venerdì 13 febbraio 2026

Quali politici di destra finirebbero subito in galera nei “paesi sicuri”?

https://saritalibre.it/politici-paesi-sicuri/


A causa delle leggi arcaiche dei “paesi sicuri” finirebbero in galera Meloni, Salvini e tanti altri politici di destra, se fossero cittadini di quei paesi.

L’Europa ha deciso che alcuni paesi con leggi primitive e che violano i diritti umani debbano essere considerati paesi sicuri per le persone migranti. La destra ha esultato e vuole rimpatriare persone in quei paesi.

La domanda è: perché Salvini e Meloni vogliono rimpatriare persone in paesi dove loro stessi finirebbero in galera per fatti qui normali, come avere figli senza essere sposati o relazioni sentimentali fuori dal matrimonio?

Giorgia Meloni finirebbe in carcere in Marocco.

Giorgia Meloni ha una figlia senza essere sposata ed in Marocco – paese che lei considera sicuro – i rapporti sessuali fuori dal matrimonio sono illegali.

Se Giorgia Meloni fosse cittadina del Marocco e qualcuno la rimandasse a casa, finirebbe in galera fino ad un anno. Sarebbe anche in buona compagnia perché tanti altri politici di destra hanno figli fuori dal matrimonio: sua sorella Arianna Meloni, Matteo Salvini, Ignazio La Russa, Daniela Santanchè, Gianfranco Fini, Francesco Lollobrigida e tanti altri suppongo abbiano fatto sesso prima del matrimonio perché qui è normale.

Le orribili leggi del “paese sicuro” Marocco

In Marocco qualsiasi relazione sessuale tra persone non unite da matrimonio è un reato penale.
Sesso fuori dal matrimonio: L’Articolo 490 del Codice Penale marocchino punisce i rapporti tra persone non sposate con la reclusione da 1 mese a 1 anno. Avere un figlio è una prova incontestabile.
Adulterio: L’Articolo 491 punisce il coniuge infedele con 1-2 anni di carcere.

Matteo Salvini finirebbe in carcere in Marocco, Tunisia e in altri “paesi sicuri”.

Se Matteo Salvini fosse cittadino del Marocco o della Tunisia e qualcuno lo rimandasse a casa, finirebbe in galera fino a 5 anni.

Matteo Salvini, come sappiamo, oltre ad avere una figlia fuori dal matrimonio, si è anche separato e ha intrapreso una relazione con un’altra donna prima del divorzio ufficiale. In moltissimi dei “paesi sicuri” (dove la separazione non esiste e bisogna attendere il divorzio, quando esiste) fare sesso con altri prima del divorzio ufficiale è considerato un reato. In Marocco, lo abbiamo visto, ci sono fino a 2 anni di carcere, in Tunisia fino a 5 anni.

Le orribili leggi del “paese sicuro” Tunisia

Adulterio: Secondo l’Articolo 236, l’adulterio è punibile con 5 anni di carcere.

Daniela Santanché finirebbe in carcere in Marocco, Tunisia, Egitto e in altri “paesi sicuri”.

Anche Daniela Santanché, come Salvini, ha avuto una relazione prima dell’effettivo divorzio.

Se Daniela Santanché fosse cittadina del Marocco, della Tunisia o dell’Egitto e qualcuno la rimandasse a casa, finirebbe in galera fino a 5 anni.

Le orribili leggi del “paese sicuro” Egitto

La legge egiziana è nota per il trattamento differenziato tra uomini e donne in materia di infedeltà. Punizioni: Una moglie adultera rischia fino a 2 anni di carcere, mentre il marito rischia solo fino a 6 mesi. Articoli da 274 a 277 del codice penale egiziano.
Luogo del reato: Il marito è punibile per adulterio solo se l’atto avviene nella casa coniugale; se avviene altrove (es. in un hotel), non è considerato reato per lui. Per la donna, il reato sussiste ovunque esso avvenga.

In Bangladesh invece non finirebbe in carcere ma il suo compagno sì.

Le orribili leggi del “paese sicuro” Bangladesh

Articolo 497. Chiunque abbia rapporti sessuali con una persona che è, e che sa o ha motivo di credere, la moglie di un altro uomo, senza il consenso o la connivenza di quell’uomo, senza che tale rapporto sessuale costituisca reato di stupro, è colpevole del reato di adulterio e sarà punito con la reclusione di entrambe le categorie per un periodo che può arrivare fino a cinque anni, o con una multa, o con entrambe. In tal caso la moglie non sarà punita come complice.

