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Ascolto per l’ennesima volta Te Deum, l’album che nel 1988 vide il ritorno discografico di Juri Camisasca, e l’immersione nel canto liturgico, scandito dalla sua voce chiara e suggestiva, appare essere un ricostituente dell’anima, ricco di benefici. Com’è noto, Camisasca ha vissuto per circa un decennio secondo la regola dei monaci benedettini; poi, lasciato l’abito sacerdotale, ha continuato la sua ricerca spirituale e umana in un romitaggio alle pendici dell’Etna. In occasione dell’uscita del nuovo Exultet: Live in Malta, CD+DVD di raro fascino (recensione su Buscadero 496), è nata l’idea di intervistarlo e lui, con la consueta gentilezza, si è reso disponibile. Con grande gioia dell’intervistatore.
Ad agosto compirai 75 anni, un’età in cui è possibile fare una specie riassunto della propria vita. Come ti vedi dopo tanti anni ed esperienze, e come giudichi questi nostri tempi?
Se guardo indietro, non vedo una carriera, ma un pellegrinaggio. C’è un paradosso nell’invecchiare: mentre il corpo rallenta e ricorda la nostra fragilità, lo spazio interiore si amplia. Oggi non mi sento al traguardo, bensì finalmente capace di navigare in mare aperto. Una navigazione consapevole, anche solitaria ma mai in isolamento: quando trovi un punto d’appoggio nell’infinito, scopri di non essere mai solo. La ricerca spirituale mi ha insegnato a distinguere il rumore dal suono, l’apparenza dalla sostanza e a scoprire una pace che non dipende dagli eventi ma dalla connessione profonda con ciò che siamo. Questa è la conquista più preziosa: sapere che, mentre la materia si limita, la luce interiore può espandersi. Quanto al nostro tempo, vedo un mondo frammentato: solitudini connesse più che relazioni vere. Abbiamo moltiplicato i mezzi e smarrito i fini. Forse è il momento di rimettere al centro la persona, le relazioni, il senso della vita.
Tempo fa, ho letto in rete una tua approfondita spiegazione del senso spirituale delle icone di cui sei anche fine e provetto autore. Riesci a darci il senso di questa tua attitudine nel dipingere queste immagini sacre?
Dipingere icone è, per me, l’altra faccia della musica: dare senso al silenzio. Se nella musica cerco la vibrazione dell’invisibile, nell’icona cerco di fissare quella stessa luce. È un esercizio di umiltà e di ascesi: non si tratta di «creare» qualcosa di mio, ma di porsi in ascolto di una tradizione millenaria, lasciando che le mani diventino un canale. Vedo un nesso profondo tra il flusso della musica e la tavola di legno: entrambi sono spazi sacri in cui l’umano tenta di incontrare il divino. L’icona richiede pazienza e solitudine che nutrono la mia spiritualità. È, questo, un modo per tradurre quegli orizzonti interiori in sguardi e colori che non tramontano.
Recentemente è stato pubblicato, in sole 200 copie, Exultet: Live in Malta, disco che ti vede protagonista di un concerto nella cattedrale di San Giovanni Battista, a La Valletta. Quanto è importante, per te, esibirti nei luoghi sacri?
Suonare in posti come le cattedrali o le chiese non è esibirsi, ma abitare una preghiera fatta di pietra. In quegli spazi, il mistero diventa un ponte che trasforma il suono in dialogo con l’Invisibile. Nella Cattedrale di San Giovanni, a Malta, ho vissuto un’esperienza quasi trascendentale: circondato da quell’oro vibrante e da un silenzio carico di secoli, ho sentito la mia musica farsi piccola e, al contempo, immensa. Lì, tra le ombre di Caravaggio e la maestosità dell’architettura, la tecnica si arrende allo stupore: non sei più tu a suonare, ma è lo spazio stesso che canta attraverso di te.
Nella tua discografia ci sono canzoni «profane», scritte anche per altri artisti, e brani liturgici. Come cambia, se cambia, il tuo approccio in questi casi?
Sinceramente, non avverto una frattura netta tra sacro e profano: è la musica stessa che mi prende per mano e mi conduce nell’atmosfera di cui ha bisogno. Che io scriva una canzone profana o un canto sacro, l’atteggiamento resta identico: un ascolto profondo, un’immersione totale nella verità del suono e dell’emozione. Nella canzone cerco l’intensità dell’esperienza umana, nel canto sacro una tensione verso l’ascensione, ma la sorgente è la medesima. Per me il canto è un atto di intrinseca devozione verso l’arte. In fondo, ogni nota scritta con autenticità è, a suo modo, un atto spirituale.
Nei canti liturgici, alcuni molto antichi, confluiscono anche le tue esperienze religiose, sia quella monastica sia quella eremitica?
Il canto antico non è questione di filologia, ma di presenza. Per rendere vivi questi canti nell’epoca attuale, non basta la perfezione formale: serve la risonanza interiore di chi li interpreta. Il canto liturgico è, per sua natura, un’estensione della preghiera: se non c’è, nell’interprete, una profondità di fede, o almeno una ricerca spirituale sincera, la nota resta vuota, priva di quel «peso» spirituale che attraversa i secoli. La fede è l’armonico invisibile che permette a una melodia antica di parlare all’uomo moderno. Quando canto, non cerco di riprodurre un suono del passato ma di dare voce a un’esigenza dell’anima che è rimasta identica: il desiderio di infinito. È questa autenticità che rende il sacro sempre attuale.
