Parliamo dell’ultimo rapporto di Francesca Albanese presentato il 23 marzo all’ONU: un’indagine basata su oltre 300 testimonianze, tra sopravvissuti alla tortura e informatori israeliani.
La conclusione è durissima: la tortura non è episodica, ma una vera e propria “caratteristica strutturale” del sistema di dominio israeliano sulla Palestina. Una tortura definita strategica.
I numeri sono impressionanti: oltre 18.500 palestinesi arrestati dall’ottobre 2023, tra cui almeno 1.500 minori. Migliaia in custodia cautelare o detenzione amministrativa senza processo, e più di 4.000 casi di sparizione forzata.
Il sistema detentivo si articola tra campi militari (come Sde Teiman, Anatot, Ofer) e carceri ufficiali. Viene citata anche la riapertura della struttura sotterranea di Rakefet, già chiusa in passato per condizioni disumane.
Le pratiche documentate sono scioccanti: pestaggi, stupri, scosse elettriche, waterboarding, ustioni di sigaretta, uso di allucinogeni anche sui bambini, spray urticanti.
Esistono persino le cosiddette “stanze da discoteca”: detenuti incatenati, esposti a musica assordante continua fino al collasso fisico e psichico.
I bersagli non sono casuali: attivisti, medici, giornalisti, difensori dei diritti umani, figure politiche e operatori sanitari. Colpire queste categorie significa indebolire la sopravvivenza stessa di una comunità.
Il rapporto inserisce queste pratiche in una cornice più ampia, parlando apertamente di genocidio e di un sistema volto a distruggere le capacità sociali, politiche e sanitarie del popolo palestinese.
Nel frattempo, il parlamento israeliano discute misure sempre più estreme, come l’introduzione della pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo.