciuti da Seattle e solo per neanche mezza giornata a Genova e dopo in Germania e altrove non esistono più (sono passati oltre 25 anni, sono ultra cinquantenni o sessantenni!). E va ricordato che – come scrisse l’allora PM Enrico Zucca – dopo i primi gradi di giudizio, i venticinque” imputati per essere condannati in maniera esemplare per i disordini al G8 di Genova, diventarono solo 10.

“Il nucleo centrale della ricostruzione accusatoria fu, infatti, ribaltato dalle sentenze, in cui si accerta che l’elemento catalizzatore dei più gravi disordini avvenuti è l’attacco indiscriminato da parte delle forze dell’ordine a un corteo pacifico e autorizzato. Viene addirittura riconosciuta per circa la metà degli imputati la discriminante della reazione all’atto arbitrario del pubblico ufficiale. Si tratta, dicono i giudici, di una rivolta giustificata” (E. Zucca, “Genova: 14 anni dopo il luglio 2001”, in Il Ponte del 4-5/2015, a cura di Livio Pepino).

I cosiddetti antagonisti di oggi sono solo dei militanti che cercano di resistere alle brutalità poliziesche ma nulla più. Invece, a ben guardare la sequenza della diretta Live Torino si vede che le polizie abbiano appunto giocato al disordine: non hanno attaccato i manifestanti come avrebbero potuto, hanno lasciato incendiare un furgone della PS, e spesso stavano a guardare tranne quando alcuni agenti si sono passati il piacere di bastonare a sangue qualche manifestante pacifico.

Il tanto sbandierato caso del poliziotto “massacrato a martellate” si è rivelato una bufala.

Come racconta Rita Rapisardi che era a qualche metro dal fatto: ..

“le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli… vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in tenuta antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero … Uno dei poliziotti esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno”.

Invece tutti i media di regime, imbeccati dal video mutilato postato dal ministro Crosetto, gridano “il poliziotto assaltato, circondato, preso a martellate”. Come è noto è seguita dopo la messa-in-scena della sig.ra Meloni che accorre al capezzale del poliziotto “massacrato” e del suo collega: una farsa tanto maldestra da suscitare l’ilarità pubblica: il collare sanitario non lo porta il poliziotto colpito ma l’altro, entrambi stanno sul lettino del pronto soccorso in divisa e con gli anfibi e poche ore dopo la visita della capa del governo sono dimessi e tornano a casa.

Fra le tante testimonianze eccone una che in parte spiega il “gioco del disordine” scelto dalle autorità di polizia:

“La polizia inspiegabilmente non aveva bloccato, o meglio sigillato, corso Regina Margherita come abbiamo visto fare nelle settimane precedenti. Si erano solo preoccupati di impedire che il corteo si dirigesse verso Porta Palazzo … ho deciso di seguire quel pezzo di corteo che, con lo striscione in testa, si dirigeva verso l’Aska (mentre la parte più consistente del corteo rimaneva fermo e interdetto se proseguire verso corso Regio Parco, come da percorso concordato, per quanto può valere). Lo scontro frontale e violento era purtroppo inevitabile, anzi favorito agevolato cercato invogliato coccolato e… È cominciata la sagra del lacrimogeno. Quel tratto di corso Regina fin dal giorno dello sgombero dell’Aska e per lunghe settimane dopo, è stato interdetto al traffico notte e giorno per evitare che loschi individui provassero ad avvicinarsi all’edificio occupato … E niente, proprio il giorno della manifestazione che chiamava a raccolta i centri sociali di tutta Italia (non è proprio così, sto sintetizzando perché “Torino è partigiana” è qualcosa di più) qualcuno si è scordato di sigillare quell’ importantissimo tratto di corso Regina Margherita”.

Dal punto di vista del governo il gioco del disordine ha funzionato, i media hanno sostenuto appieno l’allarme sino a gridare al pericolo di “ritorno agli anni di piombo” e purtroppo tanti democratici hanno accreditato la tesi che contrappone i violenti ai pacifici. I violenti sono accusati di aver fatto il gioco della stretta repressiva. Non ci si accorge che sono proprio l’ex-sinistra e chi sposa questo paradigma a favorire il governo neofascista che ha annunciato di presentare subito il nuovo decreto sicurezza con nuove norme fra le quali alcune che sono palesemente anticostituzionali (fra esse la “cauzione” da pagare per essere autorizzati ad andare a una manifestazione -vedi anche l’intervista di Rita Rapisardi a Zucca (Nuovi reati e pene iperboliche non risolvono i conflitti sociali).

Nelle grandi manifestazioni ci saranno sempre militanti che cercano di agire con modalità “radicali” e la maggioranza che manifesta pacificamente. Ma tutti hanno il diritto di manifestare e i “radicali” non hanno alcuna intenzione di arrecare danno alla manifestazione, ma pensano che sia giusto resistere con modalità non solo passive, soprattutto quando si subiscono brutalità (vedi anche Mamme in piazza per la libertà di dissenso e Doppiozero).

La coesistenza di pacifici e radicali è sempre stata una sorta di “dilemma” che di fatto è istigato dal potere repressivo; non è la presenza dei “radicali” che esaspera la repressione e l’autoritarismo. Il dispotismo di tipo hitleriano adottato da Trump e che il governo neofascista italiano come altri in Europa vogliono imitare non nasce come reazione a manifestazioni violente. Anzi negli ultimi due decenni in particolare si assiste a una evidente e generalizzata pacificazione delle proteste, mentre le brutalità poliziesche e ora delle milizie tipo l’ICE di Trump sono diventate più frequenti ed esasperate. Ed è normale che fra i giovani suscitino la volontà di reazione radicale, ma questo non autorizza nessuno a criminalizzarli come terroristi (si veda anche il libro di Benjamin S. Case, Rivolte di strada. Al di là della violenza e della nonviolenza, recensito qui: https://www.osservatoriorepressione.info/uscire-dal-ricatto-morale/).

Criminalizzare i militanti che a Torino hanno cercato di resistere alle violenze poliziesche con un po’ di radicalità sino a dire che hanno fatto il gioco del governo è alquanto inopportuno e di fatto conduce a legittimare l’uso strumentale che ne fanno il potere e i suoi media (è in tal senso molto discutibile l’articolo di Rocco Alessio Albenese su Volerelaluna).

Ricordiamoci che la radicalizzazione di una parte dei militanti negli anni ’70 sino a indurli alla lotta armata e alla tragica e paradossale illusione di “colpire il cuore dello stato” fu la reazione alle stragi di stato (da p.za Fontana sino alla stazione di Bologna) e il tragico rifiuto del PCI di cercare il dialogo con questi militanti, ma al contrario la sua solerzia nel reclamarne la criminalizzazione come terroristi per difendere uno stato infetto dalla deriva reazionaria. E per certi versi lo stesso si può dire a proposito dei 229 attentati che fece il gruppo dell’Affiche rouge contro i nazisti a Parigi così come quelli della Resistenza in Italia.