Per quello che è illegale anche in Italia, cioè i reati per cui Daniela Santanché è stata rinviata a giudizio e/o è indagata, nei “paesi sicuri” ci sono pene severissime che arrivano fino all’ergastolo con lavori forzati in Egitto e all’ergastolo in Bangladesh. Se fosse cittadina di quei paesi e venisse rimpatriata, rischierebbe il carcere a vita.

Il militante di Fratelli d’Italia Giovanni Ottomano verrebbe condannato alla pena di morte

Questo giovane militante di Fratelli d’Italia a Vicenza si è dichiarato pubblicamente gay. In almeno 11 dei cosiddetti “paesi sucuri” (cioè il 50%) l’omosessualità è un reato. Ho fatto la lista qui.

Se Giovanni Ottomano fosse cittadino di molti dei “paesi sicuri” e qualcuno lo rimandasse a casa, finirebbe in galera o gli darebbero la pena di morte.

Algeria – illegale dal 1962, pena da 6 mesi a 3 anni di carcere o multa da 1000 a 10.000 dinari algerini

Bangladesh – Illegale  (fino a 10 anni di carcere)

Camerun – Illegale  (fino a 5 anni di carcere)

Egitto – Illegale de facto, con pene fino a 17 anni.

Gambia – Illegale, carcere a vita

Ghana – illegale

Marocco – Illegale  (fino a 3 anni di carcere)

Nigeria – Illegale: pena di morte nella zona mussulmana; 14 anni di carcere nella zona cristiana.

Senegal – illegale (da 1 mese a 5 anni di prigione)

Sri Lanka – Illegale  (fino a 10 anni di carcere)

Tunisia –  Illegale  (fino a 3 anni di carcere)

Quali sono gli altri politici di destra che finirebbero in galera nei loro “paesi sicuri”?

Aiutatemi a fare una lista dei politici di destra che, se diventassero cittadini dei loro “paesi sicuri” e venissero rimandati lì, finirebbero in galera a causa delle leggi arcaiche ed inique di quei paesi.

 


Ormai nel mondo la maggioranza dice "me ne frego"

Ormai nel mondo la maggioranza dice 

"me ne frego" 

Bambini soldato, almeno 7 mila arruolati nell’ultimo anno

https://www.focusonafrica.info/bambini-soldato-almeno-7-mila-arruolati-nellultimo-anno/


Bambini soldato, almeno 7 mila arruolati nell’ultimo anno

Luciano Bertozzi

 


Si calcola che nel mondo siano coinvolti nei conflitti 350.000 minori, soprattutto in paesi africani


Nel 2024 oltre settemila minori, anche di appena sei anni di età, sono stati arruolati ed utilizzati nelle guerre. Questo numero, presumilmente sottostimato, è in forte crescita ed è stato reso noto dal Segretario Generale dell’ONU, che in un apposito rapporto elenca, in una sorta di lista della vergogna, alcune decine, fra gruppi armati ed eserciti governativi,  responsabili di tali atrocità.

Lo ricorda l’Istituto di Ricerca Archivio Disarmo di Roma (IRIAD, in occasione del 12 febbraio, giornata che le Nazioni Unite dedicano alla sensibilizzazione contro l’uso dei bambini soldato. Migliaia di minori, infatti, anche piccolissimi non vanno a scuola, nè giocano, perchè sono costretti a combattere. Per loro,rapiti dalle scuole e dai propri villaggi e utilizzati come carne da cannone in tante guerre senza fine, ignorate dai mass media, l’infanzia termina molto presto.

Dietro queste aride cifre, c’è una generazione perduta, che non ha vissuto altro che brutalità di ogni sorta, travolta dalla crudeltà degli adulti, che allo stesso tempo li ha trasformati da vittime a carnefici.

