Dalla propaganda dell’emergenza sicurezza alla criminalizzazione della piazza: cronaca e retroscena di una gestione autoritaria annunciata
Dopo aver gonfiato quanto accaduto a Torino oltre ogni limite – fino a evocare il “terrorismo” – il governo ha fatto ciò che gli riesce meglio: annunciare l’ennesimo, urgentissimo “pacchetto sicurezza”. Il quinto o il sesto, ormai il conto si è perso. Ma questa volta, dopo giorni di titoli roboanti e di allarmi a reti unificate, la macchina si è inceppata. Il governo si è fermato, la maggioranza ha mostrato tutte le sue crepe e la destra, trascinata dalla Lega in una spirale in cui nulla è mai abbastanza repressivo, è uscita da un surreale vertice politico senza risultati concreti. Un vertice nel quale, fatto non secondario, sono stati coinvolti anche i vertici delle forze di polizia: un dettaglio che racconta più di mille analisi sullo stato dei rapporti tra potere politico e apparati di sicurezza.
Sul piano dei fatti, la repressione non si è però fermata. Una dozzina di persone sono state fermate e portate in Questura, rilasciate nel corso delle ore, in alcuni casi con denunce a piede libero. Tre gli arresti: due immediati, con traduzione in carcere a Torino, e un terzo in differita, avvenuto domenica 1 febbraio. Prima ancora del corteo, la Questura aveva già messo in campo un imponente dispositivo preventivo: 747 persone identificate, 236 veicoli controllati, perfino quattro aerei, oltre a 24 fogli di via da uno a tre anni, dieci avvisi orali e sette Daspo urbani. Numeri che raccontano una città trattata come un teatro di operazioni.
Tra gli arrestati c’è il ventiduenne Angelo Francesco Simionato, accusato di lesioni personali e rapina in concorso: sarebbe stato nel gruppo che ha aggredito l’agente, avrebbe sottratto uno scudo e un manganello, ma senza colpire direttamente. Con lui il trentunenne Pietro Desideri e il trentacinquenne Matteo Campaner, accusati di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. L’udienza di convalida si è svolta ieri, con il gip riservato sulla decisione.
Sul tavolo della Procura è arrivata anche una corposa informativa della Digos, consegnata al procuratore capo Giovanni Bombardieri e alla sostituta Chiara Molinari. Non solo la ricostruzione dei tafferugli attraverso video e immagini, ma anche il “contorno”: la ricerca di presunte regie occulte, l’ipotesi di un piano transnazionale – con presenze da Francia e Belgio – per “mettere a ferro e fuoco” la città, causando danni stimati in 164mila euro. È la vecchia e collaudata teoria dell’“eversione di piazza”, il cuore del teorema che da anni viene agitato contro Askatasuna e, più in generale, contro il mondo dei centri sociali.
Ma ridurre Torino al solo pestaggio dell’agente, diventato l’unica notizia degna di apertura, significa compiere un’operazione di rimozione deliberata. Decine di video e testimonianze raccontano infatti un’altra storia: quella delle violenze esercitate dalle forze dell’ordine sui manifestanti. Fotografɜ manganellatɜ, giovani inseguiti fino in ospedale, lacrimogeni sparati ad altezza uomo, cariche improvvise e cacce solitarie all’uomo. «Sembrava il G8 di Genova», dicono in molti.
Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato uno dei simboli di quella giornata. Scende in piazza pacificamente, finisce in mezzo a una carica, resta ferito e viene lasciato a lungo sul ciglio della strada. Federico Guarino, fotografo, viene buttato a terra e manganellato mentre urla “stampa”, nonostante la macchina fotografica e il flash. Cinque giorni di prognosi, nessun nome degli agenti. Francesco Anselmi, dell’agenzia Contrasto, racconta di aver ricevuto un lacrimogeno all’inguine: «Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica ormai sdoganata».
Lacrimogeni finiscono sui balconi, contro le finestre dei residenti, uno colpisce persino un passeggino. Camionette lanciate a tutta velocità, manovre azzardate, scene che sembrano cercare l’incidente più che evitarlo. Nei video si vedono manifestanti colpiti mentre scappano, trascinati a terra, manganellati in gruppo. Sei persone fermate “a caso” raccontano di essere rimaste in Questura fino a notte fonda. Una turista francese con un braccio rotto viene allontanata in fretta: forse, così, non denuncerà.
Una quarantina di persone ricorre alle cure mediche, molte altre evitano il pronto soccorso per paura di denunce. Arianna, 19 anni, sviene per i lacrimogeni, ha convulsioni, finisce in ospedale. Anche lì arrivano i poliziotti, chiedono documenti, fotografano, allontanano un minorenne. Al Gradenigo agenti in borghese entrano nelle aree sanitarie, sequestrano di fatto un telefono, chiedono ai medici di ritardare le dimissioni. Pratiche che riportano alla memoria Genova 2001.
Eppure, per il governo, questa è solo l’occasione per un’altra stretta repressiva. Guai però a dire che sarebbero stati gli “antagonisti” a offrire l’alibi: la cronologia smentisce questa favola. Da tre anni e mezzo l’esecutivo Meloni governa agitando l’emergenza sicurezza, preparando pacchetti repressivi ben prima di Torino. Non sanno governare, ma comunicare sì. E mentre la politica si arena, la repressione avanza, lasciando dietro di sé una città ferita e una democrazia sempre più sottile.

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