Iolanda Tortù guida gli agenti all’interno dell’istituto minorile di Milano, segnato dal sovraffollamento: "I ragazzi? Sbagliato semplificare troppo una realtà complessa. Ogni persona è un sistema a sé"
Sabato, 7 novembre 2026

Milano – "Oggi c’è uno psicologo?" È una domanda che i giovani detenuti del Beccaria, "ci fanno spesso", afferma Iolanda Tortù, comandante del carcere minorile milanese, a margine della conferenza dell’ordine degli psicologi lombardi dedicata al lavoro degli operatori sanitari nei penitenziari. Ma il disagio profondissimo non può essere relegato tra le mura dell’istituto sovraffollato ("attualmente 64 detenuti, mentre la capienza è di 46 posti"). Nasce tra le crepe delle periferie e, talvolta, come nelle devastazioni del 17 e del 18 ottobre, finisce per detonare come esplosivo anche nel pieno centro della città. "Questo disagio dei ragazzi è legato innanzitutto alla loro età, e, forse è scontato ma anche troppo reale, per la mancanza di punti di riferimento", sostiene Tortù.
"Si tende a semplificare troppo una realtà complessa”
La comandante, alle spalle 22 anni nel ruolo di agente sempre al Beccaria, è tornata nel ruolo di commissaria e poi comandante nel momento più delicato, — quando era iniziata l’inchiesta della Procura di Milano che ipotizza maltrattamenti e torture da parte di alcuni agenti sui minori detenuti —, con l’intento di risollevare le sorti dell’istituto. Un’utenza che è molto cambiata negli anni, con l’aumento di minori stranieri non accompagnati e ragazzi di seconda generazione. Ma secondo Tortù, etichette e rigidi steccati rendono miopi: "Si tende a semplificare troppo una realtà complessa. Quello che vedo veramente cambiare è un aumento esponenziale dei maltrattamenti in famiglia. Un fenomeno trasversale, che interessa sia gli adolescenti italiani che quelli di seconda generazione". E qui si apre una parentesi, non marginale: "Perché, ricordiamolo, la maggioranza dei ragazzi che adesso abitano negli istituti sono italiani, e non solo di seconda generazione".
"Smettiamola di chiamarli maranza”
E, a proposito di etichette, "dovremmo davvero smettere di usare la parola “maranza”", afferma. Parola che non rispetta la realtà perché "nel lavoro quotidiano mi rendo conto che nessun ragazzo lo è". Categorie che ingabbiano e mistificano, come "quando parliamo dei loro malesseri. Molti sono dipendenti da sostanze, ma sono tossicodipendenti, hanno un disturbo del comportamento o, ancora, sono cresciuti in ambienti di disagio? Ogni ragazzo potrebbe entrare in tutte e tre le statistiche o in nessuna di loro. E questo vale pure nel definire chi è straniero o meno. C’è chi è più legato alla famiglia di origine, chi è perfettamente integrato, chi è solo. Ogni persona ha un sistema. E i ragazzi in carcere sono un po’ di tutto".
Carceri in ginocchio
Carceri che sono in ginocchio. Mancano spazio e pure agenti, educatori, mediatori, psicologi. "Attualmente il numero dei nostri agenti è corretto, ma la grossa difficoltà è quella che si replica sempre. Abbiamo un forte ricambio generazionale per cui il personale è sempre molto giovane. E questo non aiuta".
Dal sondaggio presentato dall’ordine degli psicologi emerge che la principale preoccupazione per chi opera nelle carceri lombarde è la sicurezza, che non è però legata al rapporto diretto con i pazienti. Il 35% degli psicologi ha assistito a rivolte o incendi durante il loro lavoro. Si segnalano spazi fisici inadeguati, mancanza di dispositivi di sicurezza, carenza di personale, situazioni di aggressività e violenza, complessità clinica dell’utenza. "Il lavoro degli psicologi è imprescindibile. Io ho imparato tanto da loro. Mi rendo però conto che sono spesso costretti a lavorare in spazi non consoni. Gli spazi detentivi sono ricavati da luoghi non pensati per le esigenze delle carceri. Noi abbiamo due stanze di isolamento (finite al centro dell’inchiesta, ndr ) che stiamo chiudendo. Gli spazi devono essere altri", conclude la comandante.
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