Un monitoraggio della Corte dei Conti ha rivelato che l’Italia ha destinato al programma degli aerei da combattimento F-35 ben 11 miliardi e 840 milioni di euro dal 1998 al 2025, una cifra pari al triplo delle stime iniziali. La deliberazione della sezione di controllo sugli affari europei e internazionali, inviata al Parlamento e all’esecutivo, ha certificato come «i ritardi registrati in talune fasi di sviluppo del progetto, specie in quella iniziale, abbiano comportato «per oltre 11 anni» un «aumento significativo degli oneri economici anche a carico dell’Italia». I test, inizialmente previsti entro il 2012, si sono conclusi solo nel settembre 2023, mentre la produzione a pieno regime è slittata al 2024 anziché al 2015.
Il caccia di quinta generazione prodotto da Lockheed Martin, celebre per le sue caratteristiche stealth e per essere sfuggito ai radar durante gli attacchi israelo-americani in Iran, si sta rivelando un pozzo senza fondo per le finanze pubbliche. La Corte ha evidenziato che «un ulteriore incremento è dovuto alla necessità d’introdurre nuove tecnologie, conseguenza della situazione di contesto internazionale e della veloce evoluzione di tale ambito». Una parte importante dell’aumento deriva dagli oneri comuni del programma, c he l’Italia ha dovuto sostenere come partner del progetto. Alla fine degli anni Duemila, questi impegni erano stati fissati intorno ai 903 milioni di dollari, ma revisioni successive li hanno portati prima a circa 2,2 miliardi e poi a 3,3 miliardi di dollari nel periodo 2007-2051. La Corte dei conti sottolinea che il balzo è legato sia alla necessità di introdurre nuove tecnologie, sia all’andamento inflattivo, sia a una gestione del programma fortemente centrata sugli Stati Uniti. Ad avere un peso è stata anche l’espulsione della Turchia dal consorzio nel 2019, dopo che Ankara ha acquistato missili russi S-400: i costi fissi si sono così riversati sui partner rimasti, facendo schizzare la contribuzione italiana per le spese condivise.
L’Italia ha però fatto una scelta strategica: si è candidata con il polo di Cameri (Novara) come centro europeo di assemblaggio finale e manutenzione. Vi operano Leonardo e una rete di fornitori. Secondo la Corte, i ritorni industriali diretti ammontano a 7,4 miliardi di dollari, al di sotto delle previsioni. E l’occupazione si attesta a 3.800 lavoratori, lontana dai 6.400 preventivati. Il governo Monti nel 2012 aveva ridotto l’ordine da 131 a 90 velivoli per ragioni di bilancio; oggi l’esecutivo Meloni ha riportato il numero a 115 (95 per l’Aeronautica e 20 per la Marina). Questa oscillazione ha contribuito a indebolire i benefici industriali senza cancellare gli esborsi già effettuati. Al gennaio 2026, risultano consegnati 40 velivoli tra le versioni A (atterraggio convenzionale) e B (atterraggio verticale). «Allo stato – conclude la delibera – è prevista una triplicazione dei costi rispetto alla stima iniziale del progetto». E mentre la spesa pubblica per la difesa continua a salire, l’Italia resta «mero partner» del programma, senza possibilità di incidere sulle decisioni né di condividere realmente le tecnologie più avanzate, che restano saldamente in mano agli USA.
Eppure, sono molti i Paesi europei che sembrano muoversi in maniera diversa. Il Portogallo ha rinunciato a prendere parte al programma, dichiarando apertamente che i caccia lo avrebbero reso troppo dipendente da Washington. La Svizzera, dopo il referendum che nel 2020 ha approvato l’acquisto di 36 F-35, si trova a fronteggiare un imprevisto aumento dei costi fino a 1,3 miliardi di dollari in più: il governo difende l’impegno preso, ma parallelamente investe nello sviluppo di un’industria bellica europea, consapevole che legarsi a un solo fornitore extraeuropeo rappresenti un rischio strategico. La Spagna ha scelto una via ancora più netta, cancellando un programma da circa 6,25 miliardi di euro. Il motivo ufficiale riguarda la necessità di contenere le spese, ma il dibattito interno ha evidenziato anche la volontà di non subordinare le proprie capacità militari a un sistema interamente americano.
Uscendo dai confini europei, anche il Canada, inizialmente tra i partner più entusiasti, ha cominciato a rivalutare la propria posizione. L’acquisto di 88 aerei ha visto i costi crescere dai 19 miliardi di dollari previsti a oltre 28 miliardi, con un’aggiunta di 5,5 miliardi destinati a infrastrutture e armamenti. Le tensioni politiche con gli Stati Uniti durante l’era Trump hanno accentuato la percezione di vulnerabilità: pur non essendosi formalmente ritirato, Ottawa discute apertamente se sia ancora sostenibile legarsi a un programma che rischia di divorare il bilancio della difesa per decenni.
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