martedì 27 gennaio 2026

Lettera aperta a Liliana Segre da Najat, figlia di rifugiati palestinesi vittime della Nakba

Lettera aperta a Liliana Segre da Najat, figlia di rifugiati palestinesi vittime della Nakba. 


Gentile Signora Liliana Segre,


mi rivolgo a lei con profondo rispetto, consapevole del dolore che ha attraversato nella sua vita e della testimonianza preziosa che rappresenta.


Ho letto le Sue parole con turbamento. Lei si dice ferita dall’uso del termine “genocidio” per descrivere quanto sta accadendo a Gaza, come se questa parola fosse un’eredità sacra, un diritto esclusivo, un simbolo che possa appartenere a uno solo dei dolori del mondo.


Mi permetta, con tutta l’umiltà possibile, di dirle che noi Palestinesi non abbiamo mai voluto rubare quella parola, non l’abbiamo scelta. È stata, piuttosto, incisa sul nostro corpo, sulla nostra carne, sui nostri sogni, da mani che lei, forse, conosce meglio di quanto possa dire.


No, non siamo orgogliosi di quella parola, non è una medaglia, non è un vessillo. È una ferita, è un urlo, è il suono sordo delle bombe che spazzano via case, ospedali, scuole, chiese e moschee. È il pianto dei bambini sotto le macerie, è il silenzio dei corpi smembrati, è la fame che dilania, è l’umiliazione dell’assedio.


È il nome che il mondo, quel mondo che ci guarda e resta in silenzio, ha dato a ciò che accade, mentre noi piangiamo i nostri morti senza nemmeno poterli seppellire.


Se davvero potessimo restituirle quella parola, Signora Segre, gliela riconsegneremmo in cambio di una sola cosa: la vita dei nostri figli.


Ci ridia Hind, 7 anni, rimasta sola in un’auto, circondata dai cadaveri della sua famiglia. Tutto il mondo l’ha sentita piangere, supplicare aiuto, mentre i carri armati israeliani si avvicinavano. Ci ridia Yazan, 6 anni, morto di fame perché gli aiuti sono stati bloccati.


Ci ridia Mohammed, 16 anni, bruciato vivo.

Ci ridia Mustafa, 14 anni, ucciso mentre andava a scuola. Ci ridia Rami, 13 anni, che festeggiava il Ramadan con dei fuochi d’artificio. Ci ridia Ahmed, 8 anni, colpito mentre cercava un sacco di farina.


Ci ridia le membra dei nostri figli, i loro occhi, le loro mani, i loro sogni. Ci ridia la loro innocenza, la loro risata. Ci ridia tutto ciò che la parola “genocidio” ha cercato di raccontare, e che nessuna parola potrà mai davvero contenere.


E allora, Signora Segre, Le promettiamo, non la useremo più.


Non ci sarà più bisogno di quella parola, perché più di ogni altra cosa, noi Palestinesi desideriamo una sola cosa: vivere. Vivere con dignità, con giustizia, con libertà.


Siamo un popolo che ama la vita, e che, nonostante tutto, continua ad amarla.


Con rispetto profondo,

Najat figlia di rifugiati palestinesi, testimone di una ferita aperta.

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