Come mai in tanti utilizzano i minori? Perchè possono essere facilmente indottrinati e trasformati in spietati assassini. Per sparare non ci vuole la forza fisica di un adulto, inoltre vengono sottoposti ad ogni tipo di violenze per piegarne la volontà: uccisioni, torture, mutilazioni, violenze sessuali ed uso di droghe, somministrate per eliminare dolore e paura. Alcuni sono spinti dalla povertà, per sostenere le proprie famiglie e si associano alle milizie per sopravvivere o per proteggere le loro comunità. Le ragazzine, purtroppo, non sono escluse da questo calvario, spesso diventano le schiave sessuali dei capi, sottoposte a matrimoni forzati, a gravidanze indesiderate e rischiano di contrarre l’AIDS. Le fanciulle svolgono ruoli di supporto: trasporto, assistenza medica, cucina e si prendono cura dei bambini Addirittura in una sorta di crudeltà senza fine utilizzate da  Boko Haram in Nigeria come kamikaze, in quanto sfuggono più facilmente ai controlli. I piccoli sono esposti talvolta  a violenze multiple: non “solo” l’arruolamento ma anche stupri, uccisioni e mutilazioni. Le distruzioni di scuole ed ospedali, inoltre, obiettivi privilegiati nelle guerre, impediscono di fatto, il diritto all’istruzioe ed alla salute.

Sono tanti i Paesi sconvolti dal fenomeno: Afghanistan, Burkina Faso, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo(RDC), Repubblica Centrafricana, Iraq, Mali, Nigeria, Sudan, Sudan del Sud, Somalia, Siria, Yemen, Myanmar, Nigeria.

Fra i Paesi africani va sottolineata la scandalosa situazione della RDC, sconvolto da un conflitto infinito, che ha causato un’ecatombe, per il possesso delle immense risorse naturali fondamentali per il nostro tenore di vita. Nel Paese decine di guerriglie utilizzano i più piccoli, secondo l’ONU, addirittura 2.300 minori, di cui circa settecento ragazzine.

In Somalia, le Nazioni Unite hanno registrato l’utilizzo di circa 700 minori, per lo più rapiti da Al Shabab. Anche  l’Esercito di Mogadiscio, addestrato dall’Italia, utilizza i piccoli. L’Italia è stata eletta nel Consiglio dei diritti umani Onu per il 2026-27 anche in virtù dell’impegno a combattere l’arruolamento e l’uso dei bambini soldato. Tale impegno, assunto anche in passato, però, non ha impedito al Parlamento di rinnovare, da molto tempo, la predetta missione addestrativa in ambito europeo ( denominata EUTM Somalia).

Le autorità somale riservano un duro trattamento  ai ragazzini costretti a combattere con i gruppi armati, infatti, quasi ottocento minori, di età compresa fra 11 e 17 anni, sono stati arrestati per la loro presunta associazione con la citata milizia, ciò ha suscitato la preoccupazione delle Nazioni Unite, in quanto il carcere dovrebbe essere usato solo in pochi gravissimi casi. Nell’ex colonia, ai fanciulli non viene risparmiata neanche la pena di morte, che  è stata inflitta anche a bambini e ragazzi arrestati da piccoli.

In Nigeria, altro Paese particolarmente colpito dal fenomeno, sono stati reclutati un migliaio di minori, ma a differenza di altri Paesi, le fanciulle sono la maggioranza (circa seicento), per lo più rapite dalle scuole da Boko Haram, ma anche da altri gruppi armati.

Pur in un contesto così negativo,  grazie  al lavoro delle Nazioni Unite ed in particolare dell’Unicef, nel 2024 ben sedicimila bambini soldato sono stati smobilitati e hanno potuto usufruire di aiuti per essere reinseriti nella società. Questi programmi sono fondamentali per aiutare i bambini a ricostruire le loro vite ed evitare un nuovo arruolamento, o un futuro da banditi,ma questi progetti sono spesso a corto di fondi, soprattutto dopo il disimpegno statunitense che creato un grave problema economico all’ONU. Purtroppo i Paesi sviluppati riducono tali fondi, mentre quelli per le armi aumentano sempre. Diventa importante, quindi, investire nella ricostruzione soprattutto delle menti, e non solo delle infrastrutture per uscire dalla spirale dell’odio e per evitare il perpetuarsi dei conflitti,  

Questi orrendi crimini vanno puniti, rompendo il muro dell’impunità, che purtoppo rimane la regola.. Il diritto internazionale  considera l’arruolamento di minori di 15 anni un crimine di guerra e come tale punito anche dal Tribunale Penale Internazionale. Fra i rari esempi positivi sono da segnalare un tribunale ugandese, che  ha condannato a 40 anni di carcere Thomas Kwoyelo, uno dei capi del Lord’s Resistance Army (LRA). Questa persona  ha seminato il terrore nel Paese africano, rapito all’età di 12 anni, costretto a diventare a sua volta carnefice, è stato ritenuto responsabile di ogni genere di atrocità. Ma la strada per la giustizia  è ancora lunga.

I Paesi democratici devono attuare politiche di pace e porre fine alle vendite di armi a quelli in conflitto o retti da regimi liberticidi, purtoppo pensano solo al riarmo ed a chiudere le proprie frontiere, addirittura criminalizzando chi cerca di soccorrerli in mare


Squadristi condannati, istituzioni inginocchiate

https://left.it/2026/02/13/squadristi-condannati-istituzioni-inginocchiate/

Di Giulio Cavalli

La notizia, se si avesse il coraggio di darla per intero, non è che a Bari sono stati condannati dodici componenti di Casapound. Non è nemmeno che cinque di loro siano accusati di ricostituzione del disciolto partito fascista ai sensi della legge Scelba. Quella è la cronaca giudiziaria.


La notizia, se il giornalismo facesse il giornalismo, è che i membri di un’organizzazione che ha sostenuto la campagna elettorale di questo governo siano stati certificati come fascisti di ritorno. Gente condannata per «aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ed in particolare per aver attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica».


La notizia è che il ministro dell’Interno Piantedosi, che ama mostrarsi sempre intento a brigare per scovare terroristi veri e presunti, continui a farsi sfuggire un’organizzazione eversiva, forse perché composta da maschi adulti di razza bianca (come direbbe qualcuno) che esultano per i decreti securitari partoriti in fila.


La notizia è che perfino le reti Mediaset, e non il governo, si sono accorte che quegli eversori occupano abusivamente un immobile nel cuore di Roma. La notizia è che i giornalisti che ricordano al governo e al ministro la persistente illegalità vengano identificati dalle forze dell’ordine e invitati a non disturbare la pax tra fascisti e istituzioni.


La notizia è che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha trovato il tempo di intervenire su un comico che si è autocensurato non abbia trovato il tempo di dirci di Casapound.


Questa è la notizia.


Buon venerdì.

giovedì 12 febbraio 2026

Heal This World Riddim


 

Meloni e il blocco navale “compatibile con le regole Ue”. Perché non è vero e perché la sua legge non può bloccare le Ong

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/12/blocco-navale-meloni-illegittimo-convenzione-onu-news/8289625/

DI

FRANZ BARAGGINO


Ecco cos'ha detto la presidente del Consiglio sui social. E cosa non torna nel suo annuncio ai follower: la pretesa di interdire alle navi delle Ong l'ingresso nelle acque territoriali è illegittima e incompatibile con la Costituzione - L'analisi


“Abbiamo finalmente potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo: per tutti quelli che dicevano che era impossibile voglio ricordare che niente è davvero impossibile per chi è determinato”. Giorgia Meloni annuncia così, con un video sui social network, il disegno di legge licenziato ieri dal Consiglio dei ministri che contiene, tra l’altro, quello che tutti chiamano “blocco navale“. Per dirla col video della premier, si tratta “della possibilità, nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale come il rischio di terrorismo, ma anche una pressione migratoria eccezionale, di impedire l’attraversamento delle acque territoriali italiane e di condurre i migranti che sono a bordo di quelle imbarcazioni sottoposte all’interdizione anche in paesi terzi”.

Ma arriviamo al punto: “Una opzione che cammina ed è compatibile con le nuove regole europee che tra l’altro l’Italia ha contribuito a definire”, aggiunge Meloni. Quali regole europee? Il passaggio in acque territoriali è materia regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata anche dall’Italia e quindi legge nazionale in virtù dell’articolo 117 della Costituzione, che impone il rispetto “dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Nemmeno le regole europee possono sostituire queste norme, che infatti rendono il “blocco navale” di Meloni inutile, ad andar bene, o peggio illegittimo. Perché? La Convenzione Onu già prevede i casi in cui il passaggio di navi nelle acque territoriali – un diritto di tutte le imbarcazioni finché inoffensivo –, può rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Ed elenca già tassativamente i casi in cui uno Stato può interdire l’ingresso: uso della forza, spionaggio, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate. Ipotesi che vanno applicate in modo stringente, con proporzionalità e senza poter discriminare le navi.

Questo il recinto in cui può agire uno Stato. Che al contrario, “non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali“, ha spiegato al Fatto Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare. Invece è proprio quello che fa il ddl del governo, che oltre al rischio terrorismo, aggiunge a piacere anche la “pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie internazionali ed eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. Ipotesi che esulano dal recinto della Convenzione Onu, col rischio che la loro applicazione, oltre che illegittima, sia pure anticostituzionale. Tutto per la solita lotta alle navi delle Ong, che sbarcano appena il 12% di tutte le persone soccorse, oggi come ieri, quando al Viminale c’era Salvini. Non solo: le navi che hanno a bordo persone soccorse in mare sotto il coordinamento dagli Stati costieri, possano sempre entrare in acque territoriali perché l’obbligo di salvataggio prevale sempre, come impongono altre convenzioni internazionali alle quali aderiamo.

Ma non è finita. Nel suo video Meloni scivola ancora e proprio quando parla di “condurre i migranti che sono a bordo di quelle imbarcazioni sottoposte all’interdizione anche in paesi terzi“. Perché quelle sulle navi umanitarie, come quelle a bordo di una motovedetta della Guardia costiera, sono persone soccorse e restano tali finché l’operazione di soccorso (SAR – search and rescue) non si conclude in un luogo sicuro dove le persone non siano a rischio e possano chiedere protezione. Lo Stato che coordina le operazioni può assegnare il porto di sbarco, eventualmente anche straniero se offre le necessarie garanzie. Ma non può mai impedire l’ingresso di persone soccorse in acque territoriali. Figurarsi dichiarare preventivamente e indiscriminatamente “pericolosa” ogni nave umanitaria per un mese intero, come pretende il nuovo ddl, magari perché ci sono le Olimpiadi o perché ospitiamo un summit internazionale. Insomma, una legge che fa acqua da tutte le parti. E allora? E allora intanto la applichi e la imponi, poi aspetti che un magistrato, lui sì tenuto ad applicare le norme internazionali, ne evidenzi la possibile illegittimità per dire che è politicizzato, che non ti fanno lavorare mentre tu volevi “difendere i confini”, come naturalmente ricorda Meloni nel suo video. “Noi – dice – ce la stiamo mettendo tutta, speriamo solo che tutti facciano la loro parte senza creare ostacoli fantasiosi e dal chiaro sapore ideologico”.

Stretta migranti, SeaWatch: “Disobbediremo. Alla minaccia di blocco rispondiamo con una terza nave”

 di Alessia Candito


Per Giorgia Linardi, portavoce italiana dell’ong tedesca, il nuovo provvedimento è “liberticida e perverso”. E annuncia: “Non porteremo naufraghi in Albania o Tunisia”

Violenze in Questura Verona: 12 poliziotti a giudizio, 4 per tortura

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/02/12/violenze-in-questura-verona-12-poliziotti-a-giudizio-4-per-tortura_019f7177-52b8-42c2-a73f-7de22cb9fb1b.html

Conclusa l'udienza preliminare, altri due sono già sotto processo


Quattro poliziotti della Questura di Verona sono stati rinviati a giudizio per il reato di tortura nell'ambito del procedimento sulle violenze negli uffici scaligeri, avvenute nel corso del 2022, che ha visto in tutto 12 rinvii a giudizio, tre condanne in abbreviato e un'assoluzione.


I quattro - scrivono L'Arena e il Corriere del Veneto - avrebbero "cagionato acute sofferenze" a due uomini che erano stati fermati, in due episodi tra l'estate e l'autunno 2022. Per entrambi è imputato un solo agente, per il secondo gli altri tre. 

Davanti al Tribunale scaligero è già in corso un processo nei confronti di due agenti, considerati i maggiori responsabili delle violenze. Per questo secondo stralcio il processo si aprirà l'11 febbraio 2027. Oltre al reato di tortura, le altre ipotesi di reato sono di omissione di atti d'ufficio, omessa denuncia di reato e falso, per l'interruzione di una perquisizione per la ricerca di armi da sparo, una volta appreso che si trattava dell'abitazione di un loro conoscente.

Altre accuse riguardano il peculato, per la sottrazione di 40 euro e due pacchetti di sigarette a una donna fermata per un controllo, e omessa denuncia per un collega. Tre agenti sono stati rinviati a giudizio per lesioni, mentre un quarto è stato condannato per lo stesso reato a quattro mesi in abbreviato. Stesso rito per altri due agenti, con una pena pecuniaria per omissione e una a 5 mesi e 10 giorni per falso. Da quest'ultima accusa una poliziotta è stata invece assolta, perché il fatto non costituisce reato.

Paesi sicuri e blocco navale, il Governo attacca le ONG e i diritti delle persone in movimento

https://sea-watch.org/it/paesi-sicuri-e-blocco-navale-il-governo-attacca-le-ong-e-i-diritti-delle-persone-in-movimento/


Dopo la Legge Piantedosi e il Decreto Flussi arriva un’altra stretta al soccorso civile nel Mediterraneo da parte del Governo Meloni. Un insieme di misure che non mirano a governare i flussi di persone in movimento, ma a colpire e bloccare le navi umanitarie con il risultato di aumentare il numero di chi perde la vita in mare.


Il disegno di legge che approderà in Parlamento rischia di fare dell’Italia la prima nel recepire il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, segnando un grave arretramento nelle tutele dei diritti fondamentali. Le nuove norme accelerano procedure di frontiera e rimpatri, ampliano la lista dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” — in cui vengono ricompresi pure Egitto e Tunisia — e facilitano il trasferimento dei richiedenti asilo verso Stati terzi anche senza legami reali. Il risultato è una compressione del diritto d’asilo e il rischio di esporre molte persone a persecuzioni e trattamenti inumani.


La strategia del Governo per estromettere le Ong del soccorso in mare dal Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. Dopo le limitazioni operative, i rientri obbligatori dopo un solo salvataggio, l’assegnazione sistematica di porti lontani e le sanzioni contro chi presta assistenza, arriva l’interdizione fino a sei mesi dall’ingresso nelle acque territoriali. Una misura che viola il diritto internazionale e le convenzioni sul soccorso, mettendo in discussione l’obbligo inderogabile di salvare vite umane. Il blocco navale è previsto per casi definiti in modo vago e quindi soggetti ad ampia discrezionalità: se applicato, produrrà meno tutele, più sofferenze per i naufraghi e meno navi pronte a intervenire in mare.

 

Troviamo inaccettabile che il Governo consideri una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterrano e le persone che tentano di salvarle.


Queste norme non rendono lo Stato più sicuro. A mettere in pericolo lo Stato di diritto è invece il Governo che sceglie di sospendere la legalità nelle città e in mare, di limitare il diritto d’asilo, di criminalizzare chi manifesta o chi salva vite.


La stessa Europa, con la lista dei Paesi cosiddetti sicuri e con le novità introdotte dal Patto migrazione e asilo che entrerà in vigore a giugno, cambia natura: non più luogo di pace e di diritti, ma “continente fortezza”, che punta su esternalizzazione delle frontiere e forti restrizioni a tutele e diritti dei migranti, compreso quello all’asilo per le persone in movimento.


Le ONG continueranno a operare nel rispetto del diritto internazionale per prestare soccorso e salvare vite umane, senza girarsi dall’altra parte. La stessa ambizione che dovrebbero avere anche l’Europa e gli Stati membri, senza eccezioni.



Alarm Phone – EMERGENCY – Medici Senza Frontiere – Mediterranea Saving Humans – Open Arms – ResQ People Saving People – Sea-Watch – SOS Humanity – SOS Mediterranee

Casapound, 12 condanne a Bari per riorganizzazione del partito fascista. Le opposizioni: “Ora sciogliere movimento”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/12/casapound-condanna-bari-riorganizzazione-fascista-notizie/8289164/

Inflitte pene fino due anni e sei mesi di reclusione. Il processo riguardava l’aggressione del 21 settembre 2018 ai danni di alcuni manifestanti


Il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista con la privazione dei diritti politici per cinque anni. Sette di loro stati condannati anche per lesioni. Ai primi cinque è stata inflitta la pena di un anno e sei mesi di reclusione, due anni e sei mesi agli altri sette. Altri cinque imputati, invece, sono stati assolti. È la prima volta che il reato di riorganizzazione del partito fascista, previsto dalla legge Scelba del 1952, viene contestato e riconosciuto nei confronti di CasaPound.