Quando canti, sembra che tu sia comunque «estraneo» ai luoghi in cui ti trovi, come se ogni canzone, dovunque nasca, sia sempre una forma di preghiera. È così, oppure è solo una postura di concentrazione per affrontare meglio il canto da seduto?
Non è questione di postura, ma di dimora. Quando canto, non sto semplicemente eseguendo una melodia; sto cercando di abitarla. Quello che all’esterno può sembrare distacco o estraneità, in realtà è un’immersione interiore: per far risuonare la profondità di certe dimensioni, devo prima scendere io stesso in quelle profondità. La mia postura meditativa è solo il riflesso di questo movimento spirituale. Non sono altrove, sono semplicemente più vicino all’essenza.
Come sono orientati i tuoi ascolti, oggi?
Amo ciò che crea spazio: dal misticismo di Ildegarda di Bingen ai raga indiani, fino al minimalismo di Arvo Pärt. Il panorama musicale odierno mi pare piuttosto disarticolato, se non addirittura caotico. Riguardo a generi come il rap o la trap, comprendo il disagio che intendono esprimere, e nel quale vengono alla luce, ma ne resto a distanza. Difendo le sonorità che respirano, quelle linee melodiche che elevano lo spirito. In un mondo che urla, io scelgo la vibrazione che sussurra.
Mi sembra che la tua esperienza di vita abbia colto l’esortazione evangelica all’«essere nel mondo senza essere del mondo». In un mondo così conflittuale, cosa consiglieresti, a chi ci legge, per trovare una scheggia d’infinito nelle proprie vite?
In un’esistenza che sembra avere smarrito la capacità di ascoltare, il mio consiglio è di coltivare il proprio silenzio interiore come un atto di resistenza spirituale. La guerra non nasce sul campo di battaglia, ma dal rumore dell’ego e dall’incapacità di percepire l’altro come parte di una stessa armonia. Suggerirei ai lettori di riscoprire la meditazione e la quiete della mente: non come fuga dalla realtà, ma come l’unico modo per tornare a vedere l’infinito che ci abita. Quando la mente tace, emerge naturalmente il rispetto reciproco, perché ci si accorge di come il raggio di luce che brilla in noi è lo stesso del nostro prossimo. Il mio invito è di cercare, ogni giorno, un momento di bellezza gratuita: che sia un canto antico, il respiro consapevole o il valore di un gesto gentile. La pace non è un trattato firmato su una scrivania, ma una vibrazione che parte dal cuore. Se ognuno di noi trovasse il coraggio di scendere nelle proprie profondità, scoprirebbe che lì non ci sono confini, non ci sono trincee, ma solo un orizzonte sconfinato, che appartiene a tutti.
A tantissimi mancano l’arte e la persona di Franco Battiato. Tu lo hai conosciuto durante il servizio di leva e lo hai accompagnato in varie vicende artistiche, restandogli sempre vicino. Come lo ricordi?
Franco è stato un artista incredibile e unico, oltre che un uomo dal cuore grande. Un compagno di viaggio, complice di risate sincere e leggere. Un fratello di vita, sempre presente nei momenti difficili. Dotato di un intelletto di prim’ordine e un’energia fuori dal comune, aveva fatto del cambiamento la sua cifra stilistica. Ogni volta che sembrava aver trovato una formula, la superava spingendosi oltre, alla ricerca di strade e possibilità sempre nuove. Rimane l’interrogativo su quali sarebbero stati i suoi sviluppi futuri. Probabilmente avrebbe trovato espressione in composizioni sempre più rarefatte. Chissà… forse avrebbe tentato un’ulteriore fusione tra musica elettronica e melodia, oppure un sorprendente ritorno alla sperimentazione pura. Personalmente, non credo che la sua creatività si fosse esaurita. Al contrario, si stava evolvendo. Con lui non si poteva mai prevedere: avrebbe potuto sorprenderci ancora una volta. Franco non seguiva le mode ma era guidato dalla ricerca autentica. E la ricerca, per sua natura, non si esaurisce mai; semplicemente, cambia forma.
Per quanto riguarda i lavori in studio, dopo i notevoli Laudes e Cristogenesi stai sviluppando altro?
L’orizzonte è sempre pieno di bozze e appunti. Sto lasciando decantare alcune idee, senza fretta di pubblicare o fare annunci. Sono aperto a ciò che l’ispirazione porterà.
Come si può leggere, a ogni domanda sono sopraggiunte risposte che raccontano una visione della vita di straordinaria profondità. Non solo un’esperienza di vita «terrena», ma (anche) uno sguardo costante verso l’infinito. Uno sguardo che, attraverso il canto, la composizione, la pittura e la scrittura, ha formato una personalità variegata e ricca di potenza evocativa. Juri Camisasca, da sempre, è oltre, accompagnato dalla «vibrazione che sussurra».






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