Milano, messa sul piatto una cifra doppia rispetto alle perizie dell’immobile di via Watteau, ma dal gruppo Cabassi nessun segnale. Esulta il centrodestra
Milano - Non si arrendono. Sono stati sgomberati da quasi un anno dallo loro storica sede di via Watteau, ma l’obiettivo dei militanti del centro sociale Leoncavallo resta quello di rientrare nello spazio che occuparono nel settembre del 1994, un’ex cartiera di proprietà della società L’Orologio del gruppo Cabassi.
I leoncavallini, però, non pensano di rioccupare abusivamente via Watteau – almeno per ora, nulla è escluso – ma puntano su un metodo diverso e legale: acquistare l’immobile. Ieri mattina, davanti alla loro ex sede, hanno spiegato di aver offerto cinque milioni di euro ai Cabassi per acquisire il capannone e tornare “a casa”, ma i proprietari non hanno neanche preso in considerazione l’offerta.
È questo il risultato del percorso avviato negli ultimi mesi dagli “ambasciatori“ del centro sociale Sergio Cusani e Pino Tripodi che ieri, però, hanno annunciato lo stallo dell’iniziativa per la mancata apertura di una trattativa da parte dei Cabassi. Eppure l’offerta proposta, secondo la versione del Leonka, non è bassa. Dopo lo sgombero del 21 agosto 2025, una perizia ha stimato il valore dell’intero complesso tra 2,5 e 3 milioni di euro. Alcuni imprenditori interessati al progetto hanno effettuato sopralluoghi e, circa due settimane fa, formulato un’offerta da 5 milioni di euro.
“Gli imprenditori hanno pensato di fare un’offerta doppia rispetto alla cifra estimativa, cioè 5 milioni, che sarebbero stati la base della trattativa, e la proprietà non ha neanche preso in considerazione la proposta”, spiega Tripodi. “La proprietà è stata silente”, dice Cusani. Gli “ambasciatori“ non hanno svelato né numero né identità degli imprenditori.
Speranza di rientrare in via Watteau svanita? Niente affatto. Per il Leoncavallo il percorso non può considerarsi concluso. “Bisogna riuscire a sbloccare questa trattativa o trovare altre strade”, insiste Marina Boer, presidente dell’associazione Mamme antifasciste del Leoncavallo. Un’alternativa, a dire la verità, c’era, era il capannone dismesso in via San Dionigi, a Porto di Mare, periferia sud-est della città, messo a bando dal Comune proprio come eventuale nuova casa del centro sociale.
Ma i leoncavallini, valutati gli alti costi di bonifica del tetto e di riqualificazione dell’intero immobile, non si sono neanche presentati al bando comunale. Niente di fatto. L’unica alternativa sembra quella non percorribile: il ritorno in via Watteau. O no? Lo storico portavoce del Leoncavallo, Daniele Farina, osserva che, in assenza di sbocchi, potrebbero essere le nuove generazioni a individuare percorsi diversi. Anche una nuova occupazione abusiva del capannone di via Watteau? “Nulla è escluso”, replica secco Farina. Il centrodestra, intanto, esulta per il “no” dei Cabassi al Leonka.


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