domenica 4 gennaio 2026

Epstein e quella rete che porta a Mister Eternit

https://www.lastampa.it/politica/2026/01/02/news/epstein_e_quella_rete_che_porta_a_mister_eternit-15453263/

Epstein e quella rete che porta a Mister Eternit

La ricostruzione di Report sui contatti con Schmidheiny prima della sentenza sull’amianto

NICCOLÒ CARRATELLI


ROMA. La rete di Jeffrey Epstein non aveva come unico obiettivo quello di reclutare donne, anche giovanissime, per allietare le serate del finanziere americano e compiacere i potenti e facoltosi ospiti delle sue ville. Dietro c’era anche un’intensa attività di lobbying, tentativi di influenzare decisioni politiche e sentenze giudiziarie, portate avanti grazie alla collaborazione di esponenti di primo piano del governo israeliano e agenti segreti del Mossad. In particolare, come ricostruisce Report nella puntata in onda domenica sera su Rai3, tra i contatti di Epstein c’era un altro ex capo di governo, oltre ai già noti Donald Trump e Bill Clinton: si tratta di Ehud Barak, ex primo ministro israeliano ed ex capo del servizio segreto militare di Tel Aviv, anche tra i fondatori dell’ormai famosa azienda Paragon, fornitrice del software di spionaggio usato anche in Italia.

Come risulta in uno scambio di mail, rivelato dalla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, la rete israeliana legata a Epstein e Barak in persona hanno agito in diverse occasioni anche in Italia, provando a influenzare l’esito di uno dei maxiprocessi più rilevanti degli ultimi vent’anni, quello relativo al disastro ambientale dell’Eternit. Con Barak che si è messo a disposizione di Stephan Schmidheiny, proprietario dell’azienda svizzera e principale imputato nella lunga vicenda giudiziaria, divisa in più procedimenti ancora in corso. Pende, ad esempio, un ricorso in Cassazione, dopo la condanna a nove anni e mezzo di carcere per omicidio colposo plurimo aggravato, pronunciata lo scorso aprile dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino. L’imprenditore è accusato di non aver previsto le misure di sicurezza necessarie a evitare che i lavoratori della sua fabbrica di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, (e gli abitanti delle zone limitrofe) si ammalassero di mesotelioma, una forma incurabile di tumore al polmone.

Nel 2013 Barak viene consultato, tramite il fidato collaboratore Avner Azulay, ex alto ufficiale del Mossad (capo centro in Europa), dagli emissari di Schmidheiny (chiamato sempre in codice «STS»), per studiare una strategia in vista di un precedente ricorso in Cassazione, dopo la condanna a 18 anni nel primo processo Eternit. Barak accetta di partecipare: nei messaggi si pianifica un suo «big meeting» con il team di Schmidheiny a Zurigo nell’ottobre 2013, per impostare un’azione di lobbying discreta a Roma prima della sentenza. In queste mail gli interlocutori riferiscono che la strategia di Barak è «eccellente», anche se andava avviata anni prima, a conferma del contributo fattivo dell’ex premier israeliano alla causa del patron della Eternit. Durante le discussioni si cita anche il contatto con «un ex ambasciatore» per agire nei «circoli della società» a Roma, nonché l’eventualità di una campagna internazionale dopo la sentenza. Addirittura, si ragiona della preparazione di un’eventuale latitanza di Schmidheiny, ipotizzando un sistema già collaudato con un grande evasore fiscale americano.


Poi Barak segue anche l’epilogo: nel novembre 2014 la Corte di cassazione a Roma annulla la condanna a 18 anni di «STS», chiudendo il primo processo Eternit. Quella notte Heinz Pauli, consigliere di Schmidheiny, invia ad Azulay (quindi a Barak) un lungo messaggio in cui esprime sollievo per l’assoluzione, dicendosi «molto grato per l’aiuto che avete offerto e gli sforzi fatti a sostegno della causa di STS». Azulay gira il messaggio a Barak, che risponde due giorni dopo, ringraziando a sua volta e augurando «tutto il meglio» a Schmidheiny e al suo team.

Ma Report ricostruisce che, già qualche anno prima, Barak e Azulay erano riusciti ad aiutare un altro miliardario a sfuggire alla giustizia. Si trattava di Mark Rich, lo spregiudicato imprenditore americano legato a Israele e facilitatore di operazioni dell’intelligence israeliana. Negli Stati Uniti, Rich era stato raggiunto da 65 capi d’accusa e rischiava una pena a 300 anni di carcere in quello che era stato definito il più grande caso di evasione fiscale della storia americana. Barak aveva mobilitato la lobby israeliana per fare pressioni sul governo statunitense e, alla fine, l’allora presidente Clinton aveva concesso la grazia a Rich, considerato uno dei sei latitanti più ricercati d’America. Lo stesso Clinton ha poi ammesso che dietro il perdono presidenziale a Rich c’era stata proprio la mano di Barak. Clinton e Barak sono, insieme a Trump, gli unici due capi di governo a comparire nelle foto e nei documenti compromettenti accanto a Jeffrey Epstein.

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