 

mercoledì 11 febbraio 2026

 


Cutro, il processo inizia in sordina: la strage entra in aula con i sei imputati, le telecamere restano fuori

https://www.lanotiziagiornale.it/cutro-il-processo-inizia-nel-silenzio-a-tre-anni-dalla-strage-laula-resta-al-buio/

Via al processo per il naufragio di Steccato di Cutro: sei imputati, telecamere vietate e la politica sullo sfondo

Il processo per la strage di Cutro si apre a tre anni dal naufragio con un’aula piena e un vuoto tutto intorno. Le udienze cominciano, dinanzi al Tribunale di Crotone, le responsabilità vengono formalmente chiamate in causa, ma tutto avviene a telecamere spente. La morte di 94 persone, 35 delle quali minori, entra finalmente in dibattimento mentre il racconto pubblico viene ridotto al minimo indispensabile.

Il procedimento riguarda il naufragio del caicco Summer Love, distrutto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Sei imputati, quattro militari della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, rispondono di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Tutti erano in servizio nelle sale operative quella notte. Tutti hanno scelto di testimoniare. L’accusa ruota attorno a una sequenza di omissioni, ritardi, valutazioni che hanno trasformato un avvistamento in una strage annunciata.


La scelta che pesa più dei ritardi


Il cuore del processo è la distinzione tra controllo delle frontiere e soccorso in mare. Frontex individua il caicco la sera precedente al naufragio. I segnali arrivano ai centri di coordinamento italiani. Il natante viene trattato come un’operazione di polizia marittima, non come un evento di ricerca e soccorso. Le motovedette della Guardia di finanza escono e rientrano per il mare mosso. Le unità della Guardia costiera, progettate per operare in condizioni peggiori, restano fuori dalla catena decisionale perché l’allarme Sar non viene mai dichiarato. Il risultato è noto: l’imbarcazione si spezza contro una secca, i soccorsi arrivano da terra, quando il mare ha già restituito i corpi.


Dentro il quadro tecnico si inserisce la decisione di spegnere le telecamere. Il collegio giudicante ha vietato riprese audio e video per tutta la durata del dibattimento, consentendo solo materiali prodotti dal personale del Tribunale e previa autorizzazione. Una misura motivata con l’ordine dell’istruttoria, contestata da giornalisti, avvocati e parti civili. Trentasette cronisti hanno firmato una protesta formale. Le organizzazioni costituite parte civile parlano di un processo che nasce sotto traccia, mentre altri procedimenti di grande rilevanza, celebrati nello stesso tribunale, hanno goduto di piena visibilità.


Un processo che interroga la politica


Le parti civili sono 86. Tra queste Emergency, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS Méditerranée. La Cgil Calabria denuncia un vulnus al principio di trasparenza: la giustizia, quando riguarda la morte di decine di persone, deve essere anche visibile. Il silenzio, in questo contesto, viene percepito come un secondo abbandono. Le vittime diventano numeri, le responsabilità rischiano di restare confinate agli atti.


Il processo, però, non si ferma. Nelle liste testimoniali compaiono anche i nomi dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. Il Tribunale per ora si è riservato di decidere sulla loro audizione. Ma la sola richiesta chiarisce la posta in gioco: capire se quella notte le scelte operative siano state il prodotto di errori individuali o l’esecuzione coerente di un indirizzo politico che ha subordinato il soccorso alla deterrenza.


Intanto fuori dall’Aula…


Intanto fuori dall’aula, il Mediterraneo continua a produrre morti. Nel 2025 più di 1.300 persone hanno perso la vita sulla rotta centrale. Nel gennaio 2026, durante il cosiddetto ciclone Harry, oltre mille risultano disperse. Il processo di Cutro si svolge mentre la stessa dinamica si ripete: avvistamenti, rimbalzi di competenze, ritardi, silenzi. La giustizia arriva tardi ma soprattutto si preoccupa di parlare a bassa voce


Cutro entra in tribunale senza clamore, come se il tempo avesse consumato anche l’indignazione. Ma ciò che viene giudicato non riguarda soltanto una notte, sei ufficiali, una catena di comando. Riguarda la scelta di cosa vedere e cosa lasciare fuori campo. Durante il processo si discuterà delle omissioni ma il buio qui fuori è già una scelta. Per questo si insiste perché il collegio giudicante cambi